Dubbi sulla morte di Epstein. Suicida o assassinato?

n certe storie non è la scena madre a restare, ma un dettaglio laterale: un riflesso, un passaggio sfocato, un colore che non dovrebbe esserci. Nel caso Jeffrey Epstein, a distanza di anni dalla morte nel carcere federale di Manhattan, è tornato a circolare – tra media, archivi e nuovi “rilasci” di documenti – un elemento minuscolo e ostinato: una sagoma, o un “flash”, arancione ripreso dalle telecamere interne del Metropolitan Correctional Center la notte prima che il finanziere venisse trovato senza vita.  

L’America ha già archiviato quella fine con la parola più pesante e più facile da contestare: suicidio. Ma l’America, soprattutto quando la vittima è un uomo che aveva accumulato potere e segreti, non archivia davvero: conserva. E conserva in modo disordinato, come una soffitta piena di scatoloni, dove ogni tanto qualcuno rovescia sul pavimento una manciata di fotografie, un verbale, un fotogramma. È ciò che sta accadendo ora: nuove immagini e nuovi materiali – rilanciati come “rivelazioni” – riaccendono il dubbio non tanto per ciò che provano, quanto per ciò che non chiariscono.  

Il colore che non torna: detenuto, agente o biancheria?

Il punto non è che quell’arancione “dimostri” un complotto. Il punto è che, in una vicenda già segnata da omissioni e falle, anche un dettaglio equivoco diventa una domanda politica. La sequenza – così come è stata ricostruita in analisi giornalistiche – mostra una macchia arancione muoversi in un’area prossima al livello dove Epstein era detenuto. Chi la guarda vede cose diverse: secondo una lettura potrebbe trattarsi di un detenuto scortato; secondo un’altra, di un agente con biancheria o lenzuola (anch’esse, appunto, arancioni). E il fatto che interpretazioni interne possano divergere, invece di chiudere la questione, la riapre.  

Non è un dettaglio da romanzo: è un dettaglio da amministrazione penitenziaria, fatto di protocolli, registri, turni, responsabilità. Proprio per questo pesa. Perché in carcere – soprattutto in un reparto “sensibile” – ogni passaggio dovrebbe essere tracciabile, e ogni passaggio non tracciato diventa un varco nel racconto ufficiale. La domanda non è “chi ha ucciso Epstein?”, ma più banalmente: chi era quella figura? perché non è stata identificata in modo conclusivo?  

Il paradosso del caso: più dati, meno fiducia

La nostra epoca ha una superstizione: crede che l’accumulo di dati porti automaticamente chiarezza. Il caso Epstein racconta l’opposto. Più aumentano i file, i frame, i leak, le fotografie, più cresce la sensazione che la verità stia sempre un passo oltre la porta che si sta aprendo. Perfino i materiali che dovrebbero “chiudere” la discussione vengono percepiti come l’ennesimo pezzo di un puzzle che cambia forma mentre lo componi.

In questo clima, la circolazione di nuove immagini – comprese fotografie che mostrerebbero gli attimi successivi al ritrovamento del corpo – non diventa la prova di una tesi, ma il carburante di un sospetto: se escono adesso, perché escono adesso? se erano lì, perché non bastavano prima? In una democrazia, il problema non è il dubbio: è l’economia del dubbio, cioè il modo in cui istituzioni e media lo amministrano. E qui il caso Epstein è un manuale: quando la fiducia si spezza, ogni documento nuovo non ripara, ma scortica.

Il carcere come metafora: quando la catena di custodia si spezza, il racconto si ammala

La morte di Epstein è avvenuta nel luogo in cui lo Stato esercita il suo potere più radicale: la custodia della persona. È qui che l’errore – o la negligenza, o l’ambiguità – diventa intollerabile. Perché la prigione non è solo cemento e sbarre: è una promessa pubblica di controllo. Se quella promessa si incrina, la domanda diventa collettiva: se non controlli lì, dove controlli?

È anche per questo che l’“arancione” è così efficace, così virale: non è la trama di una spy story, è una crepa nella burocrazia. E la burocrazia, quando vacilla, genera miti. Nel vuoto tra una versione e l’altra si infilano le ipotesi: l’uomo che “sapeva troppo”, la mano invisibile, i potenti, il silenzio. Sono narrazioni che nascono perché la storia reale è già, di per sé, una storia di potere e di abuso.

Il dubbio non è una sentenza, ma un sintomo

C’è un rischio, però, nel modo in cui questi “ritorni” vengono raccontati: scambiare il dubbio per una conclusione e l’allusione per una prova. Un elzeviro – se vuole essere onesto – deve dire con chiarezza che un’immagine granulosa non basta a riscrivere una morte. Ma deve anche ammettere l’altra cosa: che non basta nemmeno a chiuderla, se le istituzioni non sciolgono i nodi con un linguaggio comprensibile e verificabile.

La figura arancione, dunque, è meno importante per ciò che è e più importante per ciò che rappresenta: la fragilità della fiducia pubblica quando incontra un potere opaco. E in questa fragilità si inseriscono anche altri sviluppi che i media internazionali collegano all’“universo Epstein”, incluse notizie di indagini e conseguenze politiche fuori dagli Stati Uniti, che alimentano ulteriormente la sensazione di una vicenda non finita.  

In fondo, il punto è questo: la morte di Epstein è diventata un referendum permanente sul rapporto tra verità e potere. Finché resterà anche un solo corridoio non illuminato – un solo frame non spiegato – quel referendum continuerà. E quel colore, arancione, continuerà a muoversi nella mente pubblica come una domanda che non sa dove andare a dormire.