La prima udienza del processo a Maduro riconosce la non imputabilità diretta per narcotraffico

C’è una distanza crescente tra la retorica politica americana e il linguaggio della giustizia federale. Ed è in quello spazio, sempre più evidente, che si colloca la nuova imputazione contro Nicolás Maduro. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, nel riformulare l’accusa dopo l’arresto del leader venezuelano, ha compiuto una scelta significativa: ha quasi cancellato il riferimento al cosiddetto Cartello dei Soli come organizzazione criminale strutturata, smontando di fatto uno dei pilastri narrativi su cui Washington aveva costruito per anni la propria offensiva politica e militare contro il chavismo.

Nel 2020, l’atto d’accusa parlava senza esitazioni di un vero e proprio cartello, descritto come un’entità gerarchica, operativa, guidata dallo stesso Maduro. Il nome ricorreva decine di volte e serviva a dipingere il presidente venezuelano come il capo di un’organizzazione paragonabile ai grandi cartelli messicani. Oggi quel linguaggio è quasi scomparso. Il Cartello dei Soli viene citato appena due volte e non come struttura criminale, ma come metafora di un sistema di clientelismo, una rete informale di potere e corruzione che favorirebbe il traffico di droga.

Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. Perché ammettere, implicitamente, che il Cartello dei Soli non esiste come soggetto criminale autonomo significa riconoscere che una parte della costruzione accusatoria precedente non reggerebbe in un’aula di tribunale. Non a caso, né la DEA né l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine hanno mai riconosciuto ufficialmente l’esistenza di questa organizzazione come cartello strutturato.

Questo ridimensionamento giudiziario contrasta apertamente con le dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca. Donald Trump e il suo segretario di Stato continuano a presentare Maduro come il “capo del Cartello dei Soli” e a giustificare le operazioni militari nei Caraibi come parte di una guerra globale al narcotraffico. Ma la giustizia federale, chiamata a dimostrare i fatti e non a evocare slogan, ha abbassato i toni e ristretto il campo.

In questo senso, la nuova accusa scagiona parzialmente Maduro sul piano simbolico, pur lasciandolo esposto sul piano penale. Non lo descrive più come il boss di un cartello transnazionale, ma come il vertice politico di un sistema corrotto che tollera, protegge o facilita il traffico di droga. È una differenza sostanziale: la prima figura appartiene alla mitologia della “narco-dittatura”; la seconda rientra in una tipologia più classica di Stato penetrato dalla criminalità.

Ciò non significa assoluzione. Le accuse restano pesanti: narcoterrorismo, cospirazione per importare cocaina negli Stati Uniti, uso e possesso di armi da guerra, relazioni con gruppi armati come le Farc, l’ELN e organizzazioni criminali messicane. Ma il quadro che emerge è meno monolitico e meno cinematografico di quello raccontato per anni. È un quadro fatto di relazioni opache, intermediari, corruzione diffusa, non di un cartello con organigramma e comando unico.

Anche l’inclusione di nuovi imputati solleva interrogativi. La presenza di Cilia Flores e del figlio di Maduro amplia il perimetro familiare dell’accusa, rafforzando l’idea di un potere patrimoniale e dinastico. Ma l’inserimento del leader del Tren de Aragua come presunto co-cospiratore diretto appare giuridicamente fragile: le prove presentate parlano di contatti episodici e offerte di “servizi”, non di una cooperazione strutturata e continuativa con il vertice presidenziale.

Il risultato è una doppia verità. Politicamente, Washington continua a raccontare la storia di un cartello onnipotente, utile a legittimare operazioni militari e pressioni internazionali. Giuridicamente, invece, la Procura è costretta a riconoscere limiti probatori e ad ancorare l’accusa a fatti più circoscritti e difendibili in tribunale.

In definitiva, la nuova imputazione non riabilita Maduro, ma incrina la narrazione assoluta del “narco-presidente capo di un cartello”. E rivela una contraddizione di fondo: quando la politica spinge troppo in là il racconto, è il diritto a riportarlo entro confini più sobri. In quel restringimento, per quanto minimo, si apre uno spazio che costringe a distinguere tra propaganda e prova. E questa distinzione, nel caso Maduro, potrebbe pesare più di quanto oggi si voglia ammettere.