Macron a Roma: una visita che non è una visita, un incontro che è un segnale, un’Europa che cerca voce nel fragore del mondo
C’è una tradizione che risale ai re di Francia e che la Repubblica, con quella pragmatica continuità tutta transalpina che mescola laicità e storia sacra, ha deciso di non interrompere: il presidente della Repubblica francese è protocanonico della basilica di San Giovanni in Laterano. Non per elezione, non per meriti spirituali, non per convinzione religiosa verificabile: per eredità. Perché prima di lui c’erano i re, e prima dei re c’erano i papi che li incoronavano, e quella catena di legami tra il potere temporale francese e la sede romana del Vescovo di Roma è sopravvissuta alla Rivoluzione, all’Impero, alla III, IV e V Repubblica, ai presidenti credenti e a quelli apertamente laici.
Emmanuel Macron, che ha studiato filosofia e ha scritto di Ricoeur, conosce bene il peso simbolico dei gesti. Il 10 aprile scorso ha varcato i cancelli del Vaticano per il suo primo incontro con Leone XIV, poi nel pomeriggio si è recato al Laterano in visita privata — protocanonico che visita la sua basilica. Un gesto che non è devozione: è politica, nel senso più alto e più antico del termine. È il linguaggio dei simboli che i leader usano quando le parole nei comunicati ufficiali non bastano.
La visita che non era una visita
L’incontro era previsto, ma è capitato ora perché le date del 9-10 aprile si sono improvvisamente liberate quando l’Italia ha rinviato sine die il vertice Italia-Francia che avrebbe dovuto tenersi in questi giorni. Un dettaglio che dice tutto sui rapporti tra Roma e Parigi — e che l’Eliseo ha gestito con eleganza diplomatica definendo la visita “repubblicana e laica”, cioè senza incontri bilaterali con il governo Meloni. Macron era a Roma, a due passi da Palazzo Chigi, e non ha incontrato la presidente del Consiglio. Non è una dimenticanza. È una scelta.
L’Eliseo ha definito la visita attuale come “repubblicana e laica”, che non prevede quindi incontri politici bilaterali con il governo italiano. Il vertice rinviato sine die, la visita che formalmente non è una visita politica bilaterale, l’agenda costruita intorno al Vaticano e a Sant’Egidio: Macron è venuto a Roma senza venire da Meloni. Il messaggio è nella struttura dell’agenda, non nel suo contenuto.
Il giovedì sera, la prima tappa era stata Trastevere. La visita alla Comunità di Sant’Egidio è iniziata con un omaggio al beato Floribert Bwana Chui, il giovane congolese martire a Goma, ucciso nel 2007 per aver rifiutato di far passare carichi di cibo avariato. Un uomo che aveva scelto la legge sul profitto, la vita dei poveri sul proprio tornaconto. Macron si è fermato in silenzio davanti alla sua giacca, quella che indossava quando fu assassinato. È il decimo incontro tra il presidente francese e i vertici di Sant’Egidio. Non è un caso che Macron torni sempre lì: Sant’Egidio è la rete di mediazione informale più capillare del cattolicesimo mondiale, quella che ha fermato guerre in Mozambico e aperto tavoli dove i governi non riuscivano ad arrivare. Frequentarla non è devozione: è geopolitica.
Nel tragitto tra Trastevere e il ristorante Dal Bolognese a Piazza del Popolo, passeggiando per via del Corso con Brigitte, Macron ha fermato tutto il suo staff per prestare soccorso a un cittadino accasciato su un gradino. Ha chiesto ai suoi medici personali di aiutare l’anziano, lo ha salutato stringendogli la mano e ha scattato selfie con alcuni connazionali. È il tipo di gesto che si racconta per giorni nei social e che si dimentica in una settimana. Ma anche lì c’è qualcosa di autentico: l’uomo che si ferma, che non lascia che il protocollo prenda il sopravvento sull’umano. O almeno: che sa riconoscere il momento in cui fermarsi è la cosa giusta.
Due ore in Vaticano
Il capo dell’Eliseo, accompagnato dalla moglie Brigitte, si è trattenuto in Vaticano per circa due ore. Dopo l’udienza con il Pontefice, Macron ha avuto colloqui anche con la Segreteria di Stato guidata da Pietro Parolin.
