Amoris Laetitia compie dieci anni. Una parte della Chiesa la lesse tutta. Un’altra si fermò a un articolo. E fece finta che fosse il documento intero.

Quando nel 2016 Francesco pubblicò Amoris Laetitia, accadde qualcosa di curioso e istruttivo. Un’esortazione apostolica di duecentocinquanta pagine, costruita su anni di ascolto sinodale, su migliaia di questionari compilati da famiglie reali in tutto il mondo, su una riflessione teologica che attraversava l’inno alla carità di Paolo, il Cantico dei Cantici, la fenomenologia dell’amore coniugale — tutto questo fu immediatamente ridotto, da una parte del mondo cattolico, a una domanda sola: i divorziati risposati possono fare la comunione?

Il documento parlava di gioia. Loro parlarono di ammissione.

Il documento parlava di come Dio abita nei legami fragili e contraddittori degli esseri umani, di come la salvezza passa dentro la trama delle relazioni quotidiane, del pane spezzato e del letto disfatto e dei figli malati di notte e delle risate inventate insieme. Loro contarono le righe dell’articolo otto della nota a piè di pagina trecento cinque e aprirono il processo.

Perché di un processo si trattò, nei toni se non nella forma. Quattro cardinali — i famosi “dubia” — che chiedevano chiarimenti al Papa come se il Papa avesse sbagliato i compiti. Blog tradizionalisti che parlavano di eresia. Convegni in cui si spiegava, con la sicumera di chi ha già la risposta prima della domanda, che Francesco stava scardinando la dottrina. Una campagna sorda, capillare, condotta con quella particolare miscela di zelo e ignoranza che è il marchio di fabbrica del fanatismo in tutte le sue declinazioni, compresa quella religiosa.

Ignoranza, sì. La parola è forte ma è quella giusta. Perché chiunque avesse letto — davvero letto, non cercato la pagina incriminata — avrebbe trovato che il problema della comunione ai divorziati risposati era già stato affrontato quarant’anni prima. Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio del 1981, aveva già distinto, aveva già graduato, aveva già aperto spiragli pastorali che la rigidità applicativa di molte diocesi aveva poi sistematicamente ignorato. Francesco non stava demolendo nulla. Stava raccogliendo un filo che altri avevano già teso. Lo stava portando a compimento con quella logica della misericordia che non è cedimento alla dottrina ma sua espressione più piena.

Ma il fanatismo non legge. Seleziona. Prende il frammento che conferma la propria battaglia e lo agita come una clava. E così Amoris Laetitia — un documento che insegna a guardare le famiglie con occhi contemplanti, che chiede alla Chiesa di smettere di parlare della vita delle persone senza prima ascoltarla, che mette al centro la cura reciproca come forma di evangelizzazione — divenne nei titoli di certi siti e nelle prediche di certi pulpiti il documento dello scandalo, il cavallo di Troia del relativismo, la prova che Bergoglio voleva portare il caos nella dottrina morale.

C’è qualcosa di profondamente triste in tutto questo. Non per Francesco, che ha dimostrato di saper reggere le tempeste con una solidità che i suoi critici raramente gli riconoscono. Ma per le famiglie. Per le migliaia di persone che avevano risposto ai questionari sinodali raccontando le loro vite — le separazioni, le ricomposizioni, i figli cresciuti in famiglie imperfette, gli anziani accuditi con fatica, le coppie che si riscoprono dopo decenni — e che avevano visto la loro voce entrare, per la prima volta in modo esplicito, nel cuore di un documento del Magistero. A quelle persone, la riduzione di Amoris Laetitia a una disputa canonistica disse esattamente quello che la Chiesa aveva sempre detto loro: la vostra vita complicata è un problema, non una risorsa.

Il punto teologico centrale del documento è invece esattamente il contrario. Dio è già presente nelle famiglie prima che la Chiesa arrivi a benedirle o a giudicarle. È presente nell’amore fragile e straordinario che gli esseri umani si scambiano, nei suoi limiti e nelle sue contraddizioni, nella dedizione e nella stanchezza, nella fedeltà e nel fallimento. Il compito della Chiesa non è stabilire chi è abbastanza in regola da ricevere il sacramento, ma imparare a riconoscere dove lo Spirito già opera e accompagnarlo.

Questa è una rivoluzione, sì. Ma non è la rivoluzione dottrinale che i tradizionalisti temevano. È una rivoluzione dello sguardo. Richiede umiltà, non relativismo. Richiede ascolto, non resa. Richiede la disponibilità a entrare nelle case della gente — nelle loro cucine, nei loro letti, nei loro litigi e nelle loro tenerezze — con la stessa reverenza con cui ci si avvicina all’altare.

Dieci anni dopo, vale la pena rileggere Amoris Laetitia per intero. Tutte le duecentocinquanta pagine. Compresa — certo — la nota trecento cinque. Ma anche tutto il resto. Soprattutto tutto il resto.

La gioia dell’amore, diceva Francesco nel titolo. Non la disputa sull’amore. La gioia.

Forse era lì, già nel titolo, il programma che qualcuno non voleva leggere.