Analisi mediologica e filosofica della retorica del centrodestra italiano contemporaneo: assonanze, discontinuità e derive
Premessa metodologica: cosa fa un mediòlogo davanti alla politica
La mediologia — nella tradizione che da Régis Debray attraversa Marshall McLuhan fino agli studi contemporanei di medium theory — non si chiede soltanto cosa viene detto, ma come il mezzo trasforma il messaggio, quale dispositivo tecnico e simbolico porta il discorso politico dal soggetto enunciante alla massa ricevente, e quali sedimenti culturali quella trasmissione riattiva nel corpo sociale.
Analizzare la retorica di Giorgia Meloni, Matteo Salvini o Roberto Vannacci con gli strumenti della mediologia cristiana significa dunque fare almeno tre operazioni simultanee: una archeologia del discorso (da dove vengono queste parole?), una fenomenologia del medium (attraverso quali canali e con quale grammatica agiscono?), e una teologia politica implicita (quale visione dell’uomo, della comunità e del sacro portano dentro di sé, spesso inconsapevolmente?).
Avverto subito: questo non è un pamphlet. Le assonanze con Almirante e Mussolini esistono — negarle sarebbe disonestà intellettuale — ma esistono anche discontinuità reali e strutturali che la sinistra spesso non vuole riconoscere perché le converrebbe un nemico più semplice. La verità accademica è sempre meno comoda del tifo.
Almirante: il codice genetico irrisolto
Giorgio Almirante è il rimosso della politica italiana. Segretario del Movimento Sociale Italiano dal 1947 (con una interruzione) fino al 1987, è il personaggio che trasforma il neofascismo da residuo bellico in forza parlamentare stabile, inventando una retorica che chiameremo del doppio registro: da un lato la legittimazione istituzionale (siamo dentro le regole democratiche), dall’altro la conservazione del mito (non rinnegheremo i nostri caduti).
Questo doppio registro non è tatticismo: è una struttura semiotica profonda che permette al discorso di parlare contemporaneamente a due pubblici — quello moderato che vuole rassicurazione, quello militante che vuole identità. Meloni lo conosce perfettamente. Lo ha interiorizzato non come scelta calcolata ma come lingua madre.
Le assonanze documentabili sono almeno quattro:
1. La nazione come organismo vivente. Almirante eredita da Gentile (il filosofo del fascismo) e dal nazionalismo di Corradini l’idea che la nazione non sia un contratto tra individui ma un organismo spirituale preesistente all’individuo, che lo genera e lo supera. In Meloni questa idea riappare nella formula ossessiva radici — «le nostre radici cristiane», «le radici della civiltà occidentale» — dove le radici non sono una metafora botanica ma una metafisica identitaria: qualcosa che precede la scelta, che non si negozia, che definisce chi appartiene e chi è estraneo.
2. Il nemico come categoria necessaria. La retorica almirantiana non funziona senza un nemico strutturale: il comunismo, i poteri occulti, la massoneria internazionale. In FdI il nemico si è aggiornato — le lobby finanziarie, i burocrati europei, il «politicamente corretto», George Soros — ma la funzione semiotica è identica: il nemico non è un avversario politico con cui si discute, è una forza anti-nazionale che minaccia l’essere stesso della comunità. Carl Schmitt — che Almirante aveva letto — chiamava questa struttura il politico: amico/nemico come coppia fondante di ogni spazio pubblico. È una antropologia della conflittualità che non appartiene alla democrazia liberale ma al suo contrario.
3. La vittimizzazione come identità. L’MSI costruisce per decenni la propria identità sulla persecuzione: i caduti della RSI ignorati, i militanti picchiati dai comunisti, l’antifascismo come discriminazione di Stato. Questo martiriologio identitario — la destra come vittima del sistema — è ancora perfettamente riconoscibile nell’autobiografia politica di Meloni: la bambina di Garbatella, la ragazza di destra in un quartiere ostile, il partito che nessuno voleva invitare ai tavoli istituzionali. La vittimizzazione non è solo sentimentalismo: è un dispositivo di coesione identitaria che trasforma ogni attacco esterno in conferma dell’identità, rendendo il gruppo impermeabile alla critica.
4. La tradizione come norma. Almirante — attraverso Julius Evola, attraverso il pensiero della Tradizione (maiuscola, come Evola la intendeva) — porta nel discorso della destra italiana una gerarchizzazione del tempo: il passato come fonte di legittimità, la modernità come degenerazione, la rivoluzione come restaurazione di un ordine perduto. In Meloni questo si traduce nella triade ossessiva Dio, Patria, Famiglia — formula che non è mai innocentemente retorica, perché gerarchizza: prima il sacro collettivo, poi la comunità nazionale, infine la cellula biologica. L’individuo non compare.
Mussolini: le assonanze più inquietanti e le discontinuità reali
Qui occorre rigore storico e distinzione chirurgica, perché confondere Meloni con Mussolini tout court è un errore analitico che aiuta Meloni più che danneggiarla.
Le assonanze strutturali con il discorso mussoliniano esistono, ma operano a livello di grammatica profonda, non di superficie.
