Dall’arresto a Vietri del latitante del clan Mazzarella riemerge una domanda decisiva: chi comanda oggi davvero a Napoli?

La cattura del boss Roberto Mazzarella in un resort della Costiera non è solo un fatto di cronaca. È una lente sulla trasformazione della camorra: meno appariscente, più liquida, sempre radicata.

C’è un filo che lega i vicoli di Napoli alle terrazze vista mare di Vietri. È il filo della continuità criminale, capace di attraversare decenni, guerre di camorra, arresti eccellenti e collaborazioni di giustizia senza mai spezzarsi davvero. Il clan Mazzarella, oggi tornato al centro delle cronache, è uno dei nomi storici di questa trama.

Nato e radicato nei quartieri orientali di Napoli, tra San Giovanni a Teduccio e il centro storico, il clan Mazzarella è stato per anni uno dei pilastri della cosiddetta Alleanza di Secondigliano, il sistema criminale che ha governato la città dopo la fine della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Non un gruppo isolato, ma una componente di un equilibrio più ampio, fatto di accordi, spartizioni e guerre intermittenti.

La loro storia è segnata da traffici classici — estorsioni, contrabbando, droga — ma anche da una capacità di adattamento notevole. I Mazzarella hanno saputo inserirsi nei circuiti economici legali e semilegali, infiltrando attività commerciali, logistica e perfino il turismo. È questa la chiave per comprendere l’arresto di Vietri: non un’anomalia, ma il riflesso coerente di una camorra che non vive più soltanto nell’ombra, ma si mimetizza nella normalità.

E tuttavia, la storia del clan è anche una storia di sangue. Faide interne, regolamenti di conti, omicidi che hanno segnato intere generazioni nei quartieri popolari. Il potere della camorra non è mai stato soltanto economico: è sempre stato, prima di tutto, simbolico e territoriale. Controllare un quartiere significa controllare la vita quotidiana, le opportunità, persino le speranze.

In questo contesto si inserisce un elemento nuovo e inquietante: la narrazione pubblica della camorra. Il fatto che un parente del clan, oggi collaboratore di giustizia, compaia in video e format giornalistici raccontando dall’interno le dinamiche criminali, segna un cambio di paradigma. La camorra non è più solo oggetto di indagine o repressione: diventa anche contenuto, racconto, talvolta spettacolo. Ed è un rischio sottile, perché la linea tra denuncia e fascinazione può diventare pericolosamente sottile.

Ma la domanda più importante resta un’altra: chi comanda oggi a Napoli e in Campania?

La risposta non è più quella, relativamente semplice, degli anni Novanta o dei primi Duemila, quando pochi grandi cartelli dominavano la scena. Oggi il potere è frammentato ma coordinato, distribuito tra diversi gruppi che evitano guerre aperte quando non necessarie e preferiscono una gestione pragmatica degli affari.

Accanto ai Mazzarella, continuano ad avere un ruolo i clan legati all’area nord — come quelli storicamente riconducibili ai Licciardi e ai Contini — e realtà emergenti nei quartieri occidentali e nella provincia. Non esiste più un “capo dei capi” nel senso classico. Esiste piuttosto una regia diffusa, fatta di equilibri, mediazioni e interessi condivisi.

È una camorra meno visibile, ma non meno pericolosa. Anzi, forse più insidiosa, perché ha imparato a evitare l’attenzione mediatica e a muoversi dentro i circuiti dell’economia reale. La violenza resta, ma è più selettiva. Il controllo del territorio continua, ma passa anche attraverso il consenso, il lavoro, l’assistenza informale.

L’arresto di Vietri, allora, non segna la fine di un sistema. Segna semmai la sua capacità di resistere e trasformarsi. Ogni boss catturato è una vittoria dello Stato, ma ogni clan che sopravvive dimostra che la battaglia è ancora aperta.

La camorra non è più quella dei film, né quella dei grandi padrini riconoscibili. È una rete. E finché saprà mimetizzarsi nella normalità, continuerà a essere il potere invisibile che Napoli fatica a scrollarsi di dosso.