Una nave russa alla deriva si avvicina alle coste italiane. Rischio ambientale

C’è qualcosa di perturbante nell’immagine di una nave fantasma che deriva nel Mediterraneo. Duecentosettantasette metri di acciaio, silenzio e fuoco sopito, carica di una materia che potrebbe trasformare il mare in una catastrofe: la Arctic Metagaz galleggia senza equipaggio nel canale di Sicilia come un messaggio in bottiglia scritto dalla guerra. Un messaggio che nessuno vuole leggere troppo da vicino.

La guerra, appunto. Perché bisogna chiamarla con il suo nome, anche quando si manifesta sotto forma di droni anonimi che attaccano una petroliera al largo di Malta, anche quando il fronte sembra lontano migliaia di chilometri e il pericolo arriva invece a ventisei miglia da Linosa, a pochi gradi di latitudine dalle coste italiane. La guerra in Ucraina ha dilatato i propri confini ben oltre le trincee del Donbass: li ha estesi alle rotte commerciali, alle infrastrutture energetiche, ai fondali del Mar Baltico — dove giacciono ancora i resti del Nord Stream — e adesso al cuore del nostro mare.

Il Mediterraneo è sempre stato uno specchio della storia. Lo è oggi più che mai, percorso com’è da una flottiglia silenziosa di metaniere cariche di gas liquefatto americano e qatariota, sostituto affrettato di quello russo dopo il 24 febbraio 2022. L’Europa ha deciso — giustamente — di affrancarsi dal gas di Putin; ma nel farlo ha moltiplicato il traffico di navi cisterna in acque già affollate, già fragili, già teatro di troppi disastri annunciati. La transizione energetica, urgentissima e necessaria, non può essere semplicemente la sostituzione di un tubo con mille navi: richiede una strategia, una visione, una responsabilità che i governi stentano ancora ad assumersi pienamente.

La vicenda della Arctic Metagaz è dunque uno specchio nel quale si riflettono molte delle contraddizioni del nostro tempo. C’è l’impreparazione degli Stati di fronte a emergenze ibride — né guerre dichiarate né pace comoda — in cui le regole del diritto internazionale marittimo sembrano scritte per un mondo che non esiste più. C’è la grottesca asimmetria tra la solerzia con cui Malta ha salvato i trenta marinai russi e la lentezza cronica con cui quegli stessi mari trattano i naufraghi senza passaporto. C’è, infine, la fragilità ecosistemica di un bacino semichiuso come il Mediterraneo, dove centoventiduemila metri cubi di metano liquefatto rilasciati in acqua non sarebbero solo un numero: sarebbero la fine di una porzione di vita marina, la compromissione di coste, di economie, di generazioni future.

I danni della guerra non si misurano soltanto in vite umane e città distrutte — pur essendo quelli i danni supremi, i più intollerabili. Si misurano anche in questo: nell’instabilità che si propaga come un’onda lunga, raggiungendo porti e fondali lontani, avvelenando le logiche del commercio e della convivenza. Ogni drone che colpisce una nave trasforma il mare in un campo minato invisibile; ogni risposta militare giustificata dalla guerra alimenta spirali di ritorsione che nessuno sa dove finiranno.

La Arctic Metagaz deriva. Il governo italiano si riunisce e dichiara di essere pronto al «supporto». Le previsioni dicono che il vento cambierà. Speriamo che cambino, prima o poi, anche le altre previsioni: quelle che ci narrano un mondo in cui le guerre si combattono solo altrove, i disastri capitano solo agli altri, e il Mediterraneo è ancora, nonostante tutto, soltanto un luogo di bellezza e di pace.