Nitto (Benedetto) Santapaola è morto a 87 anni, detenuto al 41 bis: fine biologica, non fine morale. La sua storia resta quella di un capo mafioso condannato per stragi e omicidi, capace di trasformare Catania in una holding criminale e l’Italia in un bollettino di lutti. E mentre il Paese archivia l’ennesimo boss in un trafiletto, la domanda vera resta intatta: chi gli ha reso possibile tutto questo, per anni, “come se niente fosse”?
Nitto Santapaola è morto a Milano, dopo un ricovero al San Paolo e con l’autopsia disposta dalla Procura. È il tipo di notizia che, per chi non ha memoria, rischia di apparire come un punto fermo: un uomo anziano, una fine “naturale”, un capitolo chiuso. Ma nel vocabolario della mafia i capitoli non si chiudono mai davvero: si trasmettono, si riciclano, si reinvestono. E allora la morte di Santapaola non merita alcuna elegia: merita, semmai, una contabilità del dolore e un promemoria civile su ciò che accade quando un Paese si abitua all’inaccettabile.
Santapaola non è stato “un boss”. È stato un metodo. Un’idea di potere che scambia la vita umana per materiale di consumo e l’economia per un bancomat. Condannato come mandante di delitti eccellenti, indicato dai collaboratori come responsabile dell’omicidio di Pippo Fava e riconosciuto tra i mandanti della strage di Capaci, appartiene a quella categoria di capi mafiosi che non si limitano a comandare: organizzano il mondo, lo piegano, lo addestrano alla paura.
La sua cattura — 18 maggio 1993, a Mazzarrone, dopo undici anni di latitanza — viene spesso raccontata con l’aneddotica del “trovato a dormire, nessuna resistenza”. Ma quel dettaglio, letto bene, non addolcisce: aggrava. Perché dormiva come dorme chi si sente protetto. Chi, per anni, ha potuto contare su complicità, silenzi, coperture, favoreggiamenti, paure interessate. E qui la storia diventa più istruttiva della cronaca: Santapaola non è stato soltanto un latitante bravo a nascondersi; è stato un latitante bravo a essere ospitato.
C’è un frammento, in questa latitanza, che dice molto del “clima” di quegli anni: le ricostruzioni e gli atti ricordano la sua presenza nel Messinese, nell’area tra Barcellona Pozzo di Gotto e Terme Vigliatore, dove avrebbe trovato rifugio per un tratto del 1993 — una latitanza da villetta, più che da grotta, in un territorio dove il confine fra criminalità, affari e relazioni opache è stato spesso spacciato per normalità. Di quella fase si è parlato anche in sede istituzionale: documenti parlamentari richiamano la permanenza in quella zona fino alla fine di aprile 1993 e le discussioni sull’impatto di quella presenza sul contesto locale.
E se questo passaggio urta, non è per “dietrologia”: è per una semplice ragione morale. Perché la latitanza non è mai solo latitanza; è un ecosistema. Un boss non sopravvive undici anni “da solo”: sopravvive perché qualcuno lo rifornisce, qualcuno lo informa, qualcuno lo copre, qualcuno gli fa da ponte con l’economia e con le zone grigie. La mafia prospera quando smette di apparire eccezionale e diventa abitudine: un capo che si muove, si sistema, si ricolloca, come se il Paese fosse una mappa di complicità.
Il soprannome “il cacciatore” racconta un’altra verità: il predatore non è soltanto chi spara o ordina di sparare. È chi crea un sistema in cui si può colpire e poi rientrare nell’ombra, mentre la società si rassegna. Santapaola ha incarnato quel tipo di mafia che non si accontenta del controllo del territorio: pretende l’infiltrazione nell’economia legale e nella politica, pretende di essere interlocutore non invitato ma inevitabile. E infatti l’eredità che lascia non è un mito criminale: è un’infezione lunga, che richiede anni per essere estirpata e che, se sottovalutata, muta e ritorna.
Per questo, davanti alla sua morte, non serve alcuna frase rituale. Serve una frase scomoda: la giustizia ha fatto il suo corso, ma la società deve fare il proprio. Ricordare le vittime, certo. Ma anche pretendere che l’antimafia non sia soltanto repressione, bensì bonifica delle relazioni, trasparenza negli appalti, responsabilità nella politica, rigore nell’economia. Perché un boss muore una volta sola; la cultura che lo ha reso possibile può rinascere infinite volte, se la trattiamo come folclore.
Santapaola se n’è andato in regime di massima sicurezza, com’era giusto. Ma non portiamoci via l’alibi più comodo: quello della “fine di un’epoca”. Le epoche non finiscono con i funerali dei capi. Finiscono quando un Paese smette di concedere ai predatori il beneficio più prezioso: l’indifferenza.
