Cuba, Venezuela, la pace e i poveri della storia

Intervista a Luciano Vasapollo
a cura di P. Alfonso M. Bruno, FI
Giornalista Francescano

Luciano Vasapollo è economista, docente universitario e direttore del Centro Studi CESTES-USB. Da decenni è una delle voci più autorevoli dell’analisi critica dell’economia e dei processi geopolitici internazionali, con un lavoro di ricerca e divulgazione che mette il sapere al servizio delle lotte dei lavoratori e dei popoli. Il 25 febbraio 2026 ha incontrato Papa Leone XIV, e il 10 marzo 2026 il Cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI. Lo incontriamo in redazione in un momento in cui il Medio Oriente brucia, Cuba resiste e il mondo cerca ancora una rotta di pace.

L’uomo e la missione

P. Bruno: Professor Vasapollo, cominciamo dall’inizio. Chi è Luciano Vasapollo, e come si è ritrovato — economista, accademico, intellettuale di formazione marxista — a dialogare con il Papa e con il presidente della CEI su Cuba e Venezuela?

Vasapollo: È una domanda che mi faccio anch’io, a volte, con una certa meraviglia. La risposta onesta è che non ho mai separato il sapere dall’impegno. L’economia non è una scienza neutrale. Descrive il mondo come è, ma implica sempre una scelta su come dovrebbe essere. Fin dagli anni della mia formazione ho scelto di stare dalla parte di chi subisce le conseguenze delle scelte economiche altrui — i lavoratori, i popoli impoveriti, le nazioni sotto embargo. E quella scelta, nel corso degli anni, mi ha portato in luoghi inaspettati. Anche in Vaticano.

La Chiesa — e mi riferisco in particolare alla linea che va da Giovanni Paolo II a Francesco, e che Leone XIV sta continuando con grande coerenza — ha sviluppato una lettura dei processi economici e geopolitici che in molti punti converge con l’analisi critica del capitalismo. La Fratelli tutti, la Laudato si’, i discorsi di Leone XIV: sono documenti che un economista legge con attenzione e con rispetto. Perché dicono cose vere. Perché nominano le ingiustizie con il loro nome. E quando si dice la verità, i percorsi finiscono per incrociarsi, anche partendo da punti di partenza molto diversi.

P. Bruno: È una posizione che non tutti comprendono. C’è chi, a sinistra, vede con sospetto questo dialogo con la Chiesa. E chi, nella Chiesa, potrebbe guardare con diffidenza a un intellettuale marxista.

Vasapollo: Lo so. E lo accetto. Ma mi si permetta di dire una cosa: i popoli che soffrono non possono permettersi il lusso del settarismo. A Cuba mancano i medicinali. In Venezuela ci sono milioni di persone che hanno perso tutto per le sanzioni americane. In Sudan muoiono di fame ogni giorno, nell’indifferenza generale. Di fronte a questo, chiedersi se chi mi siede accanto sia abbastanza ortodosso dal punto di vista ideologico mi sembra una forma di aristocrazia intellettuale che non mi appartiene. Io lavoro con chiunque abbia a cuore la dignità umana. E la Chiesa, quando è fedele al Vangelo — e Leone XIV lo è, con grande chiarezza — ha a cuore la dignità umana.

L’udienza con Papa Leone XIV

P. Bruno: Parliamo dell’incontro con Leone XIV. Il 25 febbraio. Cosa l’ha colpita di più di quell’udienza?

Vasapollo: La qualità dell’ascolto. Leone XIV non ci ha ricevuto con la cortesia protocollare di chi deve far passare venti minuti prima dell’appuntamento successivo. Ci ha ascoltati davvero. Ha fatto domande precise, ha chiesto dettagli sulla situazione sanitaria a Cuba, sulla disponibilità di carburante, sull’impatto delle sanzioni extraterritoriali sulle banche che commerciano con l’isola. Non era un interlocutore che approvava con un cenno e pensava ad altro. Era un uomo informato, attento, mosso da una preoccupazione genuina.

