Chi è Delcy Rodríguez?
La transizione venezuelana, paradossalmente, passa dalle mani di una donna. Ma non da quelle di María Corina Machado, a lungo presentata come il volto della riscossa democratica contro Nicolás Maduro. A guidare il Paese dopo la cattura di Maduro e della first lady Cilia Flores da parte di un commando americano sarà invece Delcy Rodríguez, vicepresidente esecutiva, ministra del Petrolio e figura centrale del chavismo di potere.
A stabilirlo è stato il Tribunale Supremo di Caracas, che ha applicato gli articoli 233 e 234 della Costituzione per designare un presidente ad interim. Una scelta che, secondo quanto rivelato dal New York Times, non nasce dall’emergenza, ma sarebbe stata concordata settimane prima con l’amministrazione Trump. Segno che la transizione non è improvvisata, bensì negoziata.
Washington ha fatto una valutazione fredda: María Corina Machado non era una figura “gestibile”. Troppo autonoma, troppo simbolica, troppo legata a un’idea di rottura politica reale. Delcy Rodríguez, al contrario, rappresenta la continuità amministrativa necessaria a garantire ciò che davvero interessa agli Stati Uniti: stabilità e accesso alle risorse.
Donald Trump lo ha detto senza ambiguità: vuole “accesso totale” al Paese. «Abbiamo bisogno di accedere al petrolio e ad altre cose nel loro Paese che ci permettano di ricostruirlo». In questa frase è contenuta l’intera filosofia dell’operazione venezuelana: non una rifondazione democratica, ma una ricostruzione funzionale agli interessi economici americani.
Delcy Rodríguez, il profilo perfetto per una transizione controllata
Cinquantasei anni, originaria di Caracas, laureata in Giurisprudenza all’Università Centrale del Venezuela, Delcy Rodríguez è figlia di un dirigente marxista morto in carcere. Cresciuta in un ambiente politico duro e maschile, è da oltre vent’anni una delle figure più influenti del chavismo. Ai vertici del potere ha sempre fatto asse con il fratello Jorge Rodríguez, attuale presidente dell’Assemblea Nazionale.
È stata ministra della Comunicazione, poi ministra degli Esteri, rappresentando il Venezuela alle Nazioni Unite e difendendo Maduro dalle accuse di violazioni dei diritti umani e arretramento democratico. Dal 2018 è vicepresidente esecutiva e, negli ultimi anni, la vera regista della politica economica, nonché ministra del Petrolio.
Ed è proprio questo incarico a renderla oggi decisiva. Delcy Rodríguez conosce i flussi energetici, i contratti, i margini di manovra. Ha accompagnato la trasformazione silenziosa del Venezuela: da socialismo ideologico a capitalismo selettivo, aperto agli investimenti esteri quando serviva evitare il collasso. Ha difeso l’industria petrolifera come bene strategico, anche mentre il Paese era travolto dall’iperinflazione.
Per Washington, è il profilo ideale: non una rivoluzionaria, ma una manager del potere. Una donna che non mette in discussione gli equilibri interni, ma che può garantire protezione agli investimenti americani e una gestione ordinata del petrolio venezuelano.
Machado, il simbolo sacrificabile
María Corina Machado, spesso definita la “Thatcher venezuelana” e insignita del Nobel per la Pace, resta sullo sfondo come icona morale. «Il tempo di Maduro è scaduto», ha dichiarato. Ma il suo tempo, politicamente, sembra non essere mai arrivato.
Nel disegno reale della transizione, Machado è servita come simbolo forte dell’opposizione, utile a legittimare la pressione internazionale e a raccontare una storia di liberazione. Ma una volta raggiunto l’obiettivo strategico – il controllo del nodo petrolifero – la sua funzione si esaurisce. Un’opposizione realmente forte, capace di rivendicare sovranità e scelte autonome, sarebbe stata un rischio.
Il messaggio è chiaro: non si vuole un governo forte in Venezuela, ma un governo prevedibile.
Un accordo fragile, non una pacificazione
Dopo la cattura di Maduro, Delcy Rodríguez è apparsa in televisione ribadendo formalmente la fedeltà al chavismo. Ma questo non esclude – anzi, probabilmente prepara – un dialogo con Washington. Le minacce pubbliche e le aperture diplomatiche si muovono su due piani diversi.
Secondo Renata Segura dell’International Crisis Group, «le prossime ore saranno cruciali per capire se Delcy Rodríguez o altri membri del movimento chavista rimarranno al potere in un accordo con Washington e se emergeranno fratture interne al regime». È qui che si giocherà la partita vera: non tra chavismo e opposizione, ma dentro il chavismo stesso, sotto la pressione americana.
Una transizione senza democrazia
Il dato politico più rilevante è forse il più scomodo: la democrazia non è al centro della transizione venezuelana. Non lo è nei discorsi di Trump, non lo è nelle scelte operative, non lo è nella figura chiamata a guidare il Paese.
Il chavismo può anche sopravvivere, purché depotenziato e cooperativo. L’opposizione può anche esistere, purché simbolica. Ciò che conta è che il Venezuela resti aperto, accessibile, contrattabile.
La transizione passa dunque da una donna. Ma non da quella che incarnava la promessa del cambiamento. Passa da una figura che rassicura i mercati, non le piazze; che parla il linguaggio del potere, non quello della libertà.
Non è una rivoluzione. È un passaggio di gestione. E il petrolio, ancora una volta, è il vero presidente del Venezuela.
