Due madri candidate al Nobel giungono a piedi scalzi dalla Palestina a Roma per la pace in Medio Oriente. Nel frattempo, il presidente del memoriale dell’Olocausto farfuglia una giustificazione sulla guerra israelo-americana contro l’Iran
Dani Dayan è un uomo colto e appassionato. Il presidente dello Yad Vashem intervistato dal quotidiano della CEI, parla della Shoah con la gravità di chi ne custodisce ogni frammento, ogni nome, ogni silenzio. Ha incontrato papa Leone, ha riflettuto sull’antisemitismo che torna a incancrenire le vene dell’Occidente, ha detto cose giuste e necessarie sul pericolo della dimenticanza. Eppure, quasi en passant, quasi fosse un’evidenza incontrovertibile, ha pronunciato una frase che merita di essere interrogata con rispetto ma senza deferenza: Israele non aveva scelta. E poi l’analogia storica, quella che più turba: «Come sarebbe cambiata la storia se nel 1939 i leader mondiali avessero avuto il coraggio di fermare Hitler prima che fosse lui ad attaccare?»
È una domanda che porta dentro di sé una risposta già costruita. Ed è una risposta sbagliata. Non sbagliata nei sentimenti che la animano — la paura è reale, il pericolo nucleare iraniano è reale, la memoria di Auschwitz è un abisso che nessuno ha il diritto di colmare con la distrazione — ma sbagliata nella sua logica, nella sua teologia, nella sua lettura della storia.
La dottrina non è un accessorio
La Chiesa cattolica ha elaborato nei secoli, da Agostino a Tommaso d’Aquino, da Francisco de Vitoria al Catechismo di Giovanni Paolo II, una riflessione sulla guerra che non è mai stata un’apologia del pacifismo ad ogni costo, ma nemmeno una benedizione all’iniziativa bellica preventiva. Il paragrafo 2309 del Catechismo è netto: la guerra può essere considerata giusta soltanto se risponde a un’aggressione in atto, se ogni altra via è stata esaurita, se esiste una ragionevole speranza di successo e se i mali prodotti non superano quelli che si vuole evitare. Il termine «preventiva» non compare tra i criteri. Non perché i redattori fossero ingenui, ma perché avevano capito qualcosa che l’argomento di Dayan non coglie: chi stabilisce quando il pericolo è abbastanza imminente da giustificare il primo colpo? Chi è il giudice dell’intenzione altrui?
Giovanni Paolo II, che aveva conosciuto l’occupazione nazista in prima persona, si oppose con forza alla guerra in Iraq del 2003, definita dai suoi promotori come risposta a una minaccia imminente di armi di distruzione di massa. Papa Francesco ha più volte ribadito che la guerra preventiva non trova spazio nella dottrina della pace giusta. Non si tratta di ingenuità politica: si tratta di ricordare che la «guerra preventiva» è la formula con cui ogni aggressore della storia ha giustificato il proprio primo sparo.
La storia che non si può riscrivere così
Ma è proprio l’analogia hitleriana che richiede un supplemento di onestà storica. L’ascesa di Hitler non fu un incidente meteorologico che sarebbe bastato intercettare con tempestività militare. Fu il prodotto di una catena di umiliazioni, di errori politici e di complicità internazionali che nessuna coalizione armata del 1936 o del 1937 avrebbe potuto cancellare alla radice.
Il Trattato di Versailles del 1919 — voluto in quella forma punitiva soprattutto dalla Francia, con l’acquiescenza britannica — non fu un atto di giustizia postbellica: fu una vendetta che spezzò l’economia tedesca, svuotò la Repubblica di Weimar di legittimità e creò il humus in cui attecchì il nazionalsocialismo. John Maynard Keynes lo scrisse nel 1919, con profetica lucidità, ne Le conseguenze economiche della pace: quella pace era una miccia, non una fondazione. I «leader mondiali» che Dayan invoca come potenziali salvatori erano gli stessi che avevano firmato quella pace umiliante, che avevano lasciato la democrazia tedesca senza sostegno durante la crisi del 1929, che avevano guardato altrove quando Hitler smantellava pezzo per pezzo il sistema costituzionale di Weimar.