Quello che mi ha colpito, soprattutto, è stata la sua chiarezza sul fatto che le sanzioni economiche indiscriminate sono una forma di violenza contro i civili. Non l’ha detto con toni diplomatici. Lo ha detto con la franchezza di chi ha già riflettuto a lungo sul tema. Ha usato parole che richiamavano la Fratelli tutti — dove Francesco scriveva esplicitamente che le sanzioni “colpiscono indistintamente la popolazione civile” — ma le ha calate nella realtà concreta di oggi. Ha capito che parlare di Cuba nel 2026 non è parlare di storia. È parlare di gente che non trova l’insulina al supermercato.

P. Bruno: Ha portato un dono al Papa. Un libro su José Martí. Perché quella scelta?

Vasapollo: Martí non è solo un eroe nazionale cubano. È una delle figure più alte del pensiero latinoamericano dell’Ottocento: poeta, giornalista, rivoluzionario, “martire”. Ha teorizzato l’indipendenza non come fine politico ma come condizione della dignità umana. Ha scritto cose di una modernità sconcertante sull’imperialismo, sul neocolonialismo, sulla necessità che i popoli del Sud del mondo trovino la propria voce e il proprio cammino senza aspettare il permesso di nessuno. Portare Martí nelle mani del Papa significava dire: guarda, questo è il cuore morale e culturale di quello che difendiamo. Non un regime. Un’idea di umanità.

E Leone XIV ha capito immediatamente. Ha tenuto il libro tra le mani, l’ha sfogliato, ha fatto un’osservazione sull’eredità di Martí nel pensiero latinoamericano contemporaneo. Era evidente che non era la prima volta che incontrava quel nome. È un Papa di grande cultura, e la cultura latinoamericana non gli è estranea.

P. Bruno: Cosa ha detto, al momento del congedo?

Vasapollo: Ci ha incoraggiati. E voglio che questa parola abbia il peso che merita: non un’approvazione generica, non un “andate in pace” rituale. Ci ha detto che il lavoro che stavamo facendo — portare informazione, costruire reti di solidarietà, tenere viva l’attenzione sui popoli dimenticati — era necessario. Che la Chiesa aveva bisogno di interlocutori che conoscessero il terreno. Che la pace non si costruisce nei palazzi ma nei villaggi, nelle fabbriche, nelle corsie degli ospedali che mancano di siringhe. Un incoraggiamento del Papa non è un gesto protocollare. È una forma di mandato morale. L’ho sentito come tale.

L’incontro con il Cardinale Zuppi

P. Bruno: Ieri mattina (al momento dell’intervista -ndr- ) ha incontrato col prof. Salvatore Izzo vaticanista, il Cardinale Zuppi. Com’è andata?

Vasapollo: Zuppi è un pastore nel senso più pieno e più concreto del termine. Ha fatto la pace a Mozambico. Ha lavorato sulla crisi ucraina per mandato di Papa Francesco. Conosce la differenza tra la diplomazia dei comunicati stampa e quella che si fa sul campo, con le scarpe nella polvere. Quando gli abbiamo illustrato la situazione cubana — l’embargo che blocca i medicinali, la carenza energetica, l’inasprimento delle sanzioni americane nel 2026 — non ha preso appunti da funzionario. Ha ascoltato da pastore.

Ci ha detto che la Chiesa italiana ha una responsabilità particolare verso i popoli che soffrono le conseguenze di politiche economiche ingiuste. Ha sottolineato l’importanza di tenere aperti canali di dialogo e di sostegno concreto. E quando gli abbiamo parlato della flotilla di aiuti umanitari che partirà nei prossimi giorni per Cuba — medicinali, materiali medici, contributi raccolti in Italia tra cui quelli del CLAP di Genova — ha manifestato una partecipazione genuina. Non ha promesso cose che non poteva mantenere. Ma ha detto una cosa semplice e importante: “Andate. E raccontate.”

