SALUTO DEL SANTO PADRE LEONE XIV ALLA DELEGAZIONE DEL “PROGRAMME FOR CHRISTIAN-MUSLIM RELATIONS IN AFRICA” (PROCMURA)
C’è un’espressione che Leone XIV ha scelto per aprire il suo saluto alla delegazione del PROCMURA, mercoledì mattina, nella luce discreta dello Studio dell’Aula Paolo VI: La pace sia con voi. Tre parole antichissime, condivise — e non è dettaglio trascurabile — tanto dal saluto cristiano quanto da quello islamico. Un inizio che è già, in sé, un programma.
Il Programma per le relazioni cristiano-musulmane in Africa lavora in silenzio, lontano dai riflettori della grande diplomazia. Lo fa in un continente dove la faglia tra le due fedi attraversa villaggi, famiglie, mercati, dove il confine tra dialogo e conflitto è spesso sottile come la lama di un coltello. Eppure proprio da quell’Africa che l’Occidente troppo spesso riduce a teatro di crisi arriva, con la tenacia dei semi piantati in terra arida, una testimonianza di convivenza possibile.
Il Papa ha citato la Nostra aetate, il documento conciliare che compie sessant’anni: quella dichiarazione breve e rivoluzionaria con cui la Chiesa decise di guardare alle altre religioni non come a un errore da correggere ma come a uno specchio in cui può riflettersi, frammentata e parziale, la stessa luce. “Non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.” Una frase che vale ancora — forse vale di più — in un’epoca in cui la radicalizzazione religiosa soffia come vento caldo sui focolai di ogni latitudine.
Perché il punto, nel discorso di Leone XIV, non è irenico. Non è la pace degli ignavi, quella che scambia il silenzio per armonia. È piuttosto la pace faticosa di chi riconosce la differenza e non ne ha paura, di chi sa che l’incontro autentico non cancella le identità ma le mette alla prova, le affina, le rende più consapevoli di sé. “Artigiani di pace”, ha detto il Papa. Il termine artigiano non è casuale: evoca lavoro manuale, pazienza, imprecisioni da correggere, pezzi che non tornano e vanno rilavorati. Non la pace come stato, ma come mestiere.
In un mondo che sembra aver smarrito la grammatica del dialogo — dove si parla sempre più spesso contro qualcuno piuttosto che con qualcuno — questi incontri discreti tra pastori cristiani e leader musulmani nelle savane e nelle metropoli africane hanno qualcosa di anacronistico e di profetico insieme. Anacronistico perché credono ancora che le parole possano costruire ponti. Profetico perché, come ha ricordato il Papa richiamando il suo discorso dell’ottobre scorso, i profeti non predicono il futuro: denunciano la violenza, curano le divisioni, proclamano la pace.
La pace sia con voi. Con tutti voi.
