Cosa resta a uno stallone di corte quando è azzoppato?
Il 19 febbraio 2026, al compimento dei 66 anni, Andrew Mountbatten-Windsor (l’ex principe Andrea) è stato arrestato a Wood Farm, nella tenuta di Sandringham, trattenuto per ore e poi rilasciato “under investigation” (rilascio sotto indagine) nell’ambito di un’inchiesta per misconduct in public office, connessa – secondo le ricostruzioni – a nuove carte statunitensi legate al caso Epstein e al periodo in cui Andrea fu trade envoy del Regno Unito.
È un fatto che, da solo, basterebbe a incrinare la grammatica non scritta della monarchia britannica: la “distanza” tra la Corona e la scena penale, quella zona in cui il potere simbolico, se vuole sopravvivere, deve accettare di diventare vulnerabile. Il punto, però, non è la cronaca nera. È la cronaca costituzionale: che cosa accade quando un familiare stretto del sovrano entra, in modo così plateale, nel perimetro di un’indagine di polizia? E soprattutto: chi governa davvero, in quei minuti? La paura o le regole?
La prima immagine: l’alba a Sandringham e l’uguaglianza che fa male
C’è una scena – quasi cinematografica – che la stampa ha fissato come un fotogramma: le auto della polizia a Sandringham, l’arresto al mattino, l’ex principe portato via come “qualsiasi sospettato”, con impronte e diritti letti secondo procedura.
È qui che l’uguaglianza, improvvisamente, smette di essere un valore astratto e diventa un urto: non perché si spera di vedere un reale umiliato, ma perché la modernità democratica non può permettersi che esistano zone franche.
Da decenni il Regno Unito vive una tensione sottile: la monarchia è al tempo stesso tradizione e brand, continuità e comunicazione, rituale e gestione del rischio reputazionale. L’arresto di Andrea – per quanto non equivalga a una condanna, né a un esito processuale – è uno shock perché spezza l’illusione che la monarchia possa restare “intoccabile” mentre il Paese chiede trasparenza a tutti.

La seconda immagine: la frase del Re e l’arte glaciale della sopravvivenza
In queste crisi, conta più una riga che cento discorsi. Carlo III ha scelto una formula che è insieme istituzionale e crudele: “The law must take its course” – la legge faccia il suo corso – e, soprattutto, l’uso del nome “Andrew Mountbatten-Windsor”, quasi a segnare pubblicamente una distanza tra “la persona” e “l’istituzione”.
È un gesto che non consola nessuno, ma serve a un obiettivo: salvare il principio (la supremazia della legge) anche quando esso trafigge la famiglia. In una monarchia costituzionale il sovrano non può “intervenire” sul procedimento; può però – ed è quasi tutto ciò che gli resta – scegliere la postura: complicità, silenzio, o rispetto della procedura. Il Re ha scelto la terza via: la più difficile, perché lascia l’amaro di un abbandono, e al tempo stesso è l’unica che non compromette la legittimità.
“Crisi costituzionale” o “crisi di legittimità”?
L’articolo del Times la definisce “la peggiore crisi costituzionale in un secolo”. Ma la parola “costituzionale” rischia di essere, qui, un eccesso retorico – e proprio questa ambiguità è interessante. Da un lato, commentatori e costituzionalisti ricordano che l’arresto in sé non crea automaticamente un vulnus costituzionale: le regole dello Stato di diritto valgono per tutti, e questo, anzi, è un segnale di salute.
Dall’altro lato, però, c’è una verità più concreta della teoria: la legittimità non è solo un capitolo dei manuali, è un sentimento pubblico. Se l’opinione comune percepisce che per alcuni la legge è più morbida, o che l’istituzione ha protetto troppo a lungo un comportamento opaco, la crisi diventa reale anche senza articoli violati.
È una crisi di costituzione? Forse no, in senso tecnico.
È una crisi di credibilità? Quasi certamente sì.
La questione che brucia: “ottavo in linea” e l’ombra dei ruoli
A rendere l’evento più tossico è un dato che pesa come un paradosso: Andrea, pur ridimensionato pubblicamente da anni, resta nella linea di successione e le discussioni sul suo status (anche solo teorico) riaprono una domanda: che cosa significa “servire la Corona” se il servizio diventa un problema?
In più, le ricostruzioni legano l’indagine al periodo in cui egli svolse funzioni pubbliche come inviato commerciale: qui si tocca un nervo scoperto del costituzionalismo britannico contemporaneo, quello delle “zone grigie” tra ruolo, influenza, accesso, utilità pubblica e vantaggi privati.
Se l’accusa – al momento solo ipotesi investigativa – ruota attorno a un abuso di posizione o di informazioni, il problema non è soltanto morale: è istituzionale. Perché la monarchia, per restare “neutrale”, ha bisogno che i suoi membri non appaiano come operatori economici coperti dal prestigio. È il punto su cui, in questi anni, tanti scandali europei hanno insegnato una lezione: quando il prestigio diventa moneta, la fiducia si svaluta.
Il vero banco di prova: l’America e la domanda che nessuno potrà evitare
L’articolo del Times punta dritto al futuro: la visita negli Stati Uniti, i giornalisti americani, le domande urlate, la connessione con le nuove carte americane. Non è gossip: è geopolitica della reputazione. In un’epoca in cui la monarchia britannica è anche soft power, ogni immagine che la associa a ombre e reticenze diventa materia diplomatica.
E il caso Epstein – per definizione – ha una capacità di contaminazione totale: non concede “mezze assoluzioni mediatiche”. È un nome che brucia, anche quando la giustizia deve ancora parlare.
Un’ultima nota, quasi evangelica: la normalità come risposta
Mentre l’ex principe passava per la stazione di polizia, altri membri della famiglia reale continuavano gli impegni pubblici. È una scelta che può apparire cinica; e invece, dal punto di vista della “teologia” monarchica, è necessaria: la Corona sopravvive solo se mostra continuità. La normalità, qui, non è indifferenza: è strategia di contenimento. Ed è anche un messaggio implicito al Paese: lo scandalo non deve diventare paralisi.
Ma la normalità non basta, se non si accompagna a una cosa più difficile: accettare la logica della responsabilità. Il Regno Unito non chiede alla monarchia di essere perfetta; le chiede di essere credibile. E la credibilità, oggi, passa per un’unica strada: che la legge sia davvero uguale per tutti, anche quando fa male, soprattutto quando fa male.
Alla fine, la frase del Re – “la legge faccia il suo corso” – è meno un commento e più un patto: o la monarchia si consegna al principio dello Stato di diritto, oppure lo Stato di diritto la consegnerà alla storia.

