C’è una poesia persiana che dice che il giardiniere non può scegliere su chi cade la pioggia. Allo stesso modo, le bombe non scelgono. Cadono sui Curdi del Khuzestan e sugli Azeri del Tabriz, sugli Armeni di Isfahan e sui Baluchi del Sistan, sui Mazandarani della costa del Caspio e sugli zoroastriani di Yazd, sulla borghesia illuminata di Teheran Nord e sulle famiglie poverissime di Teheran Est. Cadono, indifferenti come la morte, su una delle civiltà più antiche e stratificate della storia umana.

L’Iran non è un monolite. È un mosaico millenniare di popoli, lingue, fedi e tradizioni che convivono da secoli sotto l’arco del nome persiano. Eppure, come un vaso che si credeva incrinato, proprio ora che le bombe americane e israeliane lo percuotono, quel mosaico sembra stringersi, compattarsi, ritrovare una coesione che non è ideologica — non è amore per il regime — ma è qualcosa di più viscerale e più antico: il senso di essere stati violentati in casa propria.

Bisogna dirlo con chiarezza, senza ipocrisie: decenni di sanzioni hanno già fatto quello che nessuna guerra dichiara di voler fare, ovvero colpire la popolazione. Dal 2018, con la “massima pressione” di Trump — poi ripresa, poi abbandonata, poi reintrodotta con variazioni sul tema — l’inflazione in Iran ha divorato i risparmi di generazioni. Poco prima dell’inizio di questa guerra, il tasso inflazionistico ufficiale sfiorava il settanta per cento annuo; quello alimentare aveva già superato il cento. Chi compra il pane a Teheran conta i rial due volte. Chi vende tessuti al Gran Bazar — uno dei mercati più antichi del mondo, sopravvissuto a invasioni mongole e rivoluzioni — dice che le vendite sono crollate a un terzo del normale nel periodo di Nowruz, il Capodanno persiano, che dovrebbe essere la stagione più florida dell’anno.

Le sanzioni non abbattono i regimi. Impoveriscono le persone. È una distinzione che l’Occidente ha sempre faticato a fare propria, forse perché è scomoda, forse perché richiede di ammettere che la punizione collettiva non è uno strumento di libertà, ma di coercizione.

E ora c’è la guerra. Prima quella di dodici giorni a giugno — un lampo che ha lasciato cicatrici economiche e psicologiche profonde — e poi questa, cominciata il 28 febbraio, senza che nessuno sappia ancora quando e come finirà. Le famiglie che erano fuggite dalle grandi città non sono ancora tornate. I risparmi si assottigliano. I mercati azionari sono in rosso. Gli esperti parlano di iperinflazione, di dollarizzazione, di un’economia che rischia di perdere il filo che la tiene ancora in piedi.

In questo scenario, c’è chi ha pensato che eliminare la testa del regime potesse cambiare tutto. È una tentazione comprensibile, ma storicamente ingenua. Uccidere l’Ayatollah non smantella la Repubblica Islamica, così come assassinare Breznev non avrebbe fatto crollare l’Unione Sovietica. I sistemi totalitari non muoiono con i loro simboli: si rigenerano, si induriscono, trovano nuovi volti alla stessa macchina. L’URSS cadde per consunzione interna, per il peso insostenibile delle proprie contraddizioni, per Gorbaciov — non per una pallottola. I regimi cambiano quando le società che li ospitano cambiano, e le società non cambiano sotto le bombe: si chiudono, si difendono, si identificano con la propria terra anche quando non si identificano con chi la governa.

Eppure il regime, mentre combatte il nemico esterno, non smette un istante di combattere quello interno. Anzi, la guerra sembra averlo reso più feroce, più paranoico, più sospettoso di ogni voce che non si allinei al coro ufficiale. È la dinamica classica dei governi autoritari sotto pressione: il nemico esterno diventa il pretesto per azzerare ogni dissenso residuo, per trasformare ogni critica in tradimento, ogni lutto espresso pubblicamente in collusione con il nemico.

