Il Libano e la geometria millenaria della resistenza

C’è una legge non scritta nella geografia del Levante che ogni conquistatore ha imparato, nel corso dei millenni, a proprie spese: il Libano non si prende. Non interamente, non durevolmente, non senza pagare un prezzo sproporzionato al risultato. Lo sapevano gli Assiri, che si fermarono sulle pendici del Monte Libano. Lo sapevano i crociati, che costruirono castelli formidabili e li abbandonarono uno a uno. Lo sapevano gli Ottomani, che governarono la costa ma non penetrarono mai davvero nell’entroterra montano, negoziando con i signori della montagna — drusi, maroniti, sciiti — piuttosto che sottometterli. Lo sa oggi Israele, che a Khiam trova ciò che ha sempre trovato nelle sue incursioni nel sud del Libano: una resistenza che nasce dalla terra prima ancora che dagli uomini.

Khiam non è una città qualsiasi. È una collina. E in Libano, le colline sono fortezze naturali costruite dalla tettonica e perfezionate dalla storia. Chi la controlla vede per chilometri in ogni direzione — verso sud, l’Alta Galilea israeliana; verso est, la Bekaa; verso nord, le vie che portano all’interno del paese. È un punto di osservazione, un nodo logistico, un simbolo. Le tre funzioni si sovrappongono e si rinforzano l’una con l’altra, come accade sempre nei luoghi dove la geografia e la memoria si sono sedimentate insieme nel corso dei secoli.

I discendenti dei Fenici

I Fenici non costruirono un impero. Costruirono qualcosa di più duraturo: una rete. Cartagine, Cadice, Palermo, Marsiglia — presidi commerciali sparsi lungo le coste del Mediterraneo, ciascuno autosufficiente, ciascuno capace di sopravvivere anche quando il centro veniva colpito. Era la logica dell’arcipelago applicata alla civiltà: non una struttura piramidale che collassa quando si taglia la cima, ma una trama orizzontale che resiste perché non ha un centro unico da distruggere.

I discendenti di quella civiltà — i libanesi di ogni confessione, di ogni fazione, di ogni colore politico — hanno ereditato qualcosa di quella logica. Non l’hanno scelta consapevolmente: l’ha imposta loro la geografia. Un paese piccolo come l’Abruzzo, compresso tra il mare e le montagne, con una costa accessibile e un entroterra impervio, con valli che comunicano poco tra loro e comunità che si sono storicamente organizzate per sopravvivere all’isolamento più che per conquistare il vicino. È una geografia che produce resilienza prima ancora di produrre resistenza.

La montagna libanese non è solo una barriera fisica. È una riserva di umanità che si rifugia quando la pianura brucia, che riorganizza quando la crisi si placa, che ritorna quando il conquistatore si stanca. È accaduto con i crociati. È accaduto con i Mamelucci. È accaduto con gli Ottomani. È accaduto con la Siria, che ha occupato il Libano per trent’anni credendo di averlo domato e si è trovata a gestire una resistenza permanente che l’ha consumata dall’interno.

Khiam: la prigione che divenne simbolo

Per capire perché Khiam conta così tanto — non solo sul piano militare, ma su quello del significato — occorre ricordare cosa è stata quella città nell’ultimo mezzo secolo. Durante l’occupazione israeliana del Libano meridionale, durata dal 1982 al 2000, Khiam ospitava un centro di detenzione gestito dall’Esercito del Libano del Sud, la milizia ausiliaria israeliana. Le condizioni erano quelle che le organizzazioni internazionali avrebbero documentato con crescente scandalo: detenuti senza processo, interrogatori, isolamento. Centinaia di libanesi vi passarono degli anni della loro vita senza mai essere stati giudicati da nessun tribunale.

