Due nuovi beati e quattro venerabili: la santità che attraversa la storia
Con la promulgazione di nuovi decreti da parte del Dicastero delle Cause dei Santi, autorizzata da Leone XIV il 22 gennaio, la Chiesa riconosce ancora una volta che la santità non è un’astrazione devota, ma una forma concreta di vita attraversata dalla storia, dalle sue ferite e dalle sue speranze. Due nuovi beati e quattro venerabili entrano così nell’orizzonte ecclesiale come figure diverse per epoca, cultura e vocazione, ma unite da un tratto comune: l’aver vissuto il Vangelo fino in fondo, ciascuno nel proprio contesto.
Il riconoscimento del martirio del frate minore guatemalteco Augusto Rafael Ramírez Monasterio riporta alla memoria una stagione drammatica dell’America Latina, segnata da violenza politica, repressione militare e criminalizzazione dell’impegno ecclesiale a favore dei poveri. La sua morte, avvenuta nel contesto di una guerra civile che non tollerava la libertà della coscienza cristiana, viene riconosciuta come autentico martirio in odium fidei. Non un martirio cercato, ma accettato nella fedeltà al ministero sacerdotale, alla difesa degli ultimi e al sigillo sacramentale della confessione. È una testimonianza che interroga ancora oggi il rapporto tra fede, giustizia e potere.
Accanto al martirio, la Chiesa riconosce anche il segno della grazia attraverso il miracolo attribuito all’intercessione di Maria Ignazia Isacchi, fondatrice delle Orsoline del Sacro Cuore di Gesù di Asola. La sua beatificazione nasce da una guarigione inspiegabile sul piano scientifico, ma soprattutto da una vita spesa nell’educazione, nella guida spirituale e nella costruzione paziente di una comunità religiosa capace di coniugare disciplina, carità e fiducia nella Provvidenza. È una santità che parla il linguaggio della perseveranza e della responsabilità, maturata nel quotidiano.
I decreti sulle virtù eroiche riconoscono inoltre quattro figure di venerabili, tra cui spicca la presenza di un laico, Nerino Cobianchi. La sua vita, segnata dal lavoro, dalla famiglia e da un’intensa azione caritativa, mostra come la santità non sia riservata a percorsi straordinari, ma possa fiorire nel tessuto ordinario della società. La sua esperienza richiama una Chiesa che non separa fede e impegno sociale, preghiera e solidarietà, sofferenza e speranza.
Le tre religiose dichiarate venerabili — Crocifissa Militerni, Maria Giselda Villela e Maria Tecla Antonia Relucenti — appartengono a contesti storici e geografici molto diversi, dall’Italia al Brasile, dal Settecento al Novecento. Eppure, in tutte emerge una santità fatta di fedeltà nascosta, di servizio educativo, di accompagnamento spirituale, di accoglienza dei poveri e dei sofferenti. Una santità non rumorosa, ma incisiva, capace di generare opere durature e comunità vive.
Nel loro insieme, questi riconoscimenti offrono un’immagine della Chiesa lontana da ogni trionfalismo: una Chiesa che continua a riconoscere la santità là dove il Vangelo ha preso carne nella storia, spesso in silenzio, talvolta nel conflitto, sempre nella fiducia in Dio. È una santità plurale, che attraversa vocazioni diverse e ricorda che la misura cristiana non è il successo, ma la fedeltà.
In tempi segnati da polarizzazioni e semplificazioni, la memoria dei santi e dei testimoni riconosciuti oggi invita a uno sguardo più profondo: la storia non è redenta dai vincitori, ma da chi ha saputo viverla come luogo di dono.
