Quattrocentotrentaquattro chilometri quadrati. Lo ha annunciato Zelensky di persona, con la soddisfazione di chi non aveva simili notizie da comunicare dal novembre 2022. L’offensiva nella regione di Dnipropetrovsk ha riportato quel territorio sotto il controllo di Kiev dopo settimane di avanzata condotta senza sosta dall’inizio di gennaio. Sul campo, gli ucraini attaccano. Sul campo, gli ucraini avanzano. Sul campo, sono gli ucraini a tenere l’iniziativa.

E tuttavia, prima di lasciarsi trasportare dall’entusiasmo, conviene fermarsi e guardare la mappa nella sua interezza. Quattrocentotrentaquattro chilometri quadrati sono, per intendersi, meno della metà della provincia di Roma. In una guerra combattuta su un fronte di oltre mille chilometri, in un paese grande quanto la Francia, rappresentano un successo tattico significativo — ma non una svolta strategica. La guerra in Ucraina non si vince con un’offensiva di gennaio. Si vince — o si perde — nell’arco di anni, con risorse che nessuno dei due contendenti sembra avere in misura sufficiente per chiuderla rapidamente.

Il paradosso di Mosca: bloccata ma non sconfitta

Le truppe russe sono ferme dall’inizio dell’inverno. Non sono riuscite a completare l’accerchiamento di Pokrovsk, la città-fortezza del Donetsk su cui il Cremlino insiste da quasi due anni. Il gelo ha ridotto l’efficacia dei droni — uno dei settori in cui Mosca aveva guadagnato un vantaggio tattico rilevante, soprattutto con i modelli a guida via cavo. E poi è arrivato il taglio delle connessioni Starlink ai sistemi russi, che ha paralizzato le comunicazioni tra i comandi e le armi ad alta tecnologia, aprendo quella “zona grigia” che gli strateghi ucraini hanno saputo sfruttare per l’avanzata nel Dnipropetrovsk.

Ma sarebbe un errore leggere tutto questo come il preludio al collasso russo. La macchina militare di Mosca è lenta, è burocratica, è capace di errori tattici che un esercito occidentale non commetterebbe. Ma sa anche adattarsi. Lo fa con la capacità di assorbimento tipica di un sistema che dispone di risorse materiali e umane enormemente superiori a quelle dell’avversario. I tecnici russi stanno già lavorando per aggirare il buco nelle comunicazioni satellitari: nell’ultimo attacco su Kiev, sfiorato piazza Maidan, sono stati utilizzati droni con sistemi di navigazione basati sull’intelligenza artificiale, che trovano la rotta senza dipendere dal segnale satellitare. Una risposta tecnologica all’interruzione tecnologica, con i tempi di reazione che sono sempre stati il punto debole russo — non l’incapacità di risposta.

E il fronte tiene, nella sua orribile continuità. Da sud la pressione su Kostantynivka non cessa. A nord di Lyman un contrattacco ucraino ha allontanato la minaccia immediata, ma la linea rimane contesa. Pokrovsk — quella città che avrebbe già dovuto cadere secondo le proiezioni di sei mesi fa — è ancora in piedi, ancora ucraina, ancora sotto assedio. Il pantano, come si definiva la guerra di trincea del Novecento, è la condizione permanente di questo conflitto: nessuno avanza abbastanza da vincere, nessuno arretra abbastanza da perdere.

La partita dei droni e dei missili

Mentre il fronte terrestre si muove di centinaia di chilometri quadrati al mese, c’è un’altra guerra che si combatte nell’ombra e che potrebbe avere effetti più decisivi sul medio termine. Kiev ha intensificato in modo significativo i raid in profondità contro il territorio russo: raffinerie, fabbriche di armamenti, infrastrutture logistiche. Il colpo più preciso è stato quello allo stabilimento di microelettronica di Bryansk — una struttura che produce componenti per i sistemi di guida dei missili russi, centrata da una raffica di cruise Storm Shadow di fabbricazione europea.

Non è la prima volta che l’Ucraina colpisce in profondità. Ma la sistematicità con cui queste operazioni vengono ora condotte — e la potenza crescente degli ordigni impiegati — suggerisce una strategia deliberata di degradazione industriale: rendere più costoso per Mosca produrre le armi che usa, allungare i tempi di riparazione delle infrastrutture danneggiate, logorare la base produttiva bellica russa con la stessa lentezza con cui la Russia lora quella ucraina.

Sul Mar Nero, i droni navali ucraini continuano a colpire le rotte di rifornimento verso la Crimea. Le navi traghetto che aggiravano il ponte di Kerch trasportando munizioni sono finite nel mirino. I moli del porto di Kavkaz sono stati danneggiati. È una guerra marittima asimmetrica che l’Ucraina sta conducendo con mezzi limitati e risultati sproporzionati.

