È necessario mantenere la calma pur nella vigilanza contro potenziali azioni terroristiche. In Italia l’Iran protesta contro le dichiarazioni del ministro degli esteri Tajani

L’incendio doloso contro le ambulanze del servizio volontario ebraico Hatzola, avvenuto a Golders Green, quartiere londinese con una forte presenza ebraica, è un fatto grave e inquietante. Due uomini, di 45 e 47 anni, sono stati arrestati con l’accusa di incendio doloso con intento di mettere in pericolo la vita, mentre la polizia britannica continua a cercare almeno un terzo sospetto. Le bombole d’ossigeno esplose nell’incendio hanno distrutto tre veicoli e danneggiato le case vicine. Nessuno è rimasto ferito, ma il Hvalore simbolico dell’attacco è evidente: colpire mezzi di soccorso ebraici parcheggiati davanti a una sinagoga significa colpire una comunità nel suo senso più concreto di vulnerabilità, di servizio e di appartenenza.

La polizia antiterrorismo britannica indaga anche su una rivendicazione comparsa su Telegram e firmata da un gruppo islamista finora sconosciuto, Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiyya, che avrebbe rivendicato altri attacchi in Europa contro obiettivi ebraici o occidentali. È comprensibile che, in un simile contesto, si guardi anche alla pista iraniana o a eventuali legami indiretti con reti vicine a Teheran. Ma proprio qui occorre mantenere il sangue freddo. Sarebbe prematuro, e politicamente irresponsabile, attribuire già adesso la responsabilità diretta allo Stato iraniano per un attentato che, per quanto odioso e allarmante, resta tutto sommato banale nella sua esecuzione materiale: un incendio notturno contro veicoli fermi, compiuto da soggetti che potrebbero appartenere a circuiti ideologici, emulativi o strumentalmente evocativi, senza che ciò equivalga automaticamente a una regia statale provata.

Lo stesso commissario della Metropolitan Police, Mark Rowley, ha invitato alla cautela: è troppo presto, ha detto, per attribuire l’attacco di Golders Green allo Stato iraniano. Ed è un punto decisivo. Una cosa è indagare su possibili collegamenti, un’altra è trasformare un sospetto investigativo in una verità politica già confezionata. Questo scarto non è un dettaglio tecnico. È il discrimine che separa uno Stato di diritto da una narrazione costruita sull’allarme.

Naturalmente, l’invito alla prudenza non può diventare cecità sul contesto. Perché il dato reale, che sarebbe sciocco negare, è che in Europa è cresciuto un clima di ostilità verso Israele che sempre più spesso eccede i confini della critica politica e assume i tratti di una demonizzazione identitaria. Ed è qui che il discorso diventa più delicato e più urgente. Criticare Netanyahu è legittimo; contestare la condotta del governo israeliano a Gaza, o in Cisgiordania, è legittimo; persino denunciare scelte gravissime della leadership israeliana può essere moralmente doveroso. Ma Netanyahu non è Israele. E Israele non è riducibile al suo governo.

In Israele ci sono persone meravigliose: famiglie che soffrono, pacifisti che manifestano, intellettuali critici, giovani che rifiutano il fanatismo, medici che curano, volontari che soccorrono, cittadini che non si riconoscono affatto nelle posture ideologiche della destra nazionalista. Confondere lo Stato di Israele con l’attuale leadership, o peggio ancora confondere il governo israeliano con gli ebrei in quanto tali, è precisamente il meccanismo mentale che porta dall’opposizione politica all’antisemitismo pratico. Quando si incendiano ambulanze ebraiche davanti a una sinagoga, non si sta colpendo Netanyahu: si sta colpendo una comunità civile. Si colpiscono ebrei, i loro simboli, i loro luoghi, i loro servizi. È questa la verità che non va nascosta sotto il rumore delle appartenenze ideologiche.

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi la dimensione diplomatica, anche italiana. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che, alla luce dell’escalation in Iran e nell’area mediorientale, l’Italia sta valutando anche il rischio di terrorismo sul proprio territorio. Le sue parole, pronunciate a margine del Rome Polar Forum al CNR, hanno richiamato l’attenzione sulla possibile estensione della minaccia e sulle misure di sicurezza già rafforzate dal Viminale. Tajani ha sottolineato che il governo sta lavorando “ventiquattro ore su ventiquattro” insieme alle altre istituzioni competenti per monitorare la situazione e proteggere i cittadini italiani.

