Compie 70 anni l’attore americano. Un’icona culturale tra arte, fede identitaria e fragilità umana

Un’icona culturale tra arte, fede identitaria e fragilità umana

Mel Gibson compie settant’anni come una figura impossibile da archiviare. Troppo grande per essere liquidato, troppo controverso per essere celebrato senza riserve. Attore, regista, divo globale, autore di alcune delle immagini religiose più potenti del cinema contemporaneo, Gibson resta soprattutto un fatto antropologico: il luogo in cui si intrecciano corpo, violenza, sacro, colpa, redenzione e potere.

Celebrarlo criticamente significa partire da qui: Gibson non è solo un artista cristiano, ma un artista ossessionato dal corpo. Corpo ferito, corpo martoriato, corpo esposto, corpo che soffre e che combatte. Da Mad Max a Braveheart, da La passione di Cristo a Hacksaw Ridge, il suo cinema racconta un’umanità inchiodata alla carne, in cui il senso passa sempre attraverso il dolore. È una visione arcaica, potente, quasi pre-moderna, che parla più al mito che alla psicologia. Ed è anche il motivo per cui Gibson resta centrale: il suo sguardo va controcorrente in un’epoca che anestetizza il male o lo dissolve nell’ironia.

Ma proprio questa forza visionaria convive con una contraddizione profonda. Perché mentre il suo cinema sembra interrogare il mistero del male e della grazia, la sua vita pubblica ha spesso incarnato una forma di cristianesimo identitario, rigido, difensivo, più vicino alla fortezza che al Vangelo. Un cristianesimo che si riconosce nella liturgia come segno di appartenenza, che diffida del Concilio Vaticano II, che guarda al Papa come a un traditore, che confonde la Tradizione con la restaurazione e la fede con l’ideologia.

Qui sta il nodo antropologico: Gibson sembra voler salvare il sacro attraverso il passato, mentre il cristianesimo – almeno nella sua radice evangelica – chiede di attraversare il presente. Il Vangelo non è nostalgia, non è estetica, non è identità culturale da difendere. È una frattura che passa dentro la storia e dentro le persone. E quando la fede diventa bandiera, rischia di diventare l’opposto di ciò che annuncia.

Non è un caso che Gibson sia diventato, negli ultimi anni, una figura di riferimento per ambienti ultraconservatori e per una certa destra culturale americana. Non tanto per ciò che crede, ma per come crede: in modo assoluto, divisivo, senza mediazioni. È lo stesso schema che attraversa la sua biografia pubblica: parole violente, uscite deliranti, scivolate razziste, complottismi, una vita affettiva segnata da conflitti e cadute, mentre sullo schermo mette in scena il sacrificio, la purezza, la salvezza.

Questa frattura non riguarda solo Gibson. Riguarda un’intera generazione di star cresciute sul culto del corpo, della forza, del successo, che oggi si confrontano con il tempo che passa. Quando il corpo sfiorisce – e con esso il potere simbolico che garantiva – resta una domanda inevasa: chi sono, se non sono più desiderato, temuto, ammirato?

Alcuni rispondono con la maturità. Altri con la radicalizzazione. Altri ancora trasformando la fede in un rifugio identitario, più che in una conversione.

In questo senso, Gibson è un personaggio tragico nel senso classico: sa raccontare il mistero, ma fatica a lasciarsene convertire. I suoi film migliori mostrano che il male non si vince con la forza, ma lui, nella vita pubblica, sembra spesso cercare la vittoria culturale più che la riconciliazione. È una tensione che attraversa anche La passione di Cristo: opera visivamente potentissima, ma segnata da un’idea di redenzione tutta concentrata sulla violenza subita, più che sull’amore che la trasfigura.

Il progetto de La resurrezione di Cristo diventa allora simbolico. Raccontare la Risurrezione non significa mostrare un corpo più forte, ma un corpo attraversato dalla morte e restituito alla relazione. Non è l’apoteosi del sacrificio, ma la fine della logica sacrificale. Se Gibson riuscirà a cogliere questo, forse il suo cinema farà un ulteriore salto. Se invece la Risurrezione sarà solo il sigillo ideologico di una fede barricata, resterà una grande occasione mancata.

Mel Gibson resta un grande artista perché non è mai neutro. Ma resta anche una figura inquietante perché mostra quanto sia facile predicare il Vangelo come racconto e tradirlo come stile di vita. Vivere il cristianesimo non è questione di latino o di nostalgia liturgica, né di contare i nemici del Papa o del Concilio. È questione di verità, di responsabilità, di dominio di sé.

Il suo settantesimo compleanno non è solo una ricorrenza anagrafica. È lo specchio di una domanda che riguarda tutti, credenti e non:

si può parlare di redenzione senza attraversare davvero la propria?