Due ore. Non è una visita di cortesia. È un tempo che dice che c’era molto da dire. Nel colloquio sono stati affrontati i temi relativi alla situazione in Medio Oriente, al multilateralismo, alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale, al clima e alle questioni umanitarie. È un’agenda che copre quasi tutto ciò che conta nel 2026: la guerra in Iran e i suoi riflessi in Libano, il futuro di un ordine internazionale che si sta sgretolando, i rischi dell’IA lasciata senza governance, la crisi climatica che i governi continuano a rimandare.
Il Papa e Macron hanno avuto modo di discutere anche della crisi ucraina, dove forse spiragli si aprono con una fragile tregua per la Pasqua degli ortodossi, e del Libano, dove sia la Francia sia il Vaticano sostengono gli sforzi del presidente cristiano Joseph Aoun. Non è mancato uno scambio di vedute sull’Algeria e gli altri Paesi africani che Leone visiterà da lunedì.
Il comunicato finale della Santa Sede parla, con la sobrietà diplomatica vaticana, di “buoni rapporti” tra i due Stati. Questa consonanza sul piano geopolitico, con toni e progetti distanti anni luce dalla retorica bellicista di Donald Trump, ha consentito l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra il Vaticano e la Francia, nel recente passato segnati da tensioni per il riconoscimento dell’aborto in Costituzione e delle leggi in favore del suicidio assistito. Il dossier bioetico — sul quale Leone XIV e Macron non sono certamente d’accordo — è rimasto fuori dalla porta. C’era altro da discutere. C’è un tempo per ogni cosa, e questo non era il tempo per riaprire ferite quando il mondo brucia.
Macron ha scritto su X: “Molto felice di incontrare Sua Santità. Noi condividiamo la stessa convinzione: di fronte alle fratture del mondo, l’azione per la pace è un dovere e un’esigenza. La Francia lavorerà sempre per il dialogo, la giustizia, la fratellanza fra i popoli.”
L’asse informale contro il disordine del mondo
Ad unire Macron e Leone XIV soprattutto la difesa del multilateralismo che Usa e Russia stanno distruggendo pezzo a pezzo con le rispettive guerre. È questa la chiave di lettura più precisa dell’incontro: non un incontro tra un presidente laico e un papa cattolico su temi religiosi, ma la costruzione silenziosa di un asse tra due istituzioni — lo Stato francese e la Santa Sede — che condividono una visione del mondo fondata sulla diplomazia, sul negoziato, sul rispetto del diritto internazionale. Una visione che a Washington e a Mosca, in questo momento, non trovano molti interlocutori disposti ad ascoltarla.
Non è la prima volta che Parigi e il Vaticano si ritrovano a fare causa comune contro l’unilateralismo americano. Fu così con Giovanni Paolo II e Chirac durante la guerra in Iraq del 2003, quando la Francia disse no al Consiglio di Sicurezza e il Papa disse no dalla finestra del suo studio. La storia si ripete, con attori diversi e un mondo ancora più complicato.
C’è qualcosa di antico e qualcosa di necessario in questo tipo di incontri. Non risolvono niente di immediato. Non fermano le bombe su Teheran, non riaprono lo Stretto di Hormuz, non restituiscono le case bruciate ai palestinesi di Cisgiordania. Ma costruiscono — lentamente, mattone su mattone — il vocabolario condiviso senza il quale nessuna pace futura sarà possibile. La pace si fa con le armi deposte, sì, ma anche con le parole che i leader di buona volontà si scambiano in stanze silenziose, lontano dai microfoni e dai social, mentre il mondo rumoreggia fuori dalla finestra.
Macron ha camminato per via del Corso, ha soccorso un anziano, ha mangiato da Dal Bolognese, ha pregato in silenzio davanti alla giacca di un martire congolese, ha parlato due ore con il Papa, ha visitato la sua basilica come protocanonico. E poi ha preso l’aereo e se n’è tornato a Parigi, dove il parlamento è diviso, il governo è fragile, la guerra in Iran polarizza l’opinione pubblica e le prossime elezioni non sono lontane.
Ma per due giorni, in una Roma di aprile ancora tiepida e assolata, qualcuno ha scelto di parlare di pace invece di guerra, di dialogo invece di blocchi navali, di fratellanza invece di sanzioni. Non è poco. In questo momento, non è poco affatto.
