Domenica 8 febbraio 2026, al Santuario di Monte Berico, Vicenza inaugura l’Anno Giubilare Mariano per i 600 anni dalle apparizioni alla popolana Vincenza Pasini. Ad aprire solennemente il Giubileo sarà il cardinale Pietro Parolin con la Messa delle 15. Per il vescovo Giuliano Brugnotto è un’occasione che supera i confini della devozione: un tempo offerto “a credenti e non credenti” per riscoprire la dignità di ogni persona e per saldare, in un’alleanza rara, Chiesa e istituzioni civili.

Vicenza conosce bene il linguaggio delle pietre: la città del Palladio parla al mondo con la misura dell’armonia. Ma sul colle che domina la pianura, dove un porticato guida i passi come una lunga preghiera in salita, Vicenza parla un’altra lingua: quella della fiducia popolare, ostinata e semplice, che chiama Maria “Madre e Regina di Misericordia” e continua a salire, anche quando la vita pesa.

Seicento anni fa: la promessa nel tempo della peste

La storia di Monte Berico non nasce da un’idea astratta, ma da un’urgenza. Il 7 marzo 1426, secondo la tradizione, la Vergine appare per la prima volta a Vincenza Pasini, una donna del popolo. La seconda apparizione, il 1° agosto 1428, ha il tono concreto delle grandi pagine bibliche: Maria chiede che la città le innalzi una chiesa sul luogo indicato e, in cambio, promette protezione e la fine della peste che opprimeva Vicenza.

I documenti ricordano la posa della prima pietra il 25 agosto 1428; la chiesa originaria, tardogotica, viene costruita in tempi rapidissimi. Dal 1435 la custodia spirituale del luogo è affidata ai Servi di Maria: un dettaglio non secondario, perché consegna il santuario a una tradizione di accoglienza e di accompagnamento che, nei secoli, ha saputo reggere l’urto delle folle e la pazienza delle confessioni, la liturgia e le lacrime.

Un santuario che è anche un capitolo di storia dell’arte

Monte Berico è un luogo dove la fede ha preso forma, letteralmente, in architetture successive. A partire dalla fine del Quattrocento il complesso conosce ampliamenti e rinnovamenti. Il passaggio più significativo è il progetto di rinnovamento del 1578 legato ad Andrea Palladio, e poi la grande ricostruzione del 1688 in stile barocco: è l’immagine che oggi tutti riconoscono, pensata come sviluppo su scala più ampia dell’impianto palladiano.

Ma se la chiesa domina il colle, è il cammino a segnare la memoria dei vicentini. Tra il 1746 e il 1780 vengono costruiti i portici progettati da Francesco Muttoni: 150 arcate che conducono al santuario, interrotte ogni dieci da cappelle più ampie. È un’architettura che diventa catechesi: la sequenza richiama i misteri del Rosario, con una simbologia devozionale che intreccia misura e preghiera, prospettiva e popolo. Percorrendoli, si capisce perché molti parlino di “salita”: non solo fisica, ma interiore, quasi una pedagogia del passo che educa al respiro e alla perseveranza.

Dentro, inoltre, il santuario è uno scrigno d’arte. Nell’antico refettorio si può ammirare il Convito di san Gregorio Magno di Paolo Veronese; in chiesa sono custoditi dipinti come La Pietà di Bartolomeo Montagna e L’Incoronazione della Vergine di Palma il Giovane. E il Museo di arte sacra, con ex voto, dipinti, sculture e documenti, racconta ciò che spesso sfugge alle cronache: la “teologia del popolo”, la memoria di un passaggio, la gratitudine lasciata come traccia concreta.

Brugnotto: una devozione che tiene insieme popolo, diocesi e territorio

In questo orizzonte storico e artistico si comprende meglio ciò che il vescovo Giuliano Brugnotto osserva da pastore: un “forte legame” tra i vicentini e la Madonna di Monte Berico, espresso da una frequentazione abituale del santuario, dalle grandi ricorrenze dell’anno liturgico, dalla festa dell’8 settembre — quando la diocesi celebra la sua patrona — e da una partecipazione popolare che oggi passa anche attraverso radio e televisione.

