L’intelligence israeliana ha forato la sicurezza di Teheran ed è andata a colpo sicuro nell’uccisione di Kamenei
Il Financial Times racconta come è morto Ali Khamenei. Telecamere del traffico hackerate, telefoni in tilt, una fonte umana della CIA che conferma la posizione, trenta missili lanciati nel momento esatto. Una storia affascinante, accompagnata — come nota pudicamente lo stesso giornale — dalle cautele del caso: sarebbe strano che le intelligence coinvolte svelassero troppo di un successo. Il che significa: potrebbe essere vera, potrebbe essere propaganda, potrebbe essere entrambe le cose. Nella guerra moderna, la differenza non sempre conta.
Ariel Sharon è morto nel 2014, dopo otto anni di coma vegetativo. Non ha visto il risultato del piano che aveva ordinato all’inizio degli anni 2000 all’allora capo del Mossad, Meir Dagan: infiltrarsi nel sistema nervoso dell’Iran, costruire una rete di agenti locali, sabotare dall’interno ciò che non si poteva colpire dall’esterno. Non ha visto il virus Stuxnet che nel 2010 ha distrutto le centrifughe di Natanz. Non ha visto l’archivio nucleare iraniano rubato fisicamente da un magazzino di Teheran nel 2018 — mezzo milione di documenti, trentamila file, sottratti sotto il naso dei Pasdaran. Non ha visto gli scienziati nucleari uccisi nelle strade di Teheran con pistole dotate di silenziatore, sparati da moto che si dileguavano nel traffico. Non ha visto, sabato mattina, i trenta missili Black Sparrow demolire il complesso governativo dove si trovava la Guida Suprema.
La storia che il Financial Times racconta è, se vera, il compimento di un piano ventennale. Non è una guerra lampo — è una guerra di profondità, paziente, silenziosa, che ha operato nello spazio tra la pace ufficiale e la guerra dichiarata, in quella zona grigia che il diritto internazionale fatica ancora a nominare con precisione.
L’Unità 8200 e le telecamere del traffico
Il dettaglio più inquietante della ricostruzione del Financial Times non è la bomba finale. È quello iniziale: le telecamere per il traffico di Teheran, hackerate dall’Unità 8200 israeliana — il reparto di intelligence digitale dell’IDF, considerato tra i più avanzati al mondo — e trasformate in occhi israeliani nelle strade della capitale nemica. Per mesi, forse anni, Israele avrebbe guardato gli ingressi del compound governativo attraverso le stesse telecamere che la polizia iraniana usava per multare chi passava col rosso.
È una storia che vale la pena tenere in mente la prossima volta che si attraversa un incrocio sorvegliato. Non perché il Mossad stia guardando anche noi — quasi certamente no. Ma perché dimostra qualcosa di strutturale: ogni infrastruttura digitale connessa è, potenzialmente, un punto di accesso per chiunque abbia le competenze per entrarci. Le telecamere del traffico di Teheran non erano state installate come strumento di spionaggio nemico. Erano state installate per gestire il traffico. Sono diventate altro.
Al sistema di sorveglianza visiva si è aggiunto quello che il Financial Times descrive come un attacco alla rete telefonica: i telefoni degli apparati di sicurezza iraniani facevano continuamente segnale occupato, rendendo difficile la comunicazione interna proprio nel momento in cui sarebbe stata più necessaria. Non è un’interruzione brutale — è più sottile. È il rumore che si inserisce nel sistema senza spegnerlo, creando confusione dove serviva chiarezza, ritardo dove serviva prontezza.
E poi c’era la fonte umana. La CIA, secondo la ricostruzione, aveva un informatore diretto che ha confermato che Khamenei, in quel momento, non era sceso nel bunker più profondo. Era lì, raggiungibile. A quel punto i caccia — forse già in attesa della segnalazione — hanno lanciato.
Vent’anni di pazienza
La cosa che colpisce di più in questa storia non è la tecnologia. È il tempo. Vent’anni. Un piano concepito da un premier che sarebbe entrato in coma prima di vederne i frutti, eseguito da generazioni di agenti che si sono avvicendati senza che il piano venisse mai abbandonato, mai sostituito con qualcosa di più rapido o di più visibile, mai sacrificato sull’altare dell’urgenza politica del momento.
C’è qualcosa di quasi monastico in questa pazienza — nel senso più tecnico del termine. I monaci medievali costruivano cattedrali sapendo che non le avrebbero viste finite. Lavoravano per qualcosa che andava oltre la loro vita individuale, dentro una tradizione che li precedeva e li avrebbe seguiti. Il Mossad di Meir Dagan ha costruito una cattedrale di intelligence: fondamenta negli anni 2000, archi nel decennio successivo, volta nella campagna del 2024, guglia sabato mattina con i trenta missili.