Ma proprio questo passaggio mostra quanto sia scivoloso il terreno politico e comunicativo. In un contesto internazionale già estremamente teso, collegare in modo così diretto il dossier iraniano alla sicurezza interna italiana rischia di risultare inappropriato e di alimentare un clima di sospetto generalizzato. Il pericolo è evidente: trasformare una preoccupazione geopolitica in una suggestione indistinta che finisce per proiettarsi sulla comunità iraniana presente in Italia, quasi che l’origine nazionale o culturale diventi di per sé un indicatore di rischio. Ed è precisamente contro questa deriva che si è levata la durissima protesta dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma.

Nella sua nota, l’ambasciata parla di dichiarazioni “infondate e prive di qualsiasi riscontro concreto”, ma soprattutto le definisce una “grave offesa” verso una comunità iraniana all’estero descritta come culturalmente qualificata, rispettosa delle leggi e capace di offrire un contributo significativo ai Paesi in cui vive. Il testo insiste sul fatto che affermazioni di questo tipo non colpiscono solo un governo o una linea diplomatica, ma proiettano “un’ombra di sospetto su un’intera Nazione e sulla sua diaspora”, risultando “ingiuste e dolorose” oltre che lesive della dignità umana. La nota rivendica il patrimonio civile e culturale degli iraniani emigrati, presentati come medici, ingegneri, ricercatori, artisti e imprenditori che costruiscono ponti, non minacce; dialogo, non odio; convivenza, non violenza.

Al di là del tono inevitabilmente difensivo del documento diplomatico, il punto politico sollevato dall’ambasciata merita attenzione. Perché un conto è vigilare sul rischio terroristico, altro conto è lasciare intendere, anche solo indirettamente, una sovrapposizione tra tensione con Teheran e sospettabilità della diaspora iraniana. Sarebbe un errore grave, oltre che ingiusto. La comunità iraniana in Italia non può essere trattata come appendice automatica della Repubblica islamica, così come gli ebrei europei non possono essere trattati come appendice automatica del governo Netanyahu. In entrambi i casi la semplificazione ideologica produce lo stesso veleno: cancellare le persone reali e ridurle a simboli geopolitici.

È qui che emerge il dovere più difficile, ma anche più necessario, per il discorso pubblico europeo. Tenere insieme la condanna senza esitazioni dell’antisemitismo e il rifiuto delle attribuzioni precipitose; riconoscere la crescita dell’odio verso Israele, che ormai in molti casi prende di mira non una politica ma un popolo e i suoi segni, e nello stesso tempo evitare che il confronto con l’Iran degeneri in una retorica indiscriminata verso gli iraniani. La lucidità democratica consiste proprio in questo: distinguere senza attenuare, giudicare senza confondere, proteggere senza demonizzare.

Il rischio, altrimenti, è duplice. Da una parte si banalizza l’odio antiebraico che torna a manifestarsi in Europa in forme incendiarie, intimidatorie, simbolicamente feroci. Dall’altra si consegna alla propaganda una narrazione già pronta, in cui ogni episodio diventa la prova automatica di una guerra invisibile diretta da uno Stato, e ogni comunità diasporica un potenziale corpo estraneo da sospettare. Non è così che si difendono le società aperte. Le società aperte si difendono con le indagini, con le prove, con la precisione delle parole, con la protezione delle comunità minacciate e con il rifiuto delle generalizzazioni etniche o religiose.

Per questo Golders Green ci dice qualcosa che va oltre Londra. Ci dice che l’Europa sta entrando in una stagione in cui la critica politica rischia sempre più facilmente di mutarsi in odio identitario. E ci dice anche che, se non si distingue tra Netanyahu e Israele, tra Teheran e gli iraniani, tra un’indagine e una sentenza, si finisce per fare il gioco degli estremisti. I fanatici vivono di blocchi compatti: vogliono che ogni ebreo sia Netanyahu, che ogni iraniano sia il regime, che ogni conflitto sia assoluto. La democrazia, invece, vive di distinzioni. E oggi la distinzione più urgente è questa: condannare chi brucia ambulanze e sinagoghe, senza per questo incendiare a nostra volta la verità.