P. Bruno: La CEI, la Chiesa italiana, possono fare qualcosa di concreto per Cuba?

Vasapollo: Possono fare quello che la Chiesa sa fare meglio: essere una voce che non si compra. Il Vaticano ha una storia con Cuba che risale alla visita di Giovanni Paolo II nel 1998, poi Benedetto XVI, poi due volte Papa Francesco. Quella storia ha prodotto risultati concreti: fu anche grazie all’intercessione di Papa Francesco che si arrivò alla liberazione dei cinque funzionari cubani, arrestati negli Stati Uniti mentre monitoravano i gruppi terroristici anticubani di Miami. La Chiesa ha un canale con Cuba che nessun governo occidentale ha. E quel canale vale oro, in questo momento.

Quello che chiediamo non è uno schieramento politico. È che la Chiesa continui a fare quello che Leone XIV ha indicato con chiarezza nel suo discorso al corpo diplomatico: stare dalla parte dei civili, di tutti i civili, senza applicare il diritto internazionale a geometria variabile. Cuba soffre per un embargo che la stessa Assemblea generale dell’ONU condanna da trent’anni con voti che sfiorano l’unanimità. Questo è un dato di diritto, prima che di politica.

Cuba: resistenza morale o regime che non cede?

P. Bruno: Lei ha scritto pagine molto intense sulla forza morale di Cuba. Ma c’è chi risponde: Cuba è una dittatura che reprime il dissenso. Come risponde a questa obiezione?

Vasapollo: La rispondo con un’altra domanda: quale paese al mondo avrebbe mantenuto un sistema di istruzione pubblica universale, sanità gratuita, cooperazione medica internazionale, sotto un embargo economico durato oltre sessant’anni? La risposta è semplice: nessuno. Nessun paese occidentale avrebbe resistito a quelle condizioni. La Grecia, con la crisi del 2010-2015, è quasi collassata sotto pressioni economiche incomparabilmente inferiori. Cuba resiste da sessant’anni. Questo non significa che sia perfetta. Significa che ha una resilienza morale e sociale straordinaria.

Sul tema del dissenso: il governo cubano ha annunciato in questi giorni la liberazione di cinquantuno detenuti, tutti con buona condotta e parte della pena già scontata. Non è la prima volta: dal 2010 ad oggi quasi diecimila persone hanno beneficiato di indulti. Questo dato raramente appare nelle notizie internazionali. Appare invece ogni volta che si arresta un dissidente. Questo squilibrio informativo non è neutrale. È propaganda.

P. Bruno: Lei cita spesso i medici cubani come esempio di internazionalismo concreto. Cosa rappresentano?

Vasapollo: Rappresentano qualcosa che il mondo ha quasi dimenticato: la politica come etica pubblica. Migliaia di medici cubani che vanno in Africa, in Asia, in America Latina — e durante il COVID anche in Europa, anche in Calabria, dove il sistema sanitario era al collasso — non per un contratto vantaggioso o per un incentivo economico. Per una concezione della medicina come servizio all’umanità. Alcuni di loro sono morti durante la missione contro l’Ebola. Alcuni sono stati uccisi in Venezuela, difendendo il governo di Maduro dagli attacchi delle forze destabilizzatrici finanziate dall’esterno. Trentadue cubani morti per difendere la sovranità di un altro popolo. Questo si chiama internazionalismo. Non retorica: scelta concreta, pagata con la vita.

P. Bruno: E il Venezuela? Cosa ci dice la storia del processo bolivariano?

Vasapollo: Ci dice che è possibile usare le risorse di un paese per ridurre la povertà invece di arricchire le multinazionali straniere. Chávez prese i proventi del petrolio — fino ad allora controllati dalle compagnie americane — e li investì in sanità, istruzione, edilizia popolare. Il risultato: la povertà si dimezzò in pochi anni. Si costruì un sistema sanitario pubblico universale dove prima solo l’élite aveva accesso alle cure. Nei giorni prima del tentato rapimento di Maduro, era stata raggiunta la soglia di sei milioni di abitazioni popolari in un paese di ventisei milioni di abitanti. Sei milioni di case per i poveri. Questi sono numeri. Non propaganda.