Il corporativismo semantico. Mussolini non aveva una ideologia coerente — lo ammetteva lui stesso, e i suoi apologeti lo rivendicavano come segno di vitalità pragmatica. Aveva una retorica dell’azione che sospendeva il giudizio razionale in nome dell’urgenza storica: si fa, non si discute; si agisce, non si delibera. In Salvini — più che in Meloni, che è politicamente più disciplinata — ritroviamo esattamente questa grammatica: il decreto annunciato sui social prima che in Parlamento, la decisione come spettacolo, il corpo del leader come testo politico principale. Il mezzo è TikTok invece dell’Istituto Luce, ma la logica del capo-corpo — il leader che incarna fisicamente la volontà del popolo — è strutturalmente mussoliniana.
La democrazia plebiscitaria contro la democrazia rappresentativa. Mussolini non abolì subito il Parlamento: lo svuotò progressivamente sostituendo la mediazione rappresentativa con il rapporto diretto capo-popolo. Il plebiscito come forma più alta della democrazia (il popolo dice sì o no al capo, senza intermediari) è un’idea mussoliniana nel senso più preciso. Il presidenzialismo che FdI propone non è giuridicamente fascista — esistono democrazie presidenziali solide — ma nel contesto italiano, dove la proposta è accompagnata da una retorica anti-parlamentare («le poltrone», «i tecnici», «le élite»), assume una colorazione che un accademico non può ignorare.
L’anti-intellettualismo come virtù. «Me ne frego» era uno slogan fascista. La diffidenza sistematica verso la competenza, la scienza, il sapere astratto — a favore del «buonsenso», dell’«uomo comune», dell’«istinto nazionale» — è una costante del discorso fascista che riappare con inquietante precisione nel discorso sovranista contemporaneo, da Salvini («i medici che stanno a casa, i professori che stanno nelle università») a certi registri di Vannacci.
Le discontinuità reali però sono altrettanto importanti:
Meloni governa dentro le istituzioni europee, ha sostenuto Draghi sul piano militare, non ha smantellato la magistratura, non ha creato milizie di partito, non ha abolito l’opposizione. Queste non sono differenze trascurabili. Il fascismo storico era un regime: aveva la violenza sistematica come strumento di governo, aveva l’annullamento del pluralismo come obiettivo dichiarato. Nulla di tutto questo è verificabile nell’Italia del 2024-2026. Chi dice il contrario mente, o non conosce la storia.
Il problema non è che Meloni sia Mussolini. Il problema — più sottile e più insidioso — è che alcune strutture retoriche e mentali del fascismo sopravvivono nel discorso della destra italiana come fossili attivi: non producono fascismo, ma producono un terreno in cui certe derive diventano più probabili, certe resistenze istituzionali più fragili, certi avvertimenti meno udibili.
Vannacci: quando la filosofia diventa sintomo
Roberto Vannacci è il caso più interessante dal punto di vista mediologico, perché è il primo prodotto nativamente sovranista dell’Italia contemporanea: non viene dalla tradizione MSI-AN, non ha la formazione politica di Meloni, non ha la strategia comunicativa di Salvini. Viene dall’esercito, scrive un libro in autonomia, diventa un fenomeno editoriale e poi elettorale. È un accidente rivelatore.
Il mondo al contrario — il suo pamphlet — è filosoficamente povero ma sociologicamente ricchissimo. Dal punto di vista accademico, vi si riconoscono almeno tre tradizioni di pensiero, tutte presenti in forma degradata:
1. Il realismo antropologico conservatore. Da Hobbes a Carl Schmitt, la tradizione che vede l’uomo come essere fondamentalmente conflittuale, che ha bisogno di ordine esterno, di gerarchia, di confini chiari per non precipitare nel caos. Vannacci non cita Schmitt — probabilmente non lo ha letto — ma ragiona esattamente come lui: le identità sono naturali e gerarchiche, mescolarle produce disordine, il politico è prima di tutto separazione. È una antropologia dell’esclusione che ha radici filosofiche serie, anche se le conclusioni di Vannacci sono volgari.
2. Il naturalismo etico. L’idea che esistano comportamenti «naturali» e comportamenti «innaturali», e che la politica abbia il compito di tutelare i primi contro i secondi. È una tradizione che in filosofia si chiama fallacia naturalistica(Hume l’aveva già smontata nel ‘700: da come le cose sono non si può dedurre come le cose devono essere), ma che ha una presa popolare fortissima perché semplifica il giudizio morale riducendolo a giudizio biologico. Senza entrare nel merito del giudizio morale e sociologico sulla teoria del gender, la lobby gay o la cultura queer, in Vannacci il suo mantra diventa: l’omosessualità è «non normale» (nel senso statistico), quindi è lecito che la comunità la marginalizzi. È un ragionamento che porta direttamente al regime: se la norma biologica è il criterio politico, chi devia dalla norma perde diritti.
3. Il nostalgismo imperiale. Vannacci è un militare che ha servito in teatri internazionali e ha interiorizzato una visione del mondo in cui l’Occidente — la nostra civiltà — è under siege. Questo schema dello scontro di civiltà (Huntington, ma in versione da bar) ha una funzione psicologica precisa: trasforma la complessità del mondo globale in una narrativa manichea in cui la difesa della propria identità diventa automaticamente virtù, e l’apertura all’altro diventa automaticamente tradimento.
