La Fraternità San Pio X annuncia nuove consacrazioni episcopali senza mandato pontificio: un gesto che riapre, quasi con ostinazione rituale, la ferita del 1988. Ma il punto non è solo canonico. È teologico, ecclesiologico e – in filigrana – politico: l’idea di Chiesa che sta dietro a questo atto non è “più tradizionale”, è semplicemente un’altra Chiesa.
Quando una comunità ecclesiale decide di consacrare vescovi senza l’approvazione del Papa, non compie un atto di colore, né una protesta folcloristica. Tocca il nervo dell’unità cattolica: l’episcopato non è una “funzione” da autoattribuirsi, ma una realtà sacramentale che, nella Chiesa cattolica, vive in comunione gerarchica. Per questo l’annuncio della Società Sacerdotale San Pio X (SSPX) di procedere il 1° luglio a nuove consacrazioni senza permesso di Roma ha il peso di una sfida frontale e porta con sé il rischio (più che probabile) della scomunica automatica prevista dal diritto canonico in caso di consacrazione episcopale senza mandato pontificio.
Chi sono: “nati contro il Concilio”
La SSPX nasce nel 1970 come risposta militante al Vaticano II: contestazione delle riforme liturgiche e, soprattutto, della lettura conciliare del rapporto con le altre religioni e con la modernità. È un dato decisivo: non siamo davanti a un semplice “gusto” per il latino o per l’estetica preconciliare, ma a una contestazione dottrinale dell’evento conciliare e del suo sviluppo.
Il loro status è stato a lungo definito “irregolare”: non pienamente reintegrati, non pienamente separati, ma di fatto in una zona grigia che ha prodotto – inevitabilmente – equivoci pastorali e cortocircuiti identitari.
Lefebvre: Francia, contro-rivoluzione e “impero spirituale”
Per capire Écône bisogna capire Marcel Lefebvre. Francese, formatosi in un cattolicesimo che, tra le due guerre e nel dopoguerra, vedeva spesso nella modernità una minaccia globale, Lefebvre non fu solo un uomo di sacrestia: fu un protagonista di un mondo cattolico “di frontiera”, dove la fede si intrecciava con l’idea di civiltà e con una certa nostalgia dell’ordine. La sua biografia è rivelatrice: prima missionario e formatore in Gabon, poi vescovo e quindi figura-chiave del cattolicesimo in Africa francese come delegato apostolico, nel pieno della stagione coloniale e poi della decolonizzazione.
Qui sta uno snodo spesso rimosso: la contestazione lefebvriana non nasce soltanto da una preferenza liturgica, ma da una lettura del mondo. L’idea che la Chiesa dovesse difendere un “blocco di civiltà” – dottrina, rito, cultura, autorità – contro le fratture del Novecento. Non sorprende che, in alcuni ambienti francesi, la vicenda lefebvriana sia stata vissuta anche come occasione di destabilizzazione: non tanto una disputa interna tra teologi, quanto una guerra di posizione sull’identità cattolica in un’Europa secolarizzata, con il Concilio percepito come cedimento.
1988: la ferita madre
Nel 1988 Lefebvre consacrò quattro vescovi senza mandato pontificio: l’atto costò l’excomunica latae sententiae e fissò un precedente che oggi ritorna come un copione.
Il problema, allora come oggi, non è la “Tradizione” ma l’auto-legittimazione: l’idea che esista una “necessità” tale da autorizzare una gerarchia parallela.
L’assist di Benedetto XVI: carità ecclesiale e boomerang
Benedetto XVI provò a ricucire: nel 2009 revocò la scomunica ai quattro vescovi consacrati nel 1988, confidando in un cammino verso una soluzione piena e condivisa. Il decreto della Santa Sede è un testo sobrio ma chiarissimo nelle intenzioni: gesto di paternità, non sanatoria delle questioni dottrinali.
Eppure quell’“assist” si trasformò in un boomerang mediatico e morale con il caso Williamson: uno dei quattro, Richard Williamson, travolse tutto con le sue posizioni negazioniste sulla Shoah, rendendo tossico ogni tentativo di riavvicinamento e producendo uno scandalo che ferì anche il dialogo ebraico-cristiano.
Francesco: concessioni pastorali, non riabilitazione dottrinale
Papa Francesco, in un’altra linea, concesse spazi pastorali: facoltà di confessare validamente durante l’Anno della Misericordia (poi prorogata) e indicazioni perché i matrimoni celebrati in quel contesto potessero essere riconosciuti con modalità che coinvolgessero l’ordinario diocesano. Ma anche qui: cura delle anime, non riconoscimento pieno.
Nel 2019, Francesco ha inoltre riorganizzato i dossier, sopprimendo la Commissione Ecclesia Dei e portando la competenza sul tema nell’alveo dottrinale: segnale che la questione non è solo disciplinare, ma teologica.
La polarizzazione intra-cattolica: quando si resta dentro per sabotare
Ed eccoci al punto più doloroso: la frattura non riguarda soltanto chi sta fuori o ai margini. Negli ultimi anni, la vera destabilizzazione spesso è venuta da frange ideologizzate rimaste formalmente in comunione con Roma, ma di fatto impegnate a trasformare la liturgia e l’ecclesiologia in una bandiera di opposizione permanente. È qui che la Chiesa paga un prezzo altissimo: non perché esistano sensibilità diverse, ma perché la differenza diventa militanza identitaria, e la fede un grimaldello contro la comunione.
Paradossalmente, almeno i lefebvriani “puri” mostrano una coerenza brutale: se si arriva a consacrare vescovi senza mandato, si sta dicendo apertamente che la misura ultima non è Pietro ma Écône. È una coerenza tragica, ma chiara. Più ambigua – e più corrosiva – è la posizione di chi pretende di “restare dentro” mentre lavora per delegittimare l’autorità che definisce il dentro.
L’atto di luglio: una scorciatoia che diventa dottrina
L’annuncio del superiore generale, Davide Pagliarani, viene presentato come “necessità” per garantire la continuità del ministero episcopale della Fraternità e come risposta a una Santa Sede ritenuta non soddisfacente. Ma quando la “necessità” diventa criterio stabile per scavalcare la comunione, non siamo più nella pastorale: siamo in una teologia alternativa dell’autorità.
In gioco, dunque, non è solo un atto disciplinare che comporta sanzioni. È la domanda più antica e più attuale: la Chiesa è una comunione ricevuta o un’identità auto-costruita? Se prevale la seconda, la Tradizione smette di essere memoria viva e diventa, semplicemente, un confine armato.