Poi è arrivata la pressione americana: sanzioni, embargo petrolifero, tentativi di golpe, l’episodio del 3 gennaio con l’aggressione diretta e il tentativo di rapire Maduro. Il tutto con la giustificazione della democrazia. Ma quando Trump dice apertamente che la guerra serve a “mettere le mani sul petrolio” di un altro paese, cade ogni velo. Non è più geopolitica. È saccheggio. Lo ha detto lui stesso, senza pudore.

Trump, l’Iran e la logica imperiale

P. Bruno: Trump ha detto, letteralmente: “Hanno ucciso innocenti in tutto il mondo per 47 anni e ora io, come 47esimo presidente, li sto uccidendo. Che grande onore farlo.” È una frase che fa rabbrividire.

Vasapollo: È una frase che rivela la misura del delirio. Ma è anche, e questo è più preoccupante, una frase che dice la verità su come funziona la logica imperiale: il numero del presidente coincide con il numero degli anni di nemici da abbattere, e questa coincidenza diventa “onore”. È la grammatica del dominio resa esplicita, senza più nemmeno la finzione della retorica democratica. Almeno questo va riconosciuto a Trump: è onesto nella sua brutalità. Non copre il saccheggio con la parola libertà. Lo chiama per nome.

L’attacco all’Iran non è un episodio isolato. È la continuazione della stessa logica che colpisce Cuba, il Venezuela, chiunque osi sottrarsi all’ordine imperiale. Cambiano i teatri. Cambiano i nomi dei presidenti americani. La logica è la stessa: controllo delle risorse energetiche, eliminazione dei governi non subordinati, destabilizzazione come metodo. E quando la destabilizzazione non basta, si bombarda. Come in Iran. Come quella scuola elementare di Minab, dove centosettantacinque bambine sono morte per un missile Tomahawk americano che il presidente degli Stati Uniti ha attribuito all’Iran.

P. Bruno: Padre Pierre El-Rahi, il parroco di Qlayaa ucciso recentemente. I bambini di Minab. Il Sudan dimenticato. Come si tiene la mente e il cuore davanti a tanto dolore senza cedere alla disperazione?

Vasapollo: È la domanda più difficile. E non ho una risposta teorica. Ho una risposta pratica: si lavora. Si costruisce la flotilla di aiuti per Cuba. Si organizza la presentazione del Libro blu di Chávez a Terni, ovunque qualcuno voglia ascoltare. Si va dal Papa, si va dal Presidente dei vescovi italiani, si porta la realtà concreta dove può essere ascoltata. La disperazione è il lusso di chi non ha niente da fare. Chi ha qualcosa da fare non ha tempo per disperarsi.

E poi — e qui mi ritrovo in piena consonanza con lei, Padre Alfonso, con la sua tradizione francescana — c’è qualcosa che la storia insegna, e che né Marx né S. Francesco d’Assisi esiterebbero a sottoscrivere: i popoli resistono. Non cedono definitivamente. L’America ha perso in Vietnam. Ha perso in Afghanistan. Non ha piegato Cuba in sessant’anni. Non ha piegato il Venezuela nonostante tutto. Non piegherà l’Iran. Perché i popoli, quando difendono la propria dignità, trovano risorse che nessun analista geopolitico riesce a mettere in conto.

La flotilla e l’internazionalismo concreto

P. Bruno: Sabato lei parte per L’Avana. Ci racconta cosa succederà?

Vasapollo: Arriverà dal Messico la flotilla di solidarietà internazionale: una spedizione via mare con aiuti umanitari — medicinali, materiali medici, beni essenziali — raccolti in diversi paesi. Tra i contributi italiani ci sono quelli del CLAP di Genova, una realtà nata nel mondo del lavoro portuale, che ha una tradizione di solidarietà concreta con i popoli in difficoltà. Sarò lì per seguire l’arrivo degli aiuti e coordinare con le organizzazioni locali la distribuzione.