Negli ultimi mesi, prima ancora che questa guerra cominciasse, le proteste nazionali di gennaio erano state soffocate nel sangue: molte migliaia di persone uccise nelle strade, in quella che gli osservatori hanno definito una delle repressioni più sanguinose nella storia recente del paese. Esecuzioni sommarie, arresti di massa, processi kafkiani. E ora la magistratura si è dotata di nuovi strumenti, che suonano come qualcosa uscito da un romanzo distopico: la possibilità di identificare e confiscare beni online per chiunque sia ritenuto allineato con “paesi ostili”. Non serve una condanna. Basta un sospetto, un post su Instagram, una storia condivisa, un like di troppo.

Un attore che aveva osato esprimere sostegno al rovesciamento del governo si è visto confiscare i beni — insieme a quelli di chi gli stava vicino, parenti, amici, conoscenti, in una logica di responsabilità collettiva che ricorda i metodi più bui del Novecento. La magistratura ha annunciato apertamente che “i casi giudiziari degli agenti terroristici del nemico che hanno portato a sentenze definitive sono in corso”. Il linguaggio è quello della guerra totale: non ci sono più oppositori, solo traditori; non ci sono più critici, solo nemici della nazione.

Questo è il volto più oscuro della Repubblica Islamica sotto assedio: un regime che, anziché cercare legittimità nel consenso, la cerca nel terrore. Che usa la guerra esterna per giustificare la guerra interna. Che confonde la sicurezza dello Stato con la propria sopravvivenza. Ed è proprio questa paranoia che rende ancora più amara la coesione popolare che la guerra sta generando: il popolo iraniano si stringe attorno alla propria terra non grazie al regime, ma nonostante esso. È una differenza sottile ma enorme, e i governanti di Teheran lo sanno — ed è per questo che hanno paura.

E intanto, novantadue milioni di persone sono al buio. Non metaforicamente: al buio. Da venticinque giorni Internet è stato tagliato dal governo. Non un rallentamento, non un filtraggio selettivo — il silenzio. Niente Instagram, niente Telegram, niente voce che possa uscire dai confini. Una giovane donna che vendeva gioielli artigianali online — una di quelle economie informali e creative che fioriscono nei margini — ha perso il reddito. Non solo ora: già a gennaio, durante le sanguinose proteste di piazza represse nel sangue, c’era stato un blackout di venti giorni. Due blackout in pochi mesi. Nessuno sa quando tornerà la luce.

Il blackout di Internet non è solo repressione politica. È un’amputazione economica, psicologica, civile. Taglia le famiglie dai loro cari all’estero. Taglia le aziende dai loro clienti. Taglia i giovani dalla loro vita digitale, che è ormai parte inseparabile dell’esistenza umana nel ventunesimo secolo. È umiliante, come ha detto quella ragazza, nel modo più profondo: ti dice che non sei degno di sapere, di parlare, di esistere nella conversazione del mondo. E nel frattempo, i negozi online che avevano osato pubblicare storie sui manifestanti uccisi si sono visti sospendere le pagine o chiudere per decreto. Solidarietà con i morti è diventata un reato.

La Persia è una civiltà che ha attraversato Alessandro, gli Arabi, i Mongoli, i Turchi, i Britannici. Ha ogni volta assorbito, trasformato, resistito. Non è una nazione che si piega facilmente. Ma non è neppure una nazione che merita questo — né il giogo di un regime che la soffoca e la fucila dall’interno, né le bombe di chi dice di volerla liberare dall’esterno.

La pioggia cade sui giusti e sugli ingiusti, dice il Vangelo di Matteo. Le bombe, purtroppo, non fanno distinzioni migliori. E chi le lancia non sembra neppure chiedersi, davvero, su chi stanno cadendo.