Non è un paragone elogiativo — è un paragone strutturale. La pazienza non è una virtù morale in sé: dipende dal fine per cui viene esercitata. Ma come forma di organizzazione dell’azione nel tempo, come capacità di subordinare il risultato immediato a quello definitivo, come disciplina del lungo respiro contro la tentazione dello scatto improvviso, questa storia dice qualcosa che va oltre la geopolitica.
La nebbia e la verità
Ma c’è un secondo livello in questa storia, che il Financial Times stesso segnala con la sua prudenza. Ogni ricostruzione di un’operazione di intelligence di questo tipo porta con sé una domanda ineliminabile: quanto è vera, e quanto è costruita?
Le intelligence non svelano i segreti dei propri successi per generosità verso i giornalisti. Li svelano — selettivamente, strategicamente — quando hanno interesse a farlo. Quando vogliono mandare un messaggio all’avversario: conosciamo Teheran come Gerusalemme. Quando vogliono rassicurare i propri alleati. Quando vogliono alimentare la narrativa della propria invincibilità per produrre effetti psicologici nei nemici interni al regime che sta cadendo.
Il giornale ricorda la morte di Ismail Haniyeh, il leader di Hamas dilaniato da un’esplosione a Teheran nel luglio 2024. Anche in quel caso le versioni si moltiplicarono: una bomba nascosta nell’appartamento mesi prima, un missile lanciato da un aereo, un razzo sparato da un’altura vicina. Ognuna plausibile. Ognuna impossibile da verificare dall’esterno. Ognuna funzionale a raccontare una storia su chi fosse capace di cosa.
Nella guerra moderna — soprattutto in quella ibrida, che mescola operazioni militari, cyberattacchi, assassini mirati e informazione — la verità dei fatti è spesso meno importante della verità percepita. Conta chi appare invincibile, chi appare vulnerabile, chi sembra sapere tutto e chi sembra cieco. La ricostruzione del Financial Times potrebbe essere accurata al novanta per cento, o al cinquanta, o al venti. Non lo sapremo probabilmente mai. Ma il fatto che circoli, che venga letta, che produca l’immagine di un’intelligence israeliana onnisciente che «conosce Teheran come Gerusalemme» — quello è già un effetto reale, indipendentemente dalla percentuale di verità contenuta.
Quello che la fede chiede di guardare
C’è una domanda morale che questa storia pone e che non si può eludere con l’ammirazione tecnica per la perfezione dell’operazione. Vent’anni di infiltrazione, sabotaggio, omicidi mirati di scienziati nelle strade di una città. Un’operazione pianificata nell’ombra, senza dichiarazione di guerra, senza mandato internazionale, senza nessuna delle procedure che il diritto internazionale prevede per l’uso della forza letale tra Stati.
Il diritto internazionale vieta l’assassinio mirato di capi di stato stranieri — è una norma consuetudinaria consolidata, ribadita in decenni di prassi e dottrina. La dottrina della guerra giusta chiede che ogni uso della forza sia proporzionato, necessario, rivolto a obiettivi militari, condotto da un’autorità legittima. Non è chiaro come nessuno di questi criteri si applichi a vent’anni di operazioni coperte che culminano nell’uccisione di un capo di stato nel suo compound.
Questo non è un giudizio su Khamenei — che ha guidato un regime che ha oppresso il proprio popolo, finanziato il terrorismo internazionale, portato l’Iran sull’orlo della guerra con il mondo intero. È un giudizio sulla struttura dell’azione. Perché se è lecito uccidere un capo di stato nemico con un’operazione coperta vent’anni pianificata, allora il principio vale per chiunque. E se vale per chiunque, non vale più come principio: diventa semplicemente la legge del più forte e del più paziente.
La tradizione cristiana ha sempre insistito che i fini non giustificano i mezzi — non perché i fini non contino, ma perché i mezzi plasmano chi li usa. Una democrazia che costruisce eserciti invisibili, che hackera le telecamere dei paesi nemici, che aspetta vent’anni per colpire nel momento giusto — quella democrazia è ancora la stessa che aveva iniziato? O è diventata, nel processo, qualcosa di simile a ciò che voleva sconfiggere?
Non è una domanda retorica. È la domanda più difficile che questa storia pone. E il fatto che nessuno la stia facendo, in mezzo all’ammirazione generale per la perfezione dell’operazione, dice qualcosa su quanto abbiamo già risposto, senza accorgercene.
«Conosciamo Teheran come Gerusalemme», dicono le fonti israeliane al Financial Times. È una frase bellissima, come slogan. E terribile, come principio.
