Alla vigilia del discorso sullo Stato dell’Unione, mentre Donald Trump si prepara a rivendicare la linea dura su deportazioni e confine, sono i vescovi cattolici delle diocesi di frontiera a ricordare all’America una verità scomoda: la sicurezza senza diritto diventa paura, e la legge senza dignità umana smette di essere giustizia. In un clima politico sempre più polarizzato, la Chiesa statunitense si propone così come uno degli ultimi argini istituzionali contro la normalizzazione della deportazione di massa.
C’è un punto, nella storia di una democrazia, in cui la disputa politica smette di essere soltanto una contesa tra partiti e diventa una questione di coscienza pubblica. La presa di posizione dei vescovi cattolici statunitensi alla vigilia del discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump appartiene a questa soglia. Non è un manifesto ideologico. È, piuttosto, un richiamo al limite: il limite della forza, il limite della paura, il limite oltre il quale la legge si separa dalla giustizia.
Il testo firmato dai presuli delle diocesi di confine e di altre aree del Paese (alcune ricostruzioni iniziali parlavano di 18; i rilanci più completi indicano 20 firmatari) non nega allo Stato il diritto di presidiare le frontiere. Anzi, lo riconosce esplicitamente. Ma aggiunge una clausola decisiva, che oggi suona quasi rivoluzionaria nella sua semplicità: le leggi vanno applicate in modo conforme alla dignità umana, perché la dignità non è una concessione amministrativa ma un dato originario, “God-given”, donato da Dio.
Qui sta il cuore dell’elzeviro: i vescovi non stanno chiedendo anarchia, ma civiltà giuridica. Non stanno difendendo “frontiere aperte”, come dirà la propaganda, ma una frontiera governata senza disumanizzazione. Quando denunciano fermi casuali senza causa probabile, pattugliamenti intimidatori, arresti senza mandato giudiziario, profilazione razziale, stanno parlando il linguaggio della Costituzione prima ancora che quello del Vangelo. E quando chiedono il ripristino del diritto d’asilo, ricordano agli Stati Uniti che una nazione può perdere se stessa non soltanto quando non controlla il confine, ma anche quando svuota il diritto.
La novità, semmai, è politica nel senso più alto: con un Congresso repubblicano sostanzialmente allineato, la Chiesa cattolica emerge come uno dei pochi corpi intermedi capaci di opporre una resistenza istituzionale, argomentata e capillare, alla logica della deportazione di massa. Non una resistenza di piazza soltanto, ma di parrocchie, scuole, ospedali, tribunali, confessionali. È una resistenza che nasce dalla pastorale e finisce inevitabilmente nella sfera pubblica. Perché quando i fedeli non vanno più a Messa per paura dei controlli, la questione migratoria diventa anche questione di libertà religiosa. E su questo i vescovi hanno colpito un nervo scoperto dell’America costituzionale.
C’è poi un elemento che la Casa Bianca non può liquidare come “buonismo clericale”: l’opinione pubblica si sta spostando. I numeri, da fonti diverse, convergono. Il sondaggio PBS/NPR/Marist registra che il 65% degli americani ritiene che l’ICE sia andata troppo oltre (in crescita rispetto al 54% del 2025). Reuters/Ipsos fotografa il consenso di Trump sull’immigrazione al 38%, minimo della serie. AP-NORC conferma una maggioranza che vede un eccesso nell’uso degli agenti federali e un giudizio negativo sulla gestione del dossier migratorio. Non è più solo uno scontro morale: è un cambio di clima nazionale.
In questo cambio di clima hanno pesato anche i fatti di Minneapolis, con le uccisioni di due cittadini statunitensi, Renee Good e Alex Pretti, durante operazioni e proteste legate all’enforcement migratorio. La sequenza di quegli eventi ha incrinato la narrazione rassicurante della “mano dura chirurgica” e ha mostrato il costo umano e civile di una militarizzazione diffusa dei controlli. I vescovi, quando parlano di paura nelle comunità e di abuso delle procedure accelerate, non stanno astrattamente teologizzando: stanno leggendo pastoralmente una ferita civile aperta.
La parte più importante del loro intervento, però, è forse quella meno spettacolare: il ritorno alla riforma complessiva. Da decenni l’episcopato americano chiede una riforma organica dell’immigrazione, con percorso credibile verso la cittadinanza per chi lavora, contribuisce, vive da anni nell’ombra. Se quella riforma fosse passata, molte delle lacerazioni di oggi sarebbero state disinnescate. Invece Washington ha preferito rinviare, e il rinvio si è trasformato in una politica permanente dell’emergenza. I vescovi, con realismo, ricordano che non si governa una società complessa solo con raid, centri di detenzione e slogan elettorali.
In filigrana, il loro testo contiene anche una lezione per la Chiesa universale: la dottrina sociale non è un genere letterario, ma un criterio di giudizio sui dispositivi concreti del potere. Sensibili locations, unità familiare, due process, diritto d’asilo, reintegrazione nei Paesi d’origine, cause strutturali delle migrazioni (povertà, conflitti, degrado climatico): non è un elenco tecnico, è una mappa morale. È il tentativo di rimettere insieme ciò che la politica frammenta: sicurezza e diritti, legalità e misericordia, sovranità e umanità.
Per questo il gesto dei vescovi del confine pesa più di un comunicato. È una forma di testimonianza pubblica. E in tempi di polarizzazione estrema, testimoniare significa ricordare una verità elementare ma scomoda: uno Stato può difendere i suoi confini senza perdere l’anima. Quando invece costruisce consenso sulla paura, non espelle solo migranti; espelle dal proprio orizzonte l’idea stessa di bene comune.

Articolo ben fatto su situazioni in Italia poco note.