ENI, la Libia, Hormuz e la geografia energetica che cambia tutto, ma non abbastanza in fretta

La notizia che vale più delle borse

Nelle stesse ore in cui le petroliere si fermavano nello Stretto di Hormuz e il prezzo del gas europeo tornava a mordere i bilanci delle famiglie, sotto il fondale libico del Mediterraneo si apriva una finestra. Eni ha scoperto due maxi strutture geologiche in Libia che, secondo le prime rilevazioni volumetriche, dovrebbero contenere complessivamente oltre 28 miliardi di metri cubi di gas. Ventotto miliardi. Quasi un anno e mezzo di importazioni italiane dalla Russia prima della guerra, stipati in due sacche di roccia porosa a ottantacinque chilometri dalla costa libica.

Le nuove strutture si chiamano Bahr Essalam South 2 e Bahr Essalam South 3 — BESS 2 e BESS 3, nella nomenclatura tecnica che suona quasi musicale in questo contesto, come se il sottosuolo avesse deciso di rispondere in sigla alle sigle della crisi geopolitica. Data la vicinanza allo storico campo offshore di Bahr Essalam, il più grande del Paese, lo sviluppo potrebbe essere piuttosto celere, nell’ordine di un paio d’anni.

Un paio d’anni. In un settore in cui i tempi di sviluppo si misurano in decenni, è quasi un’urgenza. Ma in un continente che ha appena scoperto — di nuovo, dolorosamente — di poter perdere il trenta per cento delle proprie forniture energetiche nel giro di una notte, è anche, lo diciamo senza ironia, il tempo di una guerra.

La mappa del rischio che non avevamo aggiornato

Per capire cosa significano queste scoperte occorre prima capire da dove veniamo. Nel 2022 oltre il 40% dei flussi di metano del continente provenivano da Mosca, mentre oggi la quota è irrisoria. Quattro anni di diversificazione accelerata, di accordi con Qatar, Algeria, Nigeria, Azerbaigian, di rigassificatori installati con la velocità emergenziale che in tempi normali avrebbe richiesto lustri di istruttorie ambientali. Un risultato che i tecnici di Bruxelles guardano con orgoglio — giustificato — e che i governi europei hanno trasformato in narrazione della resilienza.

E poi è arrivato Hormuz.

Il vuoto lasciato dal gas russo è stato colmato dai carichi di gas naturale liquefatto, che il più delle volte salpano dagli Stati Uniti o dei Paesi del Golfo Arabico. Passando attraverso lo stretto di Hormuz. Ecco la nuova rotta da riscrivere, almeno finché vige il blocco de facto.

L’ironia storica è feroce: avevamo sostituito una dipendenza con un’altra, e la nuova dipendenza passa per lo stesso stretto che da quarant’anni chiunque studi geopolitica energetica indica come il punto di maggiore vulnerabilità del sistema energetico globale. Abbiamo diversificato i fornitori mantenendo invariata la bottiglia. Hormuz è quella bottiglia.

Dal Qatar è arrivato il 10 per cento del gas italiano nell’anno scorso. Per questo mese i cinque carichi acquistati da Edison sono stati confermati. Ma da aprile la situazione si complica: il fornitore QatarEnergy ha fatto appello alla forza maggiore, cancellando le consegne.

Force majeure. Due parole in francese che nei contratti energetici significano: non è colpa nostra, è la guerra. E la guerra, a differenza degli algoritmi di ottimizzazione dei portafogli energetici, non chiede permesso.

Il Greenstream e il senso di ciò che abbiamo sotto i piedi

Il gasdotto Greenstream è una delle infrastrutture più importanti e meno conosciute del sistema energetico italiano. Collega Mellitah, in Libia, a Gela, in Sicilia. Sotto il Canale di Sicilia, in quello stesso Mediterraneo che è diventato il principale teatro delle tragedie migratorie europee, scorre il gas che riscalda le case del Nord Italia. C’è qualcosa di politicamente e moralmente complesso in questa coincidenza geografica che quasi nessuno nomina, e che pure sarebbe necessario nominare ogni volta che si parla di forniture libiche.

Il gas estratto da BESS 2 e BESS 3 sarà destinato in prima battuta al mercato domestico, in base alle richieste giornaliere formulate dal ministero libico. L’eccedenza potrà invece essere esportata verso l’Italia, attraverso il gasdotto Greenstream che collega i due Paesi. E che ha un buon margine per aumentare la capacità di gas trasportato.

