C’è una scena che vale più di molte analisi geopolitiche: il primo ministro giapponese Sanae Takaichi arriva alla Casa Bianca portando in dono i piani per calmare i mercati energetici, e apre il vertice con Donald Trump dicendo che “l’unica persona che può portare pace e prosperità in tutto il mondo è Donald”. Nel giro di novanta minuti, Trump le chiede di mandare navi di scorta nello Stretto di Hormuz. Lei risponde che ci sono cose che il Giappone “può e non può fare secondo la legge giapponese”.
Questo scambio contiene, in miniatura, l’intera geometria del momento.
Takaichi è arrivata a Washington con un’agenda precisa e con un problema strutturale che nessun vertice può risolvere. Il Giappone dipende dal Medio Oriente per oltre il novanta per cento delle proprie importazioni petrolifere — quella stessa percentuale che Trump ha citato come argomento per chiedere maggiore coinvolgimento giapponese. La logica americana è lineare: chi si avvantaggia del passaggio deve contribuire a proteggerlo. La logica giapponese è più tortuosa, e non per capriccio: la Costituzione del dopoguerra, le leggi sull’autodifesa, il peso della storia militare, la diffidenza degli elettori verso qualunque coinvolgimento in conflitti lontani — tutto questo impone al governo di Tokyo un percorso obbligato fatto di valutazioni legali, consultazioni istituzionali, distinzioni tra sostegno letale e non letale che a Washington suonano come pretesti, ma che in Giappone sono vincoli reali.
Il paradosso è che il conflitto in Iran — che il Giappone non ha voluto, non ha sostenuto, e fatica persino a valutare sul piano della legalità internazionale — sta rimodellando una visita che avrebbe dovuto essere celebrativa. Duecentocinquanta ciliegi in dono per il duecentocinquantesimo compleanno degli Stati Uniti: una formalità diplomatica trasformata dalla storia in una trattativa sotto pressione.
Ma la questione più profonda che Takaichi portava con sé a Washington non era lo Stretto di Hormuz. Era la Cina.
Il vero timore di Tokyo è che gli Stati Uniti, assorbiti dal Medio Oriente, allentino la loro presenza nell’Indo-Pacifico proprio nel momento in cui quella presenza è più necessaria. La nave d’assalto anfibia USS Tripoli — con sede a Sasebo, in Giappone — si sta dirigendo verso il Golfo. I marines di Okinawa sarebbero a bordo. Le isole del Giappone sud-occidentale, le più esposte a qualunque crisi nello Stretto di Taiwan, restano temporaneamente più vulnerabili. Nel frattempo, Trump aveva pianificato un viaggio a Pechino che Takaichi ha tutto l’interesse a non lasciar diventare il nuovo asse portante della politica americana in Asia.
C’è una dottrina non scritta che guida Tokyo da decenni: gli Stati Uniti sono il miglior contrappeso possibile alla Cina, e mantenere solida l’alleanza con Washington è il modo più efficace di tenere Pechino a distanza. Su questo calcolo strategico non è cambiato nulla. Ciò che è cambiato è il costo dell’alleanza, che ora include richieste di partecipazione militare in scenari che il Giappone non controlla e che avvengono a migliaia di chilometri dai suoi confini.
Takaichi ha ottenuto qualcosa: il documento della Casa Bianca menziona l’impegno comune per la stabilità nello Stretto di Taiwan, la produzione congiunta di missili, la cooperazione sui minerali critici. Sono risultati tangibili. Ma il nodo irrisolto rimane: mantenere Washington impegnata in Asia orientale potrebbe richiedere — come suggerisce qualche analista — una qualche forma di reciprocità in Medio Oriente. E qui la legge giapponese, la storia giapponese, e l’opinione pubblica giapponese dicono tutte la stessa cosa: fin qui, non oltre.
Takaichi si trova così a praticare quella che potremmo chiamare l’arte giapponese dell’equilibrio impossibile: essere abbastanza utile a Washington da non essere ignorata, abbastanza cauta da non essere trascinata dove non può andare, abbastanza diplomatica da non offendere un alleato che non tollera di essere contraddetto. Dire sì all’alleanza, no alla guerra. Aprirsi al dialogo con la Cina senza sembrare disallineata con gli Stati Uniti. Comprare armi americane, ospitare basi americane, co-produrre missili americani — e allo stesso tempo tenere la firma giapponese lontana da qualunque atto che possa essere letto come partecipazione a un conflitto che non è il suo.
È una postura che richiede una precisione millimetrica. E che può reggere finché gli eventi la lasciano reggere.
