Dossier su una “guerra di influenza” tra alt-right americana, sovranismi europei e anticurie: nomi, snodi, metodi

C’è un modo facile di raccontare questa storia: come una serie di episodi pittoreschi, un po’ esotici, in cui l’America populista si affaccia in Vaticano con la stessa leggerezza con cui si entra in un set cinematografico. Ed è anche il modo più falso. Perché, se si mettono in fila gli snodi e i nomi, la trama che emerge non è un romanzo, ma un metodo: tentare di trasformare il Vaticano in un campo di battaglia della guerra culturale occidentale. Quando non si ottiene l’imprimatur, si prova a produrre il contrario: delegittimazione, polarizzazione, pressione, spesso attraverso la logica del dossier.

Il “prologo” del 2014: Bannon entra a Roma prima di Trump

L’episodio fondativo è il videocollegamento del 2014: Steve Bannon parla a un convegno organizzato dal Dignitatis Humanae Institute in Vaticano, offrendo già allora la sua visione di “crisi dell’Occidente”, conflitto come necessità storica, e una lettura politica del cristianesimo come collante identitario. Non è un dettaglio folkloristico: è la prima prova che Roma viene letta come capitale simbolica da conquistare o almeno da piegare a una narrazione.  

Il braccio operativo: Harnwell e la partita di Trisulti

L’uomo-ponte, sul terreno italiano, è Benjamin Harnwell, alla guida del Dignitatis Humanae Institute, e il progetto più visibile è la Certosa di Trisulti: trasformare un luogo monastico in una scuola di formazione per quadri sovranisti (“gladiator school”, nella vulgata). Reuters già nel 2018 descriveva il coinvolgimento diretto di Bannon nella costruzione del curriculum e l’operazione come tentativo di influenzare il cattolicesimo conservatore europeo.  

Nel 2026 la vicenda torna d’attualità con nuovi passaggi giudiziari e ricorsi: segno che non era un fuoco di paglia, ma un investimento strategico di lungo periodo.  

Il canale mediatico: Breitbart a Roma e Thomas D. Williams

Nessuna operazione di influenza vive senza una cinghia di trasmissione. Qui entra in scena Thomas D. Williams, per anni corrispondente da Roma di Breitbart News, testata-chiave dell’alt-right americana e incubatore politico-mediatico per Bannon. È un elemento decisivo perché sposta la vicenda dal piano “ecclesiastico” a quello della fabbrica narrativa: cornici interpretative, campagne, selezione dei bersagli, costruzione di “frame” tossici o glorificanti.  

Il fronte curiale: il cardinale Burke come simbolo (e il limite delle alleanze)

Sul versante ecclesiale interno, uno dei nomi più pesanti evocati in queste ricostruzioni è il cardinale Raymond Leo Burke, diventato negli anni un simbolo dell’opposizione curiale a papa Francesco. Il punto, qui, non è dipingere “alleanze” come se fossero un partito unico, ma capire la dinamica: una galassia politica esterna cerca sponde in figure che già esprimono dissenso. In alcune fasi, l’interesse converge; in altre, si rompe. Proprio la volatilità di questi rapporti segnala che non è teologia: è utilità politica del momento.  

La variabile italiana: Salvini e l’uso politico dello “scontro col Papa”

Il passaggio italiano più rivelatore non è la simpatia, ma la strategia: l’idea che attaccare Francesco — specialmente sul tema migratorio — sia una leva elettorale e identitaria. Diverse ricostruzioni giornalistiche hanno riportato che Bannon avrebbe consigliato a Matteo Salvini di “attaccare” il Papa come metodo per consolidare consenso: la religione diventa arma di polarizzazione, non luogo di discernimento.  

Viganò: dall’accusa McCarrick alla rottura formale con Roma

Se c’è un nome che completa la mappa del dossieraggio ecclesiale contemporaneo, è Carlo Maria Viganò. Nel 2018 le sue accuse su McCarrick e sulla presunta conoscenza/gestione del caso da parte di papa Francesco divennero un detonatore globale: materiale perfetto per trasformare una tragedia reale (gli abusi) in un dispositivo di guerra interna.  

Nel 2020 il Vaticano pubblicò un rapporto monumentale sul caso McCarrick, ricostruendo responsabilità e decisioni istituzionali lungo decenni e contestualizzando le affermazioni di Viganò.  

Nel 2024, poi, la parabola arriva a un punto di non ritorno: Reuters documenta la condanna per scisma e l’scomunica di Viganò, dopo il rifiuto pubblico di riconoscere l’autorità del Papa e del tribunale competente.  

Questo snodo è essenziale perché mostra come la contestazione possa trasformarsi da “critica” a rifiuto della comunione, cioè a un fatto ecclesiologicamente dirimente.

Il capitolo Epstein: quando il sospetto diventa carburante

Negli ultimi giorni, alcuni media hanno rilanciato messaggi e scambi attribuiti a Bannon con Jeffrey Epstein in cui si parlerebbe di “colpire” papa Francesco. È materia estremamente delicata: va trattata con prudenza, perché il rischio di manipolazione è altissimo, ma il dato politico-culturale è chiaro: certe reti non cercano un confronto, cercano un bersaglio.  

Leone XIV: la continuità del conflitto anche dopo Francesco

Chi immaginava che il cambio di pontificato avrebbe spento la tensione, sbagliava analisi. Una parte del mondo trumpiano prova la via diplomatica (cordialità, rapporti istituzionali); Bannon, invece, ha scelto lo schema collaudato: definire Leone XIV “anti-Trump”, “la peggior scelta per i cattolici MAGA”. Non è un giudizio spirituale: è un’etichetta da guerra culturale.  

E in parallelo, la Santa Sede ha comunicato che nel 2026 non è previsto un viaggio del Papa negli Stati Uniti, scelta letta da più osservatori anche come segnale di un pontificato che vuole sottrarsi alla riduzione “nazionale” della figura papale.  


Che cosa lega questi tasselli

Mettendo insieme Bannon, Harnwell/Trisulti, la macchina mediatica (Breitbart/Williams), la sponda simbolica curiale (Burke), il vettore politico italiano (Salvini) e l’innesco ecclesiale globale (Viganò), il quadro non è una cospirazione unica, ma un’ecologia di influenza.

Il tratto comune è sempre lo stesso:

  • cercare nella Chiesa un capitale simbolico per legittimare un progetto politico;
  • se non lo si ottiene, trasformare il Papa in avversario, usando strumenti di polarizzazione;
  • alimentare la logica “amici/nemici” dentro il cattolicesimo, fino a rendere normale ciò che normale non è: la riduzione del papato a pedina di fazione.

Questo è il punto di verità del dossier: Roma resiste finché resta universale. Nel momento in cui accetta di diventare “capitale” di una parte, smette di essere Roma e diventa soltanto un altro ministero dell’identità.