E poi c’è il patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, che non va dimenticato: l’Unione Sovietica non era la grande potenza antifascista che la narrazione resistenziale ha talvolta costruito. Stalin e Hitler si spartirono la Polonia, le repubbliche baltiche, la Finlandia orientale. Il nazismo fu reso possibile anche da questa complicità. Fermarlo «prima» avrebbe richiesto non un’alleanza militare improvvisata, ma decenni di scelte diverse: sul dopoguerra, sulla democrazia, sull’economia, sulla diplomazia. La guerra preventiva è la soluzione militare a un problema che era e resta politico, morale, strutturale.
I piedi nudi di Reem e Yael
Mentre Dani Dayan parlava nel cuore di Roma di ciò che sarebbe potuto essere, a poche centinaia di metri dall’Ara Pacis due donne si toglievano le scarpe. Reem Al-Hajajreh, palestinese, e Yael Admi, israeliana. Entrambe madri. Entrambe con figli uccisi da questa guerra senza fine. Entrambe candidate al Nobel per la Pace.
C’è qualcosa di evangelicamente potente in quel gesto. I piedi nudi non sono solo un simbolo di vulnerabilità: nella tradizione biblica sono il segno di chi sta su una terra santa, di chi riconosce di non possedere il suolo su cui cammina. Mosè si tolse i sandali davanti al roveto ardente. Reem e Yael li hanno tolti davanti alla storia che le ha ferite.
La loro marcia non porta una risposta militare né una soluzione politica confezionata. Porta qualcosa di più difficile e più necessario: la testimonianza che dall’altra parte ci sono esseri umani che soffrono come noi, che piangono come noi, che vogliono che i loro figli crescano e non muoiano. «Non vogliamo che i nostri figli siano uccisi», ha detto Yael, «e non vogliamo che crescano per uccidere». Non è un programma di governo. È il fondamento senza il quale nessun programma regge.
La dottrina cattolica non offre soluzioni facili. Ma offre un principio che risuona in quel camminare scalzo: la pace non è l’assenza di guerra, è la presenza della giustizia. E la giustizia non si ottiene anticipando il colpo dell’avversario, ma costruendo — lentamente, dolorosamente, a piedi nudi — le condizioni perché l’avversario non abbia più ragione di colpire.
La memoria vera e quella comoda
Yad Vashem custodisce sei milioni di nomi. È un dovere sacro. Ma la memoria della Shoah non può diventare la giustificazione permanente di ogni scelta militare israeliana, proprio come la memoria della Nakba non può diventare la giustificazione permanente di ogni violenza palestinese. La memoria vera è quella che trasforma chi la porta, non quella che la usa come scudo.
Dayan ha detto che i testimoni diretti stanno scomparendo e che questo rende il lavoro più difficile e più necessario. Ha ragione. Ma i testimoni veri non chiedono vendetta: chiedono che non accada di nuovo. Zachor — ricorda — non significa ripeti. Significa: sii abbastanza lucido da non ricominciare.
Forse il senso più profondo dell’incontro romano di questi giorni non sta nelle parole pronunciate nelle udienze vaticane, per quanto importanti. Sta nel contrasto silenzioso tra chi ragiona di storia con la mappa dei conflitti in mano e due donne che camminano sull’asfalto di piazza del Popolo senza scarpe, cercando nell’altra il volto di una sorella.
La pace non si costruisce dimostrando che l’altro avrebbe attaccato per primo. Si costruisce scegliendo di non attaccare, anche quando si è convinti di averne il diritto.
Ogni elzeviro non vuole trovare soluzioni ma apre un orizzonte di riflessione che interroga e interpella ogni lettore…
