Un film di Bollywood porta nel mainstream una vecchia teoria cospirazionista: quando la finzione diventa carburante identitario
C’è un momento, nella vita di una teoria del complotto, in cui smette di essere un vizio di nicchia e diventa cultura. Non accade quando qualcuno la dimostra — quasi mai — ma quando qualcuno la racconta bene. Con ritmo, personaggi, conflitto. In una parola: con cinema.
È quello che sta succedendo in India attorno al Taj Mahal, il monumento più fotografato e più “identitario” del Paese, patrimonio UNESCO, icona globale di un’India che al mondo piace perché è plurale, stratificata, sincretica. Ma, proprio per questo, anche bersaglio perfetto. Da decenni circola una tesi revisionista: il Taj non sarebbe un mausoleo mughal del XVII secolo voluto da Shah Jahan per la moglie Mumtaz, ma la copertura di un’origine induista — palazzo, tempio di Shiva, struttura “usurpata” e poi riscritta dalla storia ufficiale. Gli storici l’hanno più volte confutata, le istituzioni l’hanno smentita, i tribunali l’hanno respinta. Eppure la teoria non muore. Rinasce. Perché non vive di prove: vive di sfiducia.
Oggi, a darle un corpo nuovo, è stato un film: The Taj Story, courtroom drama guidato da Paresh Rawal e scritto-diretto da Tushar Amrish Goel, uscito nelle sale il 31 ottobre 2025. La promessa dei materiali promozionali — “rivelare la storia non raccontata” — non è la scoperta, ma l’insinuazione: la messa in scena di un processo, un’aria di segreto, la domanda ripetuta come un mantra (“perché non aprono le stanze?”), un protagonista che si sente censurato e quindi, automaticamente, “nel giusto”. È la grammatica perfetta del complottismo contemporaneo: se ti negano l’accesso, allora nascondono la verità.
Il film, in questo senso, non inventa dal nulla. Prende un pacchetto di “prove” riciclate da anni e le rende cinema: le presunte “22 stanze segrete” sotto il mausoleo, l’idea di idoli nascosti, la datazione di un pezzo di legno che “anticiperebbe” la costruzione, i simboli letti come induisti più che come motivi artistici condivisi. Il problema non è solo che queste affermazioni siano state contestate: è che, una volta trasformate in racconto popolare, diventano esperienza per lo spettatore. E l’esperienza, nel dibattito pubblico, pesa più dell’archivio.
Non a caso, quando nel 2022 una corte dell’Uttar Pradesh e poi la Corte Suprema hanno respinto richieste e ricorsi legati all’apertura delle camere, la vicenda non si è spenta: si è spostata, come fa sempre, dalla sede della prova alla sede dell’emozione. E quando l’Archaeological Survey of India pubblicò fotografie delle aree sotterranee per dissipare i sospetti, l’effetto fu quasi opposto: invece di calmare, alimentò l’idea del “cover-up”, e la circolazione delle immagini divenne essa stessa terreno di sospetto.
The Taj Story arriva dentro questa crepa e la allarga con la forza della fiction. Non è un caso isolato. Da anni, una parte di Bollywood flirta con una narrazione storica “a senso unico”, in sintonia con un clima politico in cui il passato mughal — e più in generale la componente islamica della storia indiana — viene reinterpretato da frange del nazionalismo induista come un’epoca di oppressione straniera da riscattare. Alcuni critici hanno visto nel film più che un’opinione: un dispositivo capace di riattivare tensioni tra comunità in un Paese che ospita circa 200 milioni di musulmani.
Il punto, però, non è “censurare” il cinema. Il punto è capire come il cinema — proprio perché libero e potente — possa diventare amplificatore di un genere che oggi domina la politica globale: la storia come arma identitaria. Qui il parallelismo con JFK di Oliver Stone (1991) non è un vezzo: è una chiave. Un film può rimettere in circolo teorie già esistenti, dare loro prestigio estetico e produrre un effetto di “verità percepita” che sopravvive alle smentite. È la differenza tra l’idea che “qualcuno lo dice” e l’idea che “l’ho visto”. E una volta che l’hai visto, il cervello archivia l’immagine come esperienza, non come ipotesi.
Per questo il dato più rivelatore non è solo culturale, è industriale: The Taj Story non è rimasto una provocazione d’autore; ha performato. Secondo la stampa indiana ha superato la soglia dei 20 crore di rupie in poche settimane, trasformandosi in un successo sorprendente rispetto al budget contenuto. E quando arriverà stabilmente sulle piattaforme, quel successo potrebbe diventare capillarità: clip, WhatsApp, YouTube, reel “di prova”, discussioni su Reddit e Telegram. Un film non vince più in sala: vince nell’ecosistema.
In fondo, il Taj Mahal è l’oggetto ideale per questa dinamica: è un simbolo totale. Parla d’amore e di morte, di potere e di bellezza; ma parla anche di una storia indiana in cui l’influenza islamica non è una parentesi, è una tessera. Metterla in discussione, attraverso una teoria alternativa seducente, significa spostare il baricentro dell’identità nazionale: non “siamo un intreccio”, ma “siamo stati ingannati”. E l’idea di essere stati ingannati è il combustibile più efficace per trasformare il passato in tribunale.
C’è una battuta attribuita a una guida del Taj Mahal, citata spesso in questi giorni, che chiude la questione con una semplicità disarmante: gli architetti mughal incorporarono motivi locali, anche induisti, perché volevano rappresentare “tutta la gente”. Oggi, invece, l’arte viene convocata come prova di appartenenza esclusiva. La differenza non è nel marmo: è nello sguardo.
Alla fine, The Taj Story non è solo un film controverso. È un test: misura quanto una società sia disposta a scambiare la complessità della storia con il conforto di una cospirazione. E misura anche una responsabilità del cinema contemporaneo, ovunque: quando la finzione si innesta in un contesto polarizzato, non basta dire “è solo un film”. Perché un film, oggi, è raramente “solo” un film. È un moltiplicatore di senso. E a volte, di risentimento.