Il buon margine del Greenstream è una delle buone notizie che emergono da questa vicenda. L’altra buona notizia è tecnica: dai dati di perforazione emerge un’ottima qualità del reservoir, la roccia porosa e permeabile in cui si accumulano gli idrocarburi, con produttività confermata da test eseguiti sul primo pozzo. Non è scontato: molte scoperte promettenti si rivelano, alla perforazione, meno ricche o meno accessibili del previsto. Qui i test confermano. Il giacimento è reale, è produttivo, è vicino all’infrastruttura esistente.

In condizioni geopolitiche stabili, sarebbe semplicemente una buona notizia industriale per ENI. In questo contesto — con Hormuz bloccato, il Qatar che invoca la forza maggiore e l’Europa che deve riempire gli stoccaggi estivi per sopravvivere all’inverno — è qualcosa di più. È un pezzo del puzzle di cui l’Italia ha urgente bisogno.

L’infrastruttura reggente

Il sistema italiano del gas è più robusto di quanto la narrazione emergenziale lasci intendere. Nel 2024 i dieci punti di entrata della rete tricolore totalizzavano una capacità di trasporto di quasi 140 miliardi di metri cubi. Più del doppio della domanda di metano annuale. Questo non significa che il problema non esiste: significa che il problema è di flusso, non di capacità. La rete può trasportare molto più di quanto riceva oggi; il nodo è garantire che arrivino i volumi, non che ci sia spazio per farli passare.

I cinque terminali di rigassificazione — Panigaglia, Rovigo, Piombino, Ravenna e Livorno — nel 2025 hanno accolto e convertito 20,2 miliardi di metri cubi di gas, contro una capacità totale di 28. Quasi otto miliardi di margine non utilizzato. Una riserva di capacità che con i contratti giusti potrebbe essere attivata relativamente in fretta — ma con la sottolineatura che i contratti di lungo periodo richiedono tempo per essere negoziati, e il tempo è esattamente ciò che il blocco di Hormuz non concede.

Sul fronte dei gasdotti, gli occhi sono puntati sulla rotta algerina che sbuca a Marzara del Vallo, in Sicilia, dove nel 2024 il livello di saturazione era poco sopra all’80%. C’è margine anche nel TAP, potenziato di recente, e soprattutto a Passo Gries, nelle Alpi piemontesi, dove arriva il gas dei rigassificatori francesi e quello estratto nel Mare del Nord.

La Libia si inserisce in questo sistema come un tassello di breve-medio termine particolarmente prezioso: bypassa completamente Hormuz, utilizza un’infrastruttura esistente, e si trova in un paese con cui l’Italia ha una relazione energetica consolidata — per quanto politicamente complicata — da decenni.

ENI e la sua logica di portafoglio globale

Le scoperte libiche non sono un episodio isolato. Sono l’ultimo atto di una strategia di diversificazione del portafoglio upstream che ENI ha costruito con metodo nel corso degli ultimi anni, anticipando — o forse semplicemente leggendo con attenzione — la vulnerabilità europea che Hormuz ha ora reso evidente a tutti.

Il quadro è impressionante per ampiezza geografica. L’accordo con Repsol e PDVSA accelera lo sfruttamento del giacimento di Perla, in Venezuela, mentre in Argentina procedono serrate le operazioni verso la decisione finale di investimento per produrre ed esportare gas liquido dal maxi campo di Vaca Muerta. Il gruppo ha siglato un accordo con la statunitense Venture Global per acquistare due milioni di tonnellate di GNL l’anno per un ventennio.

Lo scorso mese è salpato il primo carico di GNL da una nuova nave rigassificatrice in Congo, mentre altri progetti a Cipro e in Mozambico dovrebbero essere avviati a stretto giro. In Nigeria, la risoluzione di alcune controversie legali permetterà di negoziare nuovi accordi di esplorazione, e nel sud-est asiatico un nuovo satellite upstream creato con Petronas tra Indonesia e Malesia prevede una produzione di 500 mila barili per il continente.

