C’è un punto, nella vita della Chiesa, in cui la misericordia verso le persone non può più confondersi con l’indulgenza verso i sistemi. Ed è precisamente qui che si colloca ciò che molti hanno già chiamato — con una formula efficace — il metodo Leone XIVchiedere a Regnum Christi di distinguere il fondatore dal carisma, di smettere di sovrapporre il dono dello Spirito con la biografia, talvolta tragicamente corrotta, di chi l’ha avviato. Non è un’operazione cosmetica. È una bonifica.

Nel suo incontro con i laici e i consacrati di Regnum Christi, Leone XIV ha insistito sul fatto che il carisma non è un reperto, ma una “forza vitale”, che chiede discernimento, governo evangelico e comunione reale.  Ma proprio questa idea — carisma come forza viva e non come reliquia — implica una conseguenza severa: se il carisma è dello Spirito, non può essere proprietà privata di un individuo; e se è dono per la Chiesa, non può restare prigioniero dell’ombra di chi l’ha deturpato.

Qui la distinzione diventa teologicamente e pastoralmente decisiva. Chi avvia un’esperienza religiosa e poi si macchia di delitti canonici, disobbedienza, malversazioni, abusi spirituali e sessuali — e, più ancora, se si separa di fatto dalla comunione ecclesiale e dall’istituto stesso — può essere, al massimo, iniziatore storico di un processo complesso e spesso condiviso. Ma chiamarlo “fondatore carismatico” equivale a una canonizzazione surrettizia: è dare al suo nome un’aura pneumatica che la realtà smentisce. Non è moralismo: è logica dell’Incarnazione. La grazia non è una vernice che santifica qualsiasi biografia; la grazia, quando è tradita, chiede verità.

C’è un punto ulteriore, più sottile e più doloroso. Anche le opere “alte” di un fondatore caduto — testi, intuizioni, costruzioni teologiche — rischiano di diventare caricatura di se stesse. Non perché la verità, in astratto, si dissolva; ma perché la credibilità della parola è inseparabile, nel vissuto ecclesiale, dalla coerenza di chi la pronuncia. E quando emerge che dietro un lessico spirituale si celava un esercizio di potere, la parola stessa appare contaminata: non più luce, ma strumento; non più Vangelo, ma linguaggio di dominio. È qui che si capisce perché la Chiesa, oggi, non può limitarsi a “salvare l’istituzione”: deve salvare l’umano ferito, e per farlo deve recidere i miti.

Per questo il “metodo Leone XIV” non è una condanna dell’esperienza. È, al contrario, la sola strada per renderla possibile. Regnum Christi — e con esso i laici legati ai Legionari di Cristo — può avere un futuro ecclesiale solo se accetta una verità liberante: non si riparte dal fondatore, si riparte dal servizio. Si riparte da ciò che, pur dentro una storia disordinata, è stato autenticamente offerto alla Chiesa: apostolato, educazione, missione, opere di carità; ma ripulite dalla retorica dell’eccezionalità, riconsegnate alla normalità evangelica. È una rinascita che non ha bisogno di leggende, ma di regole: governo trasparente, controllo reale, discernimento comunitario, ascolto delle vittime, cultura della prevenzione. Il carisma, se è vero, regge anche senza l’icona del fondatore; anzi, spesso comincia a respirare solo quando quell’icona crolla.

Qui il confronto con altre esperienze ecclesiali è istruttivo. Ci sono famiglie religiose che dispongono già di un impianto carismatico chiaramente radicato in una santità riconosciuta dalla Chiesa — pensiamo a san Massimiliano Maria Kolbe — e dunque non necessitano di appoggiarsi a narrazioni personalistiche. In questi casi, l’identità non dipende dal magnetismo di un singolo, ma dalla solidità di una forma evangelica: Regola, tradizione, Magistero, e un santo che garantisce una sorgente limpida. Diverso è quando, in tempi di “società liquida”, si è tentati di sostituire la stabilità del carisma con un carisma gassoso, fatto di impressioni, leadership, estetica spirituale e devozioni identitarie: basta una crepa, e tutto evapora. È un rischio che, in Italia, conosciamo bene anche nella vicenda di p. Stefano M. Manelli, che va letta — proprio per amore della Chiesa — come monito contro la personalizzazione del carisma.

La posta in gioco, allora, non è un dettaglio terminologico (“fondatore” sì, “fondatore carismatico” no). La posta in gioco è la purificazione del linguaggio ecclesiale. Se la Chiesa chiama “carismatico” ciò che è stato anche predatorio, perde il diritto di parlare di Vangelo come liberazione. Se invece distingue — con chiarezza, umiltà e fermezza — restituisce alle parole il loro peso: carisma come dono, governo come servizio, comunione come criterio.

Forse è questo, in profondità, il tratto più promettente del metodo Leone XIV: non lo spettacolo della severità, ma la pazienza della ricostruzione. Separare il fondatore dal carisma non significa cancellare la storia; significa impedirle di diventare destino. E, soprattutto, significa dire alle vittime — finalmente, senza ambiguità — che nella Chiesa non ci sono “figure intoccabili”: c’è soltanto la verità che salva.