Cuba geme in una profonda crisi con un blocco navale di fatto
C’è una petroliera che si chiama Ocean Mariner — il Marinaio dell’Oceano — che il New York Times ha seguito per settimane attraverso i Caraibi come un personaggio di Conrad. Parte dalla Colombia con ottantaquattromila barili di olio combustibile. Finge di andare in Repubblica Dominicana. Vira verso Cuba quando pensa di non essere seguita. A sessantacinque miglia dall’isola, si accorge di essere inseguita e inverte la rotta. Una nave della Guardia Costiera americana le si affianca. La scolta via. Arriva alle Bahamas, piena di carburante. Cuba, dall’altra parte, resta al buio.
Non è un romanzo. È la cronaca da febbraio 2026. È il blocco navale che l’amministrazione Trump non chiama blocco — perché “blocco” è un atto di guerra, e le parole in diplomazia contano — ma che funziona esattamente come un blocco, come ha confermato l’ex analista capo dell’America Latina della CIA, Fulton Armstrong, che di Cuba si occupa dal 1984. «Tra noi osservatori di lunga data di Cuba, abbiamo sempre resistito alle persone che usano la parola blocco. Ma è davvero un blocco.» Sono le sue parole. Non di un militante. Di un analista dell’intelligence americana.
Lasciamo stare per un momento la geopolitica e guardiamo i fatti concreti, quelli che le famiglie cubane vivono sulla propria pelle in questo marzo 2026. Gli ospedali sospendono gli interventi chirurgici. Le scuole annullano le lezioni. La spazzatura si accumula nelle strade de L’Avana — le foto dell’AFP lo documentano — perché non c’è gasolio per i camion della nettezza urbana. Le pompe dell’acqua si fermano. I prezzi dei generi alimentari salgono alle stelle. Il carburante potrebbe esaurirsi entro metà marzo, secondo le stime degli esperti dell’Università del Texas. Non tra qualche anno. Entro giorni.
Cuba dipende dal petrolio straniero per il sessanta per cento del proprio fabbisogno energetico. Il Venezuela — primo fornitore storico — è ora sotto controllo americano dall’arresto di Maduro a gennaio. Il Messico ha interrotto le spedizioni dopo le minacce di Trump sui dazi: «Perché inimicarsi la Casa Bianca?», si chiede Jorge Piñón, l’esperto di energia dell’Università del Texas. Brasile, Angola, Algeria stanno alla larga per lo stesso calcolo. La Russia ha promesso petrolio, ma le sue navi non si vedono da nessuna parte. Curaçao ha accolto una petroliera cubana per nove ore e l’ha rimandata via a mani vuote. La Giamaica nega di aver venduto carburante all’isola.
Dieci milioni di persone. Al buio. Senza medicine. Con gli ospedali che non operano. Le Nazioni Unite hanno definito la politica americana una violazione del diritto internazionale. Non basta.
Trump ha dichiarato il 29 gennaio lo stato di emergenza nazionale nei confronti di Cuba, definendola una «minaccia straordinaria» alla sicurezza degli Stati Uniti. Cuba. Un’isola di diecimila chilometri quadrati, senza esercito proiettabile, senza armi di distruzione di massa, senza portaerei. Una minaccia straordinaria. La sproporzione sarebbe comica, se le conseguenze non fossero tragiche. Diecimila persone senza insulina non sono «danni collaterali». Sono il meccanismo attraverso cui si preme un governo affinché ceda. Si chiama, nel diritto internazionale, punizione collettiva. È vietata. Non importa.
Eppure il presidente Díaz-Canel ha annunciato venerdì i colloqui con Washington, ammettendo apertamente che il paese non riceve petrolio venezuelano da tre mesi. Ha usato una parola che nel vocabolario della diplomazia contemporanea suona fuori posto — come se parlasse una lingua che i negoziatori non conoscono più: dignità. Qualunque accordo, ha detto, dovrà rispettare la dignità del popolo cubano. È l’unica parola giusta. Perché quello che si consuma nei Caraibi in questo marzo 2026 non è una disputa commerciale né un problema di governance interna. È la questione della dignità di un popolo intero, tenuto sotto assedio non perché minacci qualcuno, ma perché si ostina a non obbedire.
