L’IDF colpisce per sbaglio la casa di un cristiano leader di un gruppo avverso ad Hezbollah

C’è un’immagine che non lascia pace. Il patriarca maronita Béchara Raï, durante l’omelia pasquale a Bkerké, preso da un singhiozzo mentre parla del sud del Libano. Un vecchio pastore che piange davanti al suo gregge disperso, che non riesce a finire le parole perché le parole non bastano. È un’immagine antica come il Vangelo — il Buon Pastore che piange le sue pecore perdute — e insieme brutalmente contemporanea, incisa nel Pasqua 2026, mentre i caccia israeliani sorvolano le chiese e le bombe cadono sui villaggi dove Gesù, secondo la tradizione, ha camminato.

Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha promesso al mondo di applicare al Libano “il modello Rafah e Khan Yunis”. Non è una metafora, non è una boutade elettorale: è la dichiarazione programmatica di un governo che ha deciso di fare del terrore un metodo, della distruzione uno strumento, dell’espulsione di massa uno scopo. Le case dei villaggi libanesi vicino al confine “saranno demolite”. Il ritorno degli sfollati “non sarà consentito”. Detto così, senza giri di parole, come si annuncia un programma amministrativo.

E poi è arrivata la notizia che ha trasformato l’abominio in grottesco. Le Forze di Difesa israeliane hanno bombardato l’abitazione di Pierre Mouawad ad Ain Saadeh, una cittadina collinare a maggioranza cristiana a est di Beirut — lontana dai quartieri di Hezbollah, lontana dal fronte, lontana da qualunque logica militare che non sia quella di una intelligence cieca e di una catena di comando senza freni. Mouawad era un esponente di spicco del Partito delle Forze Libanesi, il gruppo cristiano che di Hezbollah è storicamente avversario. Stava celebrando la Pasqua in casa con la famiglia. È stato ucciso lui, sua moglie Flavia, e un’altra donna. L’IDF ha ammesso l’errore parlando con la BBC. Ha “espresso rincrescimento per le perdite di civili”. “Diverse persone non coinvolte sono state colpite in risultato dell’operazione”, ha dichiarato il portavoce militare, con quella freddezza burocratica che è forse la cosa più oscena di tutte.

Puntavano a Hezbollah. Hanno ucciso i suoi nemici. Nel giorno di Pasqua. In una zona cristiana. In una casa privata.

Non è un dettaglio. È la sintesi perfetta di un’operazione militare che da tempo ha abbandonato qualunque pretesa di precisione chirurgica per abbracciare una logica di fuoco indiscriminato, nella quale l’errore non è un’eccezione ma una struttura. Un sistema che uccide operai agricoli che raccolgono limoni, paramedici che soccorrono i feriti con il “double tap”, una donna incinta di cinque mesi che non riesce a raggiungere un ospedale, e ora il leader di un partito cristiano che festeggiava la Resurrezione con la moglie. L’IDF si scusa con la BBC. Poi ricomincia.

Diecimila cristiani vivono ancora nel sud del Libano. Non sono armati. Non combattono. Presidiano con la sola presenza una terra plurimillenaria, restano come atto di resistenza, di fede, d’amore verso una terra che è anche la terra di Cristo. Sanno, come sa Samar di Debel, che chi parte rischia di non tornare; che le case abbandonate diventano bersagli, poi macerie, poi archeologia di un popolo scomparso. A Pasqua il convoi umanitario dell’Œuvre d’Orient, del Patriarcato maronita e di Caritas Liban non è potuto partire: le condizioni di sicurezza non erano garantite. Una formula burocratica per dire che si rischiava di essere bombardati. Un convoi di chiese cristiane, diretto a villaggi cristiani, bloccato il giorno della Resurrezione.

Eppure qualcuno ha trovato il modo di celebrare lo stesso. A Beirut, nelle chiese affollate nonostante i droni che sorvolano i tetti, nonostante le esplosioni che coprono i canti liturgici. Nei villaggi del sud, dove chi ha scelto di restare ha riempito le navate come atto di sfida alla paura. “Massih Kam” — Cristo è risorto — dichiarato tra gli applausi mentre fuori il mondo brucia.

La fede non è un analgesico. Non addormenta il dolore, non giustifica l’ingiustizia, non trasforma le bombe in prove purificatrici da accettare con rassegnazione. La tradizione cristiana — quella vera, quella che non si piega ai potenti — ha sempre detto che il corpo del prossimo è sacro, che ogni creatura porta in sé l’immagine di Dio, che chi distrugge case e caccia famiglie compie un atto che grida vendetta al cielo. Giovanni Paolo II diceva che il Libano è un “messaggio”: un paese dove cristiani e musulmani hanno scelto di vivere insieme, a dimostrazione che è possibile. Netanyahu sta cancellando quel messaggio con la stessa sistematicità con cui i suoi bulldozer cancellano i villaggi.

Il caso Mouawad — se “caso” si può chiamare l’omicidio di un uomo innocente nel giorno di Pasqua — demolisce anche l’ultima giustificazione che i difensori di questa guerra si ostinano a ripetere: che Israele colpisce Hezbollah, non i cristiani, non i civili, non le chiese. Ebbene: ha colpito un cristiano, nel suo appartamento, in una città cristiana, il giorno più cristiano dell’anno. Ha colpito il membro di un partito che combatte politicamente proprio contro Hezbollah. E si è scusato con un comunicato stampa.

Non si tratta di simpatie politiche o di schieramenti geopolitici. Si tratta di fatti. Una donna incinta di cinque mesi morta perché non poteva raggiungere un ospedale. Cinque operai siriani uccisi mentre raccoglievano limoni. Quattro paramedici colpiti con il secondo missile mentre soccorrevano i feriti del primo. Pierre Mouawad e sua moglie Flavia, uccisi mentre festeggiavano la Resurrezione. I ponti sul Litani distrutti, le famiglie separate, gli ospedali svuotati in fretta per fare posto alle vittime del giorno dopo.

Tutto questo ha un nome nel diritto internazionale: crimine di guerra. E ha un nome nella teologia cristiana: peccato grave, che chiede non preghiere di circostanza ma denuncia chiara, voce alta, pressione politica concreta.

Il patriarca Raï ha singhiozzato in pubblico il giorno di Pasqua. Flavia Mouawad non festeggerà più nessuna Pasqua. Il resto — la condanna senza ambiguità del governo Netanyahu, la richiesta di cessate il fuoco immediato, la protezione dei corridoi umanitari, il rifiuto di ogni “modello Rafah” applicato a qualunque terra abitata da esseri umani — è dovere. Di chi si dice cristiano, e di chi semplicemente si dice umano.