Eppure anche qui occorre spegnere gli entusiasmi: distruggere una raffineria non ferma un’armata. Danneggiare una fabbrica non esaurisce un arsenale. La Russia produce, ripara, adatta. Più lentamente di Kiev, ma con volumi che Kiev non può eguagliare. La guerra di logoramento favorisce strutturalmente chi ha più da logorare.

Il fattore Iran e la geometria del vantaggio russo

C’è un elemento che rischia di essere sottovalutato nell’analisi della situazione attuale: la guerra in Medio Oriente sta oggettivamente giovando a Mosca. L’aumento del prezzo del petrolio che il conflitto iraniano ha prodotto si traduce in entrate aggiuntive per il bilancio russo — entrate che finanziano la macchina bellica nel momento in cui ne ha più bisogno. Nel contempo, la crisi di Hormuz assorbe risorse militari e attenzione politica occidentale che altrimenti potrebbero essere indirizzate verso Kiev.

Il crollo nelle consegne dei sistemi Patriot all’Ucraina — una conseguenza diretta delle priorità ridefinite dalla crisi con l’Iran — è un esempio concreto di come le due guerre si stiano alimentando a vicenda in modo asimmetrico: Mosca guadagna risorse e respiro, Kiev perde un sistema di difesa aerea che era diventato irrinunciabile contro i bombardamenti sulle infrastrutture elettriche.

E proprio sulle infrastrutture civili si concentra ora una nuova fase dell’offensiva aerea russa. Dopo settimane di pausa, i bombardamenti sulle centrali elettriche sono ripresi. La distruzione della diga e di parte della centrale idroelettrica di Novodnistrovsk ha provocato l’inquinamento del fiume Dniester, con conseguenze che si estendono oltre i confini ucraini fino alle riserve idriche moldave. È una guerra condotta anche attraverso il danneggiamento dell’ambiente e delle risorse naturali condivise — una dimensione del conflitto che l’opinione pubblica europea ancora non ha del tutto incorporato nella propria consapevolezza.

L’Europa che si sgretola

Ed è qui che il quadro diventa più preoccupante di qualsiasi notizia dal fronte. Il successo tattico ucraino nel Dnipropetrovsk rischia di rivelarsi inutile — è la parola esatta, “inutile”, usata senza retorica — se il sostegno europeo dovesse venir meno.

Il premier belga ha detto ciò che molti pensano e pochi osano dire: che l’Europa deve normalizzare i rapporti con la Russia, che il petrolio caro sta erodendo la solidarietà, che in privato i leader europei sono d’accordo con lui anche se in pubblico tacciono. Non è un’opinione marginale espressa da un politico di secondo piano: è il premier di uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea, il paese che ospita le istituzioni comunitarie, che dice apertamente che la coesione europea sul fronte ucraino si sta incrinando sotto la pressione economica.

Il Belgio non ha ancora consegnato nemmeno uno dei trenta caccia F-16 promessi a Kiev. Non uno. In una guerra in cui ogni aereo, ogni missile, ogni drone conta, questa inadempienza non è un dettaglio burocratico: è un segnale politico di portata strategica.

La sincronía tra le parole di Lavrov e quelle di Trump — entrambi che ripetono gli stessi argomenti sulle “trattative” e sulla “soluzione negoziale” — non è casuale. È il linguaggio di chi vuole congelare il conflitto alle condizioni attuali, il che significa congelare le conquiste territoriali russe, il che significa — nella realtà dei fatti — una vittoria parziale di Mosca mascherata da pace.

Il pantano come condizione permanente

Quattrocentotrentaquattro chilometri quadrati riconquistati. Pokrovsk ancora assediata ma non caduta. I droni russi con l’IA che trovano la rotta verso Kiev. Gli Storm Shadow che colpiscono le fabbriche di microchip a Bryansk. Il Belgio che non consegna gli F-16. Il petrolio a cento dollari che erode la pazienza europea.

Questo è il quadro reale della guerra in Ucraina nel marzo 2026: non la vittoria ucraina che i titoli celebrano, non la marcia trionfale russa che Trump evoca. Un pantano sofisticato, tecnologicamente avanzato, geopoliticamente interconnesso con tutti gli altri conflitti del pianeta — e proprio per questo più difficile da leggere e da concludere di quanto qualsiasi analisi a caldo suggerisca.

Le guerre che assomigliano a questo raramente finiscono con una vittoria netta. Finiscono quando qualcuno esaurisce la volontà di combattere — non le munizioni, non i soldati, ma la volontà politica di sostenere i costi. E la volontà più fragile, in questo momento, non è quella ucraina. Non è nemmeno quella russa. È quella europea.