I limiti teologici e storici del lefevbrianesimo

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nell’annuncio della Fraternità San Pio X di procedere a nuove consacrazioni episcopali senza mandato pontificio. Non è solo un atto di disobbedienza canonica né l’ennesimo capitolo di un contenzioso irrisolto con Roma. È, piuttosto, la manifestazione coerente – e ormai definitiva – dei limiti strutturali di una visione di Chiesa e di mondo che, da decenni, mostra di non poter essere ricomposta dall’interno.

Il punto non è più se i lefebvriani possano rientrare pienamente nella Chiesa cattolica, ma se lo vogliano davvero. E la risposta, alla luce dei fatti, sembra negativa.

Una rottura non accidentale

Quando Benedetto XVI promulgò Summorum Pontificum nel 2007, lo fece con un’intenzione chiarissima: disinnescare il conflitto liturgico per liberare il nodo teologico. Offrendo piena cittadinanza ecclesiale al rito romano antico, egli sperava di togliere ai lefebvriani l’argomento simbolico più forte e di aprire una strada di riconciliazione. Il dialogo, in effetti, si intensificò. Ma fallì.

Non per ostilità contingente, bensì per un motivo più radicale: molti esponenti della Fraternità posero come condizione implicita – talvolta esplicita – quella di non dover mai rientrare davvero nella Chiesa postconciliare. Il problema non era il rito, ma la legittimità del Concilio Vaticano II come evento dello Spirito nella storia. Accettare Roma avrebbe significato riconoscere che la Chiesa non aveva tradito se stessa nel confrontarsi con la modernità. Un prezzo che la Fraternità non era disposta a pagare.

Una Chiesa barocca, ma senza storia

La visione lefebvriana è spesso descritta come “tradizionalista”. In realtà è più corretto definirla barocca in senso ideologico: una Chiesa che si rifugia in una forma totale, autosufficiente, ipersimbolica, dove il rito non rimanda più al mistero ma lo sostituisce. Il rito per il rito. La forma per la forma.

È una Chiesa che confonde la Tradizione con la cristallizzazione, dimenticando che la Tradizione cattolica è sempre stata storica, incarnata, capace di attraversare mutamenti senza perdere la sostanza. Nei lefebvriani, invece, il tempo è vissuto come minaccia, non come luogo teologico. Il mondo non è lo spazio della missione, ma il teatro della decadenza.

Elitarismo e gnosi liturgica

Da qui nasce un tratto che raramente viene nominato con chiarezza: la deriva gnostico-elitaria. Non nel senso dottrinale classico, ma in quello sociologico e spirituale. La Fraternità tende a costruire comunità chiuse, autoreferenziali, convinte di custodire una “vera Chiesa” accessibile solo a chi possiede il codice giusto: il rito giusto, il linguaggio giusto, la sensibilità giusta.

Il popolo di Dio lascia il posto a una minoranza illuminata, separata, che legge la storia come un lungo tradimento. In questo senso, il parallelismo con alcune comunità separatiste – come gli Amish negli Stati Uniti – non è del tutto improprio: rifiuto del mondo moderno, autosegregazione culturale, riproduzione endogamica di un’identità percepita come pura. Ma con una differenza decisiva: gli Amish non pretendono di rappresentare l’autentico cristianesimo universale; i lefebvriani sì.

Non un’altra Chiesa, ma un altro cristianesimo

Ed è qui che si tocca il punto più grave. Quella lefebvriana non è semplicemente un’altra Chiesa – cosa che, paradossalmente, sarebbe più onesta – ma un altro cristianesimo. Un cristianesimo in cui la Croce è assolutizzata e la Risurrezione diventa quasi un’appendice retorica. Un cristianesimo della penitenza senza domenica, del sacrificio senza compimento, della lotta senza promessa.

Non a caso, anni fa, circolò negli ambienti tradizionalisti un film intitolato Via Crucis: un’opera cupa, ossessiva, interamente centrata sulla sofferenza, sul dolore, sulla mortificazione, senza alcuna vera apertura pasquale. Un cristianesimo gnostico-pelagiano, dove la salvezza sembra dipendere dalla resistenza ascetica di pochi eletti, più che dalla grazia che precede e supera l’uomo. È una spiritualità che guarda al Venerdì Santo come punto di arrivo, non come passaggio.

Perché oggi è insostenibile

In questo quadro, la decisione di consacrare nuovi vescovi senza mandato non è un incidente, ma una conseguenza logica. Se il mondo è irrimediabilmente corrotto, se la Chiesa “ufficiale” è compromessa, se la grazia opera solo dentro un recinto identitario, allora l’auto-perpetuazione diventa un dovere morale. Ma questa logica è insostenibile oggi, non solo canonicamente, ma antropologicamente e teologicamente.

Una Chiesa che si definisce per separazione, che vive il mondo come nemico e la storia come caduta, è destinata a irrigidirsi, a ripetersi, a consumarsi nella propria coerenza. Non evangelizza: si conserva. Non annuncia: resiste. Ma il cristianesimo non è mai stato una religione della sopravvivenza.

La Tradizione cattolica vive di una tensione feconda: fedeltà e apertura, memoria e missione, Croce e Risurrezione. Quando uno di questi poli viene reciso, non resta una Chiesa più pura, ma una fede più povera. E forse è questo, più di ogni scomunica, il vero dramma lefebvriano: aver scelto la forma della Croce senza la libertà della Pasqua.