Non è solidarietà simbolica. È la risposta concreta alla domanda: cosa possiamo fare? Quando un paese non riesce ad importare insulina perché le banche hanno paura delle sanzioni americane, mandare insulina è un atto politico. Dimostra che la comunità internazionale non accetta il blocco come fatto naturale e inevitabile. Dimostra che ci sono persone disposte a fare il viaggio, a caricare le navi, a stare sul campo. La solidarietà, ho sempre detto, non è una parola. È una pratica.

P. Bruno: C’è un messaggio che vorrebbe mandare ai cubani, attraverso questa intervista?

Vasapollo: Che non sono soli. Che c’è gente in Italia — cattolici, laici, francescani, docenti universitari, lavoratori portuali di Genova — che conosce la loro storia, che rispetta la loro resistenza, che considera il loro sistema sanitario e la loro cooperazione medica internazionale un modello da difendere e non da distruggere. Che ci sono persone disposte ad andare dal Papa e dal presidente della CEI per portare la loro realtà nelle stanze dove si prendono decisioni. E che la storia, come mi piace ripetere, non la scrivono solo i potenti. La scrivono anche gli umili. Spesso soprattutto gli umili.

Una parola finale: speranza

P. Bruno: Ultima domanda. Lei cita spesso una frase: “La vittoria, prima o poi, arride agli umili.” Come si tiene viva questa speranza quando ogni giorno le notizie sembrano dire il contrario?

Vasapollo: Me lo insegna la storia. Non la storia dei libri di testo, che è sempre scritta dai vincitori. La storia vera, quella che si legge nelle pieghe degli eventi. L’apartheid sembrava eterno: è caduto. Il colonialismo africano sembrava naturale: è finito, anche grazie ai soldati cubani. L’Unione Sovietica sembrava invincibile: si è dissolta, e con essa una certa idea che il socialismo fosse solo quello. Ogni sistema che si fonda sull’ingiustizia strutturale porta in sé il germe della propria crisi. Non so quando. Non so come. Ma lo porta.

E nel frattempo si lavora. Si costruisce. Si porta la flotilla a Cuba. Si presenta il Libro blu. Si va dal Papa con il libro di Martí. Si organizza la solidarietà internazionale. Non perché siamo sicuri di vincere. Ma perché è giusto. E perché, come diceva Francesco d’Assisi — e lei, Padre Alfonso, lo sa meglio di me —: “Io ho fatto la mia parte, ol resto ve lo insegni Cristo”.
in altri termini, si comincia col fare il necessario, poi il possibile, e all’improvviso ti ritroverai a fare l’impossibile.

P. Bruno: Una frase bellissima. Grazie, professor Vasapollo. E buon viaggio per L’Avana!

Vasapollo: Grazie a lei, Padre Alfonso. E grazie a chi leggerà queste parole e vorrà fare, anche lui, il necessario.

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NOTA BIOGRAFICA

Luciano Vasapollo è economista, docente universitario e direttore del Centro Studi CESTES-USB. Cofondatore del capitolo italiano della Rete Internazionale degli Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità (REDH). Da anni è una delle voci più autorevoli dell’analisi critica dell’economia e dei processi geopolitici internazionali, con un impegno costante di ricerca e divulgazione al servizio dei lavoratori e dei popoli. Ha collaborato con Papa Francesco e con il card. Matteo Zuppi. Ha incontrato recentemente Papa Leone XIV.

P. Alfonso M. Bruno, FI è sacerdote dei Frati Francescani dell’Immacolata, giornalista e docente alla Pontificia Accademia Mariana. Internazionale. Ha quasi due decenni di servizio missionario nei cinque continenti, spesi però in modo stabile tra America Latina ed Africa. Fondatore e direttore di Radio Immaculée Conception, radio cattolica nazionale del Benin, ha fatto altrettanto per la nostra testata Mediafighter – la sfida dei media.