Dopo la sconfitta al referendum, il governo Meloni cercherà in questa ultima fase della legislatura di cambiare registro. Stop allo scontro politico, via libera ai bisogni reali degli italiani
C’è un pedagogo che nessun corso di leadership contempla nei propri programmi e che tuttavia ottiene risultati che nessun consulente politico riesce a garantire. Si chiama sconfitta. Arriva senza preavviso, non accetta appelli, non si lascia comprare con i sondaggi. E quando colpisce davvero — non la piccola battuta d’arresto che si può riciclare come “segnale di dialogo”, ma la scoppola secca, quella che si legge nelle mappe elettorali e si sente nel silenzio dei collaboratori — produce l’unico effetto che conta: costringe a fare i conti con la realtà.
Giorgia Meloni ha ricevuto una scoppola. Lo sa lei, lo sa Palazzo Chigi, lo sanno i ministri che nelle ore successive al voto si sono affrettati a interpretare, minimizzare, redistribuire la responsabilità verso la magistratura, verso l’opposizione, verso il quesito mal formulato. Ma sotto la liturgia della difesa pubblica, qualcosa si è mosso. E quel qualcosa si chiama economia.
La premier ha lasciato intuire, con quella sobrietà che usa quando le parole le costano, che l’ultimo anno di legislatura sarà dedicato al «completare il lavoro». Traduzione: basta con la politica come scontro identitario permanente, basta con i referendum trasformati in plebisciti sul proprio nome, basta con il linguaggio incendiario che galvanizza la piazza fedele e respinge tutto il resto. Adesso si governa. Si mettono sul tavolo misure concrete — il decreto fiscale, l’iperammortamento, un nuovo intervento sui carburanti — e si parla agli italiani della loro bolletta, non dei nemici della nazione.
È un cambio di registro significativo. Non perché riveli una conversione improvvisa alle virtù della moderazione, ma perché dimostra che il termometro del consenso ha segnalato una temperatura preoccupante. I governi che non imparano dalla sconfitta muoiono di essa alla prima occasione utile. Quelli che imparano sopravvivono, a volte anche a lungo.
Il problema è che la lezione è giunta tardi e i margini sono stretti. Il Documento di economia e finanza in arrivo parlerà di una crescita che scende dallo 0,7 allo 0,5 per cento. I fondi per tagliare le accise si sono trovati raschiando i bilanci ministeriali — con il ministro della Sanità Schillaci che non ha nascosto il proprio disappunto. Il diesel è tornato sopra i due euro al litro il giorno dopo che il governo si era felicitato per averlo fatto scendere sotto quella soglia. La realtà economica non aspetta i comunicati stampa.
E poi c’è la coalizione, che in questa fase mostra le sue crepe con una disinvoltura crescente. Salvini vuole intestarsi la battaglia sugli extraprofitti delle imprese energetiche — una misura che il governo aveva sempre guardato con sospetto ideologico, e che ora diventa «extrema ratio» perché la Lega ha bisogno di un titolo da mostrare al proprio elettorato. Il Piano casa, promesso e congelato, riaffiorerà sul tavolo con la stessa insistenza di un debito non onorato. E Giorgetti, il ministro dell’Economia che porta il peso dei numeri reali mentre gli alleati litigano sui numeri di consenso, lancia il suo avvertimento: attenti a non scassare i conti.
In questa geometria instabile, la scoppola referendaria non è la causa del problema: è il momento in cui il problema è diventato visibile. Un governo che per tre anni ha costruito la propria identità sulla forza — forza del mandato popolare, forza del linguaggio, forza delle posture internazionali — si trova a governare con i margini di chi non ha più molto da spendere. L’arroganza è un lusso che ci si può permettere quando i conti tornano. Quando non tornano, bisogna imparare un vocabolario diverso.
La storia politica italiana è piena di leader che hanno scoperto la misura solo dopo averla persa. Alcuni non si sono più ripresi. Altri hanno trovato nella sconfitta la materia prima di una seconda stagione più solida della prima, perché costruita non sull’entusiasmo ma sulla comprensione di ciò che il Paese chiede davvero.
Meloni ha ancora tempo e ancora risorse. Ma il tempo si consuma e le risorse anche. La scuola delle scoppole non rilascia diplomi: rilascia occasioni. Usarle o sprecarle è l’unica vera scelta che resta.
