Nel Venezuela che proclama l’avvio di una nuova fase dopo la cattura di Nicolás Maduro, emergono due casi di cittadini stranieri detenuti che mettono alla prova la credibilità della cosiddetta transizione. Si tratta di James Luckey-Lange, cittadino statunitense, e di Alberto Trentini, cooperante italiano. Due storie profondamente diverse, accomunate però da un elemento inquietante: l’assenza di trasparenza da parte delle autorità venezuelane.

Il caso americano: James Luckey-Lange

James Luckey-Lange, 28 anni, originario di Staten Island, è scomparso all’inizio di dicembre mentre viaggiava in Venezuela. Entrato nel Paese dal Brasile, aveva attraversato il sud venezuelano – una regione isolata e segnata da traffici illegali e presenza armata – e aveva poi comunicato a familiari e amici l’intenzione di rientrare a Caracas per prendere un volo verso New York.

Secondo una fonte venezuelana a conoscenza del dossier, Luckey-Lange è detenuto in un centro di detenzione legato al controspionaggio militare a Caracas. Sarebbe stato fermato mentre incontrava musicisti locali. Le autorità non hanno chiarito se fosse in possesso del visto richiesto ai cittadini statunitensi né se a suo carico esistano accuse formali.

Il governo degli Stati Uniti starebbe valutando se classificarlo come “ingiustamente detenuto”, una definizione che trasformerebbe il caso in una questione politica di primo piano. In passato, il Venezuela di Maduro ha più volte utilizzato cittadini americani come leva negoziale nei rapporti con Washington. Resta da capire se questa prassi appartenga davvero al passato.

Il caso italiano: Alberto Trentini, cooperante umanitario

Diversa – e va detto con chiarezza – è la vicenda di Alberto Trentini, 45 anni, operatore umanitario veneziano. Trentini non è accusato di spionaggio, né di attività ostili allo Stato. L’unica accusa informalmente evocata dalle autorità venezuelane è quella, del tutto generica e mai formalizzata, di “cospirazione”.

Trentini lavora per la ong Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza alle persone con disabilità. Si trovava in Venezuela dal 17 ottobre per motivi esclusivamente professionali. Il 15 novembre, mentre si recava da Caracas a Guasdualito, nel sud-ovest del Paese, è stato fermato insieme all’autista dell’organizzazione. Da quel momento è detenuto in un carcere della capitale, senza imputazioni, senza processo e senza accesso regolare a un avvocato.

La sua condizione desta particolare preoccupazione: soffre di ipertensione e, per mesi, non ha avuto accesso alle medicine necessarie né ai beni di prima necessità. Per lungo tempo neppure l’ambasciatore italiano ha potuto incontrarlo.

Solo il 15 maggio, sei mesi dopo l’arresto, la famiglia ha ricevuto una prima telefonata dal cooperante, che ha rassicurato sulle sue condizioni. Una seconda chiamata è avvenuta il 26 luglio: Trentini ha detto di stare bene, ma di essere profondamente provato dalla detenzione prolungata.

L’intervento della Farnesina

Sul caso si è attivata la Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha nominato Luigi Vignali, direttore generale per gli Italiani all’estero, inviato speciale per seguire i casi dei connazionali detenuti in Venezuela. Palazzo Chigi segue direttamente il dossier: l’8 aprile la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha telefonato alla madre di Alberto, Armanda Colusso Trentini, assicurando l’impegno del governo per riportarlo a casa.

Il caso è stato citato anche in una risoluzione della Commissione interamericana dei diritti umani, che ha chiesto chiarimenti alle autorità venezuelane sulle condizioni di detenzione. La famiglia, intanto, continua una mobilitazione pubblica, denunciando il silenzio di Caracas e chiedendo che Alberto non venga dimenticato.

Continuità degli apparati, oltre la retorica del cambiamento

I due casi – pur diversi per natura e contesto – sollevano una questione comune. Entrambi i detenuti si trovano in strutture controllate da apparati di sicurezza rimasti intatti anche dopo il cambio politico al vertice. La leadership ad interim di Delcy Rodríguez ha parlato di cooperazione internazionale e rispetto del diritto, ma sul terreno la discontinuità tarda a manifestarsi.

Nel caso di Trentini, in particolare, non c’è alcuna accusa riconducibile a sicurezza nazionale, spionaggio o interferenze straniere. Si tratta di un operatore umanitario, con un curriculum internazionale limpido, fermato mentre svolgeva il proprio lavoro. La sua detenzione appare dunque ancora più difficile da giustificare.

Il vero test della transizione

Per l’Italia come per gli Stati Uniti, questi casi rappresentano un test politico. Se il Venezuela vuole davvero presentarsi come interlocutore affidabile, non può continuare a tollerare detenzioni senza accuse, senza processo e senza trasparenza.

La transizione non si misura solo nei mercati petroliferi o nei rapporti diplomatici, ma nella capacità di rompere con le pratiche arbitrarie del passato. Finché Alberto Trentini e James Luckey-Lange resteranno privati della libertà senza un quadro giuridico chiaro, quella transizione resterà incompleta.

E, soprattutto, poco credibile.