Memoria, potere e responsabilità nella stagione che sfiorisce
Il dibattito riacceso dal #MeToo, anche attraverso casi che coinvolgono figure note come Lory Del Santo o Alfonso Signorini, interroga non solo la giustizia, ma la coscienza. Non è questione di decenni – non solo gli anni Ottanta – né di genere. È questione di potere. E del modo in cui, ieri come oggi, il sistema dello spettacolo ha spesso trasformato il corpo in capitale simbolico.
La Chiesa non ha mai avuto ambiguità su questo punto: la persona non è mezzo, ma fine. Quando il corpo viene usato come scorciatoia per la carriera, quando la disponibilità diventa anticamera della telecamera, si entra in una logica che ferisce la dignità umana. E non riguarda soltanto le donne. Le cronache mostrano come dinamiche analoghe coinvolgano anche uomini adulti e consenzienti. Il problema non è l’identità di chi subisce o partecipa, ma la struttura che premia la compiacenza più del merito.
Per questo è necessario un discernimento serio quando la denuncia prende la scena pubblica. Nel caso di accuse rivolte a persone decedute, la tradizione cristiana ricorda che verità e giustizia camminano insieme, e che la giustizia vive di contraddittorio. Processare i morti nel tribunale mediatico espone al rischio di una rivalsa simbolica, più che di una ricerca autentica della verità.
Il Catechismo ammonisce sulla gravità della diffamazione e della calunnia (CCC 2477): non per proteggere i potenti, ma per custodire la verità e la comunione. Questo vale anche quando la parola nasce da una ferita. La sofferenza merita ascolto; non può però diventare spettacolo.
C’è poi una domanda che emerge quando il tempo passa e l’immagine sfiorisce. Se una carriera è stata costruita – almeno in parte – sull’esposizione del corpo e sull’adesione a una cultura che ha fatto del desiderio un prodotto, che cosa si chiede oggi alla società? Riconoscimento? Riparazione simbolica? Riscrittura morale del passato? La fede cristiana invita a un’altra via: la responsabilità personale dentro una responsabilità sistemica. Denunciare il sistema è necessario. Trasformare la memoria in arma, molto meno.
Anche le scelte pubblicamente dichiarate sul matrimonio e sulle relazioni appartengono alla libertà di ciascuno. Ma la libertà, nella visione cristiana, non è mai slegata dalla verità. Quando il corpo diventa linguaggio di mercato, il prezzo lo pagano tutti: chi offre, chi chiede, chi guarda.
Forse la domanda decisiva non è chi accusare, ma che cosa continuiamo a premiare. Se il merito cede alla disponibilità, se la visibilità sostituisce il talento, se la denuncia diventa fiction, allora il sistema resta intatto. Cambiano i volti, non le logiche.
La Chiesa non chiede silenzio. Chiede discernimento. Perché senza verità non c’è giustizia, e senza giustizia non c’è liberazione. E perché il Vangelo non assolve il mercato dei corpi, ma nemmeno benedice i processi sommari.
