Müller e Sarah, già alfieri della critica anti-bergogliana, ora intimano ai lefebvriani l’obbedienza a Roma: ma il nodo non è il latino, è il rifiuto della teologia del Vaticano II
Paradosso cattolico: i cardinali Gerhard Müller e Robert Sarah, per anni punti di riferimento del fronte ostile alle aperture di Francesco, oggi chiedono alla Fraternità San Pio X di fermarsi e di non consacrare nuovi vescovi senza mandato pontificio. Segno che nel tradizionalismo è scattato il panico: non per amore dell’unità, ma per la paura che salti il progetto di usare i lefebvriani come “cavallo di Troia” dentro la Chiesa di Roma. Perché la questione vera non è liturgica ma teologica: il bersaglio, da sempre, è l’ecclesiologia del Vaticano II.
La scena è quasi perfetta nella sua ironia ecclesiale: i cardinali Sarah e Müller, per anni bandiere di riferimento di molte aree critiche verso alcune scelte pastorali e magisteriali di Papa Francesco, oggi si ritrovano a fare i custodi della linea romana davanti alla Fraternità San Pio X (FSSPX), esortandola a non consacrare vescovi senza mandato pontificio e a sottomettersi all’autorità del Papa. Non è un dettaglio. È un sintomo. E dice molto sul terremoto che attraversa il mondo tradizionalista.
Perché il punto non è solo la FSSPX.
Il punto è il terrore del domino.
La Fraternità di Lefebvre, nel bene e nel male, su una cosa è stata storicamente coerente: se pensa di dover sopravvivere come corpo ecclesiale alternativo, si garantisce la successione episcopale. Lo ha fatto nel 1988, e oggi rivendica di volerlo rifare per assicurare il ricambio generazionale dei propri vescovi, sostenendo che è questione di continuità della propria opera. È una linea dura, discutibile, canonisticamente esplosiva, ma almeno lineare. Roma, dal canto suo, ha avvertito con nettezza: senza mandato pontificio, quelle consacrazioni configurerebbero una rottura della comunione ecclesiale, cioè uno scisma con conseguenze gravi.
Il problema vero, però, è un altro: il tradizionalismo “in comunione” sperava di usare i lefebvriani come leva negoziale.
Per anni una parte dell’universo tradizionalista cattolico ha coltivato il sogno di una lenta normalizzazione della SSPX, magari fino a una qualche forma di riconoscimento stabile (la famosa, ricorrente fantasia della prelatura personale). Non per amore della chiarezza teologica, ma perché quella mossa avrebbe funzionato da cavallo di Troia: far entrare nel perimetro canonico di Roma una forza strutturata, internazionale, identitaria, capace di spostare gli equilibri ecclesiali dall’interno.
E invece la realtà è più ruvida delle strategie da corridoio.
La FSSPX non sta recitando la parte della corrente interna che aspetta il momento giusto. Sta dicendo, con brutalità, che sul Vaticano II non c’è accordo possibile e che non intende subordinare la propria sopravvivenza alla pazienza romana. Lo ha scritto Pagliarani in termini molto chiari al cardinale Fernández: il dissenso è dottrinale, non un semplice malinteso procedurale. Altro che “problema di sensibilità liturgica”.
Ed ecco il punto che tanti commentatori addomesticano:
non è solo una questione di latino, incenso e pianete. È una questione di teologia.
Ridurre tutto alla nostalgia del rito tridentino è il trucco più comodo per non vedere il cuore del conflitto. Il nodo è ecclesiologico: che cos’è la Chiesa, chi è il Popolo di Dio, come si comprende l’autorità, quale rapporto c’è tra Tradizione viva e magistero, quale forma prende la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica. Il rito riformato da Paolo VI non è un vezzo rubricistico: è dentro un impianto nato dal Vaticano II, che ha rilanciato insieme la sacramentalità della Chiesa, la dimensione del Popolo di Dio e la partecipazione piena, consapevole e attiva dei fedeli alla liturgia. Questo non significa anarchia assembleare; significa che i battezzati non sono comparse mute. Pecore, sì. Pecoroni, no.
Qui sta la contraddizione imbarazzante del tradizionalismo di salotto romano:
invoca l’obbedienza quando serve a frenare la FSSPX, ma spesso ha passato anni a delegittimare il magistero vivente quando non coincideva con il proprio gusto teologico, pastorale o liturgico. Oggi si scopre che l’argomento “obbedite al Papa” torna improvvisamente utilissimo. E certo, Sarah e Müller lo dicono con argomenti seri, teologicamente fondati, perfino salutari in questo frangente: non si difende la fede spezzando l’unità visibile della Chiesa. Hanno ragione su questo. Ma resta la domanda politica-ecclesiale: chi ha alimentato per anni l’illusione che si potesse stare stabilmente sulla soglia, contro il Concilio ma dentro la casa, senza conseguenze?
La verità è che la crisi attuale costringe tutti a scoprirsi.
La FSSPX mostra il volto di una frattura dottrinale mai sanata.
Roma, con Leone XIV e Fernández, mostra una linea insieme dialogica e ferma: colloqui sì, ma non sotto ricatto episcopale.
E il tradizionalismo “ufficiale” mostra il suo nervo scoperto: teme che una rottura netta della Fraternità faccia saltare il progetto di influenzare la Chiesa dall’interno usando una galassia parallela come sponda.
In fondo, il paradosso è tutto qui:
chi per anni ha trattato il Vaticano II come una parentesi negoziabile, ora scopre che proprio lì passa la linea del confine. Non tra conservatori e progressisti — categoria giornalistica sempre più pigra — ma tra chi riconosce che la Chiesa vive nella storia sotto il magistero e chi pretende di salvarla mettendosi fuori dalla sua comunione effettiva.
La Chiesa ha attraversato eresie, scismi, cesure ben peggiori. Attraverserà anche questa.
Ma forse questa crisi ha già prodotto un bene: ha tolto la maschera a una lunga ambiguità. E ha ricordato che la Tradizione cattolica non è una teca da museo da brandire contro Roma. È una realtà viva che si custodisce nella Chiesa, non contro la Chiesa.

Petetici!
Forse quei cardinali vogliono rifarsi l’immagine.