Quando nel maggio 2000 le truppe israeliane si ritirarono e la milizia collassò nel giro di ore, i prigionieri di Khiam aprirono le proprie celle e uscirono alla luce del giorno. Non fu Hezbollah a liberarli formalmente: fu il ritiro che rese impossibile tenerli. Ma nella memoria collettiva del Libano meridionale — e non solo sciita — Khiam rimase il simbolo di ciò che l’occupazione aveva significato nella sua concretezza più amara: una città su una collina trasformata in una prigione a cielo aperto.

Questo è il peso simbolico che ogni battaglia per Khiam porta con sé. Non è solo una posizione tattica da conquistare o difendere. È un luogo carico di memoria, e in Medio Oriente la memoria dei luoghi pesa quanto il terreno.

La guerra che non si chiude

L’attuale ripresa delle ostilità nel sud del Libano — scatenata dall’uccisione di Khamenei e dalla conseguente spirale di rappresaglie — ha portato le forze israeliane a ridosso di Khiam con una velocità che, nei primi giorni, sembrava smentire la regola storica. Eppure la regola si è ripresentata, come sempre fa: le forze israeliane si sono avvicinate alla città, si sono scontrate con i combattenti di Hezbollah, non hanno ottenuto il controllo completo. I residenti fuggiti a Beirut raccontano di scontri urbani che continuano, di una città contesa che non si arrende.

È la topografia che spiega, almeno in parte, questa resistenza. Khiam è costruita su una collina, con vicoli stretti, edifici antichi, terreno irregolare che annulla il vantaggio della potenza di fuoco convenzionale e trasforma ogni avanzata in una guerra di prossimità. È il tipo di combattimento in cui la difesa ha quasi sempre il vantaggio sull’attacco, perché chi difende conosce ogni metro del terreno e chi attacca deve conquistarlo palmo a palmo, esposto a fuoco che arriva da ogni direzione.

Ma c’è anche qualcosa di più profondo della topografia militare. C’è quella che un sociologo chiamerebbe la mobilitazione del territorio: la capacità di una comunità di trasformare il proprio ambiente fisico in risorsa difensiva, di usare la complessità del paesaggio non solo come ostacolo fisico ma come sistema di rifornimento, comunicazione, riparo. La Valle della Bekaa a est, le strade verso l’interno, i villaggi che si passano informazioni di generazione in generazione — è una rete che nessuna immagine satellitare cattura interamente, perché vive soprattutto nelle relazioni tra le persone e tra le persone e la terra.

Il limite dell’occupazione

La storia insegna che prendere il Libano è possibile. Tenerlo è impossibile. L’occupazione israeliana del 1982-2000 aveva obiettivi inizialmente ambiziosi — eliminare l’OLP, installare un governo amico, creare una zona cuscinetto permanente. Diciotto anni dopo, Israele si ritirò senza aver raggiunto nessuno di questi obiettivi, lasciando sul campo migliaia di soldati morti e una resistenza — Hezbollah — molto più forte e radicata di quanto non fosse al momento dell’invasione.

La logica che aveva mosso quell’occupazione era quella di chi crede che la forza militare possa risolvere ciò che è essenzialmente un problema politico e sociale. Il Libano meridionale sciita non era nemico di Israele per ragioni astratte o ideologiche: era diventato il teatro di uno scontro in cui le popolazioni civili pagavano il prezzo più alto, e quella condizione produceva — inevitabilmente, prevedibilmente — la radicalizzazione di coloro che la subivano. Ogni villaggio bombardato, ogni famiglia sfollata, ogni Khiam costruita su ogni collina diventava un mattone nella struttura della resistenza.

Oggi quella dinamica rischia di ripetersi. L’escalation attuale porta in sé tutti gli elementi strutturali che hanno prodotto i cicli precedenti: una forza militare tecnologicamente superiore che cerca soluzioni definitive a un problema che non ha soluzioni definitive; una popolazione civile costretta a scegliere tra la fedeltà alla propria casa e la propria sopravvivenza fisica; una resistenza armata che, indipendentemente da qualsiