L’arcivescovo di Chicago condanna la spettacolarizzazione della guerra da parte di Trump. Ci sono delle vittime e famiglie in lutto a cui si deve rispetto

C’è un momento preciso in cui una civiltà rivela se stessa: non quando combatte, ma quando guarda. Non quando muore, ma quando trasforma la morte altrui in contenuto.

Il video pubblicato dalla Casa Bianca venerdì scorso — immagini di bombardamenti sull’Iran montate sulle musiche di film d’azione, con la didascalia Justice the American way — non è uno scivolone comunicativo. È una dichiarazione estetica. E le dichiarazioni estetiche, come sapeva bene Platone, sono sempre anche dichiarazioni morali.

Il cardinale Blase Cupich di Chicago ha usato la parola giusta: gamification. Trasformazione in gioco. È un termine nato nel marketing digitale, nel mondo delle app e dei programmi fedeltà, e il fatto che oggi si applichi alla guerra dice tutto sulla traiettoria che abbiamo percorso. Abbiamo gamificato l’attività fisica, la dieta, l’apprendimento delle lingue, il risparmio energetico. Era inevitabile, forse, che arrivassimo al sangue.

Ma il sangue non scala. Non si presta all’interfaccia. Quei bambini iraniani — “che hanno commesso l’errore fatale di andare a scuola quel giorno”, scrive Cupich con una precisione che taglia — non sono sprite su uno schermo. Hanno nomi, hanno avuto la colazione quella mattina, hanno dimenticato qualcosa a casa e sono tornati indietro, o non l’hanno fatto. Questa è la texture della vita che il montaggio frenetico del video della Casa Bianca provvede sistematicamente ad abolire.

La novità non è la propaganda di guerra: quella è antica quanto la guerra stessa. Omero glorificava Achille, i bassorilievi assiri mostravano pile di teste mozzate come trofei. La novità è la velocità e la forma. Il video non chiede riflessione, non costruisce narrazione eroica, non interpella il coraggio del nemico: chiede uno swipe, un like, un momento di adrenalina prima del prossimo contenuto. È guerra ridotta a reel. Morte con la grammatica di TikTok.

Cupich cita anche i mercati predittivi — quella piattaforma Kalshi che permetteva di scommettere sull’uscita di scena di Khamenei — e qui la vertigine si fa più profonda. Non solo guardare la guerra come spettatori, ma avere una posizione finanziaria sulla guerra. Guadagnare o perdere denaro reale scommettendo su eventi che costano vite reali. Il mercato, nella sua logica implacabile, ha già risolto il problema morale: ha trasformato il dramma in asset.

L’arcivescovo di Chicago parla di “crisi morale” e qualcuno, nelle stanze del potere mediatico, alzerà gli occhi al cielo. I cardinali parlano sempre di crisi morali. Ma stavolta la diagnosi è laicamente verificabile, senza bisogno di teologia: quando la soglia dell’attenzione si accorcia, quando il formato impone l’emozione immediata, quando l’algoritmo premia lo stupore e penalizza la complessità, allora la guerra — come tutto il resto — deve adattarsi o sparire dal feed. E la guerra che si adatta al feed smette di essere guerra. Diventa sfondo.

“Perdiamo la nostra umanità quando siamo elettrizzati dalla potenza distruttiva del nostro esercito”, scrive Cupich. È una frase che suona antica, quasi stonata nel panorama comunicativo attuale. Forse è proprio per questo che vale la pena fermarsi su di essa. L’antico, a volte, è ciò che resiste. L’antico è ciò che non scala.

L’Iran, ricorda il cardinale alla fine, “è una nazione di persone”. È la cosa più semplice che si possa dire. Ed è, in questo momento, la più rivoluzionaria.