C’è una parola che ha risuonato il 9 marzo 2026 sotto i soffitti dell’Hotel Mediterraneo di Via Cavour, a Roma, a pochi passi dalla Stazione Termini e a duemila anni dall’ultima volta che qualcuno l’ha pronunciata con il peso che merita: Misericordia. Non è una parola devozionale. Non è una parola da immaginetta. È, come sapeva Dante che la metteva in bocca a Beatrice, una delle parole più tecnicamente precise della lingua umana: miseri-cor, il cuore che si china sui miseri. Un moto del cuore che diventa postura del corpo. Una teologia che diventa corpo.
Il Centro Culturale Iraniano e il Salotto di Diotima — l’associazione culturale che ha voluto questo evento — ha scelto il nome con la consapevolezza di chi sa che le parole contano. Diotima di Mantinea era la sacerdotessa che insegnò a Socrate cos’è l’amore: non il possesso dell’amato, ma il desiderio di generare nel bello. Una donna che insegna a un filosofo. Una straniera che insegna ad Atene. Un’assenza — Diotima non compare mai fisicamente nel Simposio — che insegna alla presenza. È un nome programmatico. È una scelta di campo.
Sette artisti. Sette sensibilità diverse, sette storie diverse, sette modi diversi di stare nel mondo. Giovanna Cataldo, Maria Cipriano, Patrizia De Giovanni, Marta Fabbri, Anahita Kousha, Ruggero Lenci, Carmen Tubío. Notate quel nome: Anahita Kousha. Un nome persiano, in questa settimana in cui la Persia brucia, in cui i Tomahawk americani hanno raso al suolo una scuola elementare di Minab e il presidente degli Stati Uniti ha detto che la colpa era dell’Iran. Anahita Kousha espone le proprie opere sulla Misericordia in un hotel di Roma il 9 marzo 2026, mentre la sua terra è in guerra. Non so se ci sia un atto politico più eloquente di questo. Non so se ci sia una risposta più precisa e più dignitosa alla logica della guerra di una pittrice persiana che parla di misericordia con i colori.
L’arte, si sa, arriva dove la lingua si ferma. Arriva dove il passaporto non serve. Arriva dove la bandiera non ha colore. Un’opera sulla Misericordia non chiede al visitatore di quale nazionalità sia, su quale fronte combatta, quale parte abbia scelto. Gli chiede soltanto di guardare. E guardare — davvero guardare, non sorvolare con gli occhi — è già, di per sé, un atto di pace.
In serata, Michael Nakhla alle percussioni, Federico Pascucci al ney, Valerio Mileto all’oud. Musiche delle Terre d’Oriente. Quelle stesse Terre. Quelle stesse terre dove oggi si muore, dove i campanili delle chiese maronite vengono centrati dai droni, dove i bambini di Minab non andranno più a scuola. Quel ney — il flauto di canna che Rumi usò come metafora dell’anima esiliata dalla propria origine — suonerà stasera in una sala romana, e porterà con sé secoli di civiltà che nessun missile di precisione potrà mai davvero distruggere, perché la musica non ha coordinate GPS.
Diotima ha scelto bene i propri musicisti. Ha scelto bene la propria consulente interculturale, Silva Sulebi, il cui nome porta già in sé l’incontro tra mondi. Ha scelto bene il proprio interlocutore istituzionale: Luigi De Salvia, presidente di Religions for Peace Italia, l’organizzazione che da cinquant’anni prova a dimostrare che le religioni possono essere strumento di pace invece che di guerra — e che, in questo preciso momento storico, ha il peso specifico di chi lavora in controcorrente.
Ho avuto l’onore di portare una parola in questa sala, come sacerdote francescano, come giornalista, come docente alla Pontificia Accademia Mariana. Ho parlato di Francesco e del sultano, di Maria come figura che attraversa le religioni come un filo d’oro, di quei bambini iraniani che — come ha scritto il cardinale Cupich — hanno commesso il solo torto di andare a scuola quella mattina. Ho citato Papa Leone XIV, che dopo l’Angelus di domenica scorsa ha chiesto che «cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo in cui si possa sentire la voce dei popoli.»
Poi ho detto una cosa che voglio ripetere anche qui, in forma scritta, perché resti: la Misericordia non è un sentimento. È un programma politico. È la risposta strutturale, istituzionale, culturale all’unica vera alternativa — la logica del più forte che sopravanza il più debole, della bomba che tace il diritto, del missile di precisione che colpisce le scuole e poi dice che è colpa di chi stava vicino.
Settant’anni fa, dal crogiolo di due guerre mondiali, l’umanità riuscì a costruire qualcosa di straordinario: un lungo arco di pace. Non era scontato. Era una scelta — fatta da donne e uomini che avevano visto la morte con i propri occhi e avevano deciso che non doveva più accadere. La cultura fu il cemento: i libri, le mostre, la musica che viaggiavano oltre il filo spinato abbattuto. Quella scelta si chiama, nel suo cuore più profondo, misericordia istituzionalizzata. Diritti umani. Diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite. La Dichiarazione universale. Tutti documenti nati da una ferita collettiva e dalla volontà ostinata di non lasciare che la ferita si infettasse di nuovo.
Oggi quell’arco mostra crepe profonde. Lo sappiamo. Lo vediamo ogni giorno. Ma le crepe non significano il crollo — significano che c’è lavoro da fare. E il lavoro comincia, sempre, dove qualcuno sceglie di mettere la propria energia, il proprio tempo, la propria voce al servizio della costruzione invece che della distruzione.
Il Salotto di Diotima ha scelto. Sette artisti hanno scelto. Michael Nakhla, Federico Pascucci e Valerio Mileto hanno scelto. Anahita Kousha, pittrice persiana, ha scelto di essere qui a parlare di Misericordia mentre la sua terra è bombardata. È una scelta che merita rispetto. È una scelta che merita attenzione. È, in questo preciso momento storico, una delle scelte più coraggiose che si possano fare.
Veritas liberabit vos. La verità vi farà liberi. Ma la verità ha bisogno di parole, di colori, di suoni per camminare nel mondo.