Eppure qualcosa si muove. E vale la pena dirlo con la stessa chiarezza con cui si denuncia il blocco.
Il 25 febbraio 2026, Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i professori Vasapollo ed Izzo che portavano sul suo tavolo la realtà concreta di Cuba: i medicinali che non arrivano, le navi scortate via dalla Guardia Costiera, gli ospedali che chiudono i reparti. Leone XIV ha ascoltato. Ha chiesto dettagli. Ha incoraggiato. Ha capito — come capì Giovanni Paolo II nel 1998, come capì Francesco che a Cuba andò più volte — che quella non è una storia di regimi contrapposti. È una storia di un popolo che soffre per decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza, in uffici climatizzati, da uomini che non hanno mai aspettato sei ore al pronto soccorso con un bambino febbricitante e nessuna siringa disponibile.
Il 10 marzo, il Cardinale Zuppi — presidente della CEI, uomo di pace che ha lavorato sul Mozambico e sull’Ucraina — ha ascoltato lo stesso racconto con la stessa attenzione pastorale. Ha detto una cosa semplice nella sua sobrietà: «Andate. E raccontate.»
Nei prossimi giorni una flotilla di solidarietà internazionale partente da Cancun in Messico arriverà a L’Avana con medicinali, materiali medici, beni essenziali raccolti in Italia e in altri paesi. Non risolverà il blocco. Non darà petrolio alle centrali elettriche. Non farà riaprire le sale operatorie da sole. Ma dirà qualcosa che il blocco non può silenziare: che la comunità internazionale non accetta questo come fatto naturale, come fisiologia del mondo, come ordine inevitabile delle cose.
La tradizione francescana — e in questi giorni di dolore e di guerra mi ritrovo a tornarci spesso — conosce bene questa postura. Francesco d’Assisi scelse il basso non per impotenza ma per visione: dal basso si vede la realtà per quello che è, senza i filtri del potere. Dal basso si vede che una petroliera scortata via dalla U.S. Navy a sessantacinque miglia da Cuba non è un’operazione di sicurezza marittima. È una sentenza pronunciata su diecimila famiglie che quella notte non avranno luce.
La Fratelli tutti lo ha scritto con chiarezza: le sanzioni economiche indiscriminate colpiscono la popolazione civile prima e più di qualunque governo. Non è un principio astratto. È quello che succede oggi a L’Avana, dove si accumula la spazzatura e si sospendono le operazioni chirurgiche.
Chi crede — nel senso più pieno e più esigente del termine — non può permettersi l’indifferenza. Non può leggere del blocco di Cuba come se fosse una notizia tra le notizie. Non può sentire che gli ospedali dell’Avana sospendono gli interventi chirurgici e girare pagina verso lo sport. Non può sapere che una petroliera è stata scortata via a sessantacinque miglia dall’isola e commentare che «sono cose complicate».
Sono cose semplicissime. Diecimila persone al buio, senza medicine, con gli ospedali che non operano. Qualcuno ha deciso che questo è uno strumento legittimo di pressione politica. Noi — come Chiesa, come cristiani, come esseri umani dotati di coscienza — siamo chiamati a dire che non lo è. Con la stessa fermezza con cui Leone XIV chiede che tacciano le bombe in Iran e nel Libano. Con la stessa fermezza, e con la stessa urgenza. Perché Cuba non fa audience quanto il Medio Oriente. Ma i suoi bambini al buio sono reali quanto i bambini di Minab.
L’isola non deve spegnersi. E il silenzio su di essa è già, di per sé, una forma di complicità.