Il Futuro Nazionale che Vannacci ha fondato dentro la Lega (o ai suoi margini) non è ancora una struttura organizzata con ideologia coerente. È un campo magnetico che attrae figure disperse: ex militari, cattolici intransigenti, nostalgici, delusi dal sistema. La radice filosofica è quella che i sociologi chiamano autoritarismo della personalità (Adorno, 1950): un tipo psicologico che cerca ordine, gerarchia, certezza identitaria di fronte all’angoscia della complessità moderna. Non è patologia individuale: è risposta sociale a una crisi reale.
La psicologia dell’uomo italiano in una società che invecchia
Qui arriviamo al nucleo più profondo, e più cristiano, dell’analisi.
L’Italia è la seconda società più vecchia del mondo dopo il Giappone. Una nazione che invecchia non è solo un problema demografico: è un fatto esistenziale collettivo. Una società anziana ha meno futuro da immaginare e più passato da proteggere. Ha più paura della perdita che desiderio di trasformazione. Ha corpi che sentono la fragilità, biografie che hanno già scommesso su un certo ordine del mondo e non possono permettersi di averlo sbagliato.
La sociologia della religione chiama questo fenomeno teodicea della sofferenza al contrario: non come spiegare il male, ma come dare senso a ciò che si è vissuto. Se il mondo cambia troppo, la vita che ho vissuto perde senso retroattivamente. Il conservatorismo di un’Italia che invecchia non è cinismo: è terrore metafisico mascherato da politica.
La retorica sovranista — le radici, la nazione, la famiglia tradizionale, il confine come protezione — parla esattamente a questa paura. Offre quello che la filosofia esistenziale chiama rassicurazione ontologica: tu esisti, appartieni a qualcosa di più grande di te, questo qualcosa durerà. È un bisogno umano profondo e legittimo. Il problema non è il bisogno: è la risposta politica che lo strumentalizza invece di onorarlo.
Da un punto di vista cristiano — e qui il mediòlogo si fa teologo, come deve — c’è un’ironia tragica in tutto questo. Il messaggio evangelico è strutturalmente il contrario del sovranismo identitario: il prossimo è lo straniero (il Samaritano), il confine è ciò che deve essere attraversato (l’incarnazione stessa è un attraversamento di confine), l’identità è ciò che si perde per ritrovarsi (chi vuole salvare la propria vita la perderà). La strumentalizzazione del Vangelo da parte di un discorso politico che costruisce muri, che gerarchizza l’appartenenza etnica, che sacralizza il confine, è — per un cristiano che ragiona — una bestemmia in forma di retorica. Non dico che Meloni bestemmi: dico che l’uso politico del simbolo cristiano da parte del sovranismo è oggettivamente in contraddizione con il messaggio che quel simbolo porta.
Papa Francesco lo disse per anni e Leone XIV lo ribadisce, con una chiarezza che i media italiani sistematicamente sottovalutano. La critica magisteriale alla «globalizzazione dell’indifferenza» non è una critica al sovranismo in senso partitico: è una critica teologica a qualsiasi chiusura identitaria che faccia del confine una categoria salvifica.
Conclusione: i fossili attivi e il compito della democrazia
Un fossile attivo è un organismo che non si è evoluto perché l’ambiente non glielo ha richiesto. Il celacanto esiste ancora perché l’oceano profondo non è cambiato. Certe strutture retoriche del fascismo italiano sopravvivono nel discorso della destra contemporanea non perché qualcuno le abbia deliberatamente conservate (anche se qualcuno lo ha fatto), ma perché il terreno psicologico e sociale che le aveva generate non è mai stato completamente trasformato.
L’Italia non ha fatto il proprio processo di Norimberga. Ha fatto l’amnistia Togliatti. Ha costruito la memoria antifascista come identità di partito più che come pedagogia nazionale. Ha lasciato che il fascismo rimanesse un capitolo chiuso invece di diventare un capitolo compreso.
Il risultato è che le strutture profonde — il capo-corpo, il nemico necessario, la nazione come organismo, l’identità come destino biologico — sono rimaste disponibili nel magazzino culturale italiano, pronte per essere riattivate quando la paura sociale salisse abbastanza da renderle di nuovo appetibili.
Non siamo al fascismo. Ma siamo — e questo un accademico cristiano non può tacere — in un momento in cui la distanza tra democrazia e la sua negazione è misurabile, e la misura non è infinita.
La democrazia non si difende solo con le leggi. Si difende con la formazione del desiderio: aiutare le persone a volere qualcosa di diverso dalla certezza, a tollerare la complessità, a trovare dignità nell’apertura invece che nella chiusura. È un compito educativo, spirituale, culturale prima che politico.
Ed è il compito più difficile che una società che invecchia possa darsi: imparare a morire senza portarsi dietro il futuro degli altri.
«Non abbiate paura» — Giovanni Paolo II. Il problema è che abbiamo molta paura. E la politica lo sa.