È la geografia del Cane a sei zampe: ogni zampa piantata in un continente diverso, ogni artiglio in un giacimento che bilancia gli altri. Venezuela e Indonesia, Congo e Argentina, Cipro e Libia. Un portafoglio costruito per resistere esattamente al tipo di shock che si è verificato — uno shock geopolitico regionale che isola una rotta, blocca una fonte, fa saltare un contratto.

C’è però una differenza cruciale che la crisi di Hormuz ha messo a nudo: la diversificazione geografica dei giacimenti non coincide necessariamente con la diversificazione delle rotte. Se buona parte del GNL globale passa per lo stesso stretto, avere contratti con fornitori di quattro continenti non serve a molto quando quello stretto è bloccato. La lezione che le scoperte libiche — e la rotta del Greenstream — insegnano è più sottile: la vera diversificazione è quella che moltiplica non solo i fornitori, ma le infrastrutture fisiche di trasporto.

Il prezzo della lentezza

La prima e più costosa soluzione immediata è acquistare gas liquido sui mercati spot, pagandolo al prezzo che impone l’elevata concorrenza asiatica. Le cifre si aggirano intorno ai 50 euro al megawattora. Cinquanta euro al megawattora. Chi ricorda il 2021-2022 ricorda cosa significano quei numeri per le bollette domestiche, per i costi industriali, per l’inflazione.

I consumi dovrebbero calare con l’arrivo della primavera e gli operatori hanno ancora qualche settimana di tempo prima che inizi la stagione in cui riempire gli stoccaggi in vista dell’inverno. Se i prezzi non dovessero sgonfiarsi, le scorte si accumulerebbero più lentamente e allora il governo potrebbe decidere di intervenire.

“Qualche settimana di tempo.” In geopolitica energetica, è quasi niente. Il blocco di Hormuz, se si prolunga, non incontra l’estate con i magazzini pieni: li trova a metà percorso. E un inverno con gli stoccaggi insufficienti non è uno scenario tecnico: è una crisi politica, sociale, industriale.

È in questo contesto che i due anni di sviluppo per BESS 2 e BESS 3 assumono il loro significato pieno. Non risolvono il problema di questa primavera. Non riempiono gli stoccaggi del prossimo inverno. Ma se la crisi di Hormuz dovesse prolungarsi — o se una nuova crisi simile dovesse verificarsi in futuro, come la logica della instabilità geopolitica globale suggerisce probabile — avere quei ventotto miliardi di metri cubi accessibili dal Greenstream, senza toccare Hormuz, senza dipendere dal Qatar, senza comprare spot a prezzi asiatici, è la differenza tra la vulnerabilità e la resilienza.

La Libia che rimane

Non sarebbe onesto concludere senza nominare l’elefante nella stanza. La Libia non è la Norvegia. È un paese diviso, con un governo a Tripoli e un’autorità concorrente a Bengasi, con milizie che controllano territori e infrastrutture, con una stabilità politica che i rapporti internazionali classificano come “fragile” in anni buoni e “assente” in anni cattivi.

ENI opera in Libia da settant’anni. Conosce questo territorio meglio di chiunque altro. Ha imparato a muoversi tra le fazioni, a mantenere i pozzi aperti durante le crisi, a proteggere il Greenstream quando tutto intorno bruciava. È una competenza industriale e diplomatica che ha pochi equivalenti nel mondo.

Ma la domanda che ogni responsabile della sicurezza energetica europea dovrebbe porsi non è se ENI sa fare il suo mestiere in Libia — lo sa. La domanda è se la Libia, come qualunque singola fonte, può essere il punto di appoggio su cui costruire la sicurezza energetica di un continente. E la risposta, chiunque abbia guardato la mappa negli ultimi vent’anni, è no.

Le scoperte di BESS 2 e BESS 3 sono buone notizie. Sono notizie necessarie. Sono un pezzo del puzzle che l’Italia e l’Europa devono completare con urgenza. Ma il puzzle ha molti pezzi ancora mancanti: le energie rinnovabili che riducono la domanda di gas, le rotte alternative a Hormuz, gli accordi di lungo periodo che i due anni di sviluppo libico rendono più urgenti, non meno.

Il Cane a sei zampe ha trovato gas sotto il Mediterraneo. Bene. Adesso bisogna costruire il sistema che lo renda utile quando serve — e non solo quando il giacimento è pronto, ma quando la crisi è già in corso.