Lo stesso Brugnotto ha voluto iniziare il suo ministero episcopale consegnandolo a Maria: il giorno successivo al suo ingresso ha celebrato a Monte Berico per affidare alla Madonna il servizio ricevuto. È tornato altre volte, soprattutto prima di passaggi significativi (viaggi missionari, pellegrinaggi dei giovani), come a dire che il santuario non è “fuori” dalla vita della diocesi: è un cuore che pulsa dentro.

Un Giubileo che parla al presente: Cana, le fragilità, la rinascita

Che cosa significa, allora, questo Anno Giubilare per Vicenza? Brugnotto lo legge con una chiave evangelica: Maria che si accorge quando “manca il vino” e indica il Figlio. Non è nostalgia, è diagnosi. “Abbiamo bisogno di comunità che ritrovino il respiro dell’anima e la gioia del Vangelo”, dice il vescovo, parlando di una rinascita che non riguarda solo i credenti più assidui, ma la qualità della vita comune.

E qui la parola pastorale diventa civile senza perdere il suo centro: nel territorio vicentino ci sono sfide che gridano — la solitudine degli anziani, la fragilità degli adolescenti, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria — e che chiedono coraggio, audacia, alleanze. Il Giubileo, in questa prospettiva, non è una cornice devozionale: è un tempo per riallenare la coscienza comunitaria alla cura.

Un’alleanza istituzionale: diocesi, Servi di Maria, Comune, Provincia, Regione

L’Anno Giubilare si concluderà il 7 marzo 2027, e porta un segno organizzativo che è già un messaggio: un protocollo d’intesa tra diocesi, Servi di Maria, Comune e Provincia di Vicenza e Regione Veneto. L’obiettivo dichiarato è offrire “a credenti e non credenti” un’opportunità di rinnovamento. Anche qui la scelta è chiara: valorizzare il santuario e il porticato (di proprietà comunale), curare itinerari e sentieri di pellegrinaggio, e rendere più fecondo il dialogo tra la Vicenza d’arte — la città del Palladio — e il Monte che si apre verso l’arco delle montagne.

Per questo il programma non sarà solo liturgico, ma anche culturale: perché la bellezza, quando è vera, sa aprire porte che le parole non aprono. Salire a Monte Berico, gustarne il silenzio e il paesaggio, entrare in chiesa e ritrovarsi davanti ai segni di secoli, può diventare esperienza di interiorità anche per chi non possiede un linguaggio di fede.

Un logo nato dai bambini: il portico, le braccia aperte, il manto

Il logo del Giubileo viene da una quinta elementare che ha vinto un concorso di idee. Racchiude, con immediatezza, il senso del luogo: la salita sotto il portico, le braccia aperte del santuario, il manto di Maria come rifugio. È una piccola parabola: quando una comunità si mette in cammino, i bambini capiscono e traducono.

“Credenti e non credenti”: la dignità come parola comune

Il desiderio finale del vescovo suona come la frase più pubblica e più esigente: che il Giubileo sia un’opportunità per tutti, perché la maternità di Maria e l’umanità del Figlio aiutano a riconoscere “la dignità inalienabile di ogni uomo e donna”, soprattutto dei più fragili.

In un tempo che produce scarti con efficienza — scarti affettivi, sociali, generazionali — un Giubileo mariano può sembrare a qualcuno un rito della memoria. Ma se lo si ascolta bene è un rito del futuro: una chiamata a rimettere l’umano al centro, senza chiedere una carta d’identità religiosa all’ingresso.

Forse è questo, in fondo, il senso più vero della salita a Monte Berico: non fuggire dalla pianura, ma tornarvi con un criterio diverso. Non “aver visto qualcosa”, ma aver imparato a vedere qualcuno. Se accadrà, anche solo per una parte di chi parteciperà, quei seicento anni non saranno un anniversario: saranno un seme.