Comunità Saint-Martin: le origini e lo sviluppo. Il fondatore controverso.

C’è qualcosa di paradossale, e insieme di profondamente ecclesiale, nella storia della comunità Saint-Martin: nata ai margini, guardata con sospetto, oggi è diventata indispensabile. I vescovi francesi che cinquant’anni fa storcevano il naso davanti a quei seminaristi in sottana radunati attorno a un prete della Touraine nella periferia di Genova, oggi fanno la fila per averli in diocesi. La storia, si sa, ama le sue rivincite.

Fondata nel 1976 dal sacerdote Jean-François Guérin in un vecchio convento cappuccino affidato dal cardinale Siri, la comunità Saint-Martin conta oggi 186 preti, una ventina di diaconi e un centinaio di seminaristi. Secondo le stime che circolano alla Conferenza episcopale francese, potrebbe rappresentare tra il 20 e il 40 per cento del clero attivo in Francia tra trent’anni. Cifre che fanno riflettere, in un paese dove le ordinazioni diocésane si contano sulle dita di poche mani.

Il modello è semplice, quasi anacronistico nella sua coerenza: piccole fraternità di tre o quattro preti inviate nelle paroisses di città medie — Amiens, Tours, Mulhouse, Laval — dove vivono insieme, celebrano in latino il rito di Paolo VI, portano la sottana e tengono alta la guardia della vita interiore. Niente avanguardie teologiche, niente sperimentazioni liturgiche. Ma neanche il ripiegamento identitario dei tradizionalisti: il fondatore vietò esplicitamente la messa tridentina, volendo distinguersi con nettezza dal mondo lefebvriano pur condividendone, in parte, la sociologia.

È questa via mediana — classica senza essere integrista, romana senza essere reazionaria — che ha finito per sedurre un episcopato esausto. «Sono preti tuttofare», dice uno dei vescovi che li ha richiesti. «Il loro pragmatismo pastorale corrisponde bene alla vita parrocchiale. Questo rassicura molti colleghi.» Un altro, con una punta di autoironia, va oltre: «Sono lo strumento suscitato dalla Provvidenza per supplire alla nostra incapacità di collaborare a livello nazionale e di condividere le vocazioni.» Confessione amara, ma onesta.

Eppure su questo edificio imponente si allunga l’ombra del fondatore. Guérin — uomo dal «temperamento vulcanico», come lo ricordano i confratelli più anziani — ha esercitato per anni sulle vocazioni a lui affidate un’influenza totale: superiore e confessore nello stesso tempo, controllore della corrispondenza dei seminaristi, centro di una corte che oscillava tra devozione filiale e soggezione. Una «confusione di ruoli» che la visita apostolica del 2022-2023 ha esplicitamente indicato come parte di un «clima abusivo» più ampio.

Alcuni testimoni hanno riferito ai visitatori gesti di natura sessuale — baci forzati, effusioni inappropriate — compiuti dal fondatore su adulti membri della comunità, per lo più nei primi anni di vita della fraternità italiana. Non una strategia predatoria sistematica, secondo chi lo ha conosciuto bene, ma qualcosa di più confuso e forse per questo più difficile da nominare: «una tendenza omosessuale repressa», scrive La Croix, «qualcosa che lo abita e che a volte scivola». Dopo le sue colate di rabbia, Guérin tendeva agli eccessi opposti, all’affettuosità improvvisa, al bacio come riparazione maldestra. Un cortocircuito emotivo che lasciava i giovani seminaristi disorientati, incapaci di distinguere il padre spirituale dall’uomo in crisi.

Guérin è morto nel 2005. La comunità che ha lasciato afferma di non averlo mai «messo su un piedistallo». «Non abbiamo statue da abbattere, perché non ne abbiamo mai innalzata nessuna», dice uno dei preti anziani. Ma la memoria istituzionale è cosa diversa dalla statua: può essere più sottile, più pervasiva, più difficile da esaminare. Ed è per questo che la commissione indipendente Civer — istituita dalla stessa comunità, presieduta da un consigliere onorario della Corte dei conti francese — ha il compito di rileggere cinquant’anni di storia con occhi liberi. Il rapporto è atteso per la fine del 2027.

La vicenda della comunità Saint-Martin è, in fondo, una vicenda molto cattolica: il bene autentico e il male reale che crescono insieme, intrecciati, difficili da separare. Non è una storia di ipocrisia, ma di complessità umana dentro una vocazione esigente. La sfida — per la comunità, per i vescovi che la ospitano, per la Chiesa di Francia — è di non scegliere tra i due: né nascondere l’ombra per tutelare la luce, né distruggere la luce per punire l’ombra. Fare la verità, come chiedono i visitatori apostolici, significa imparare a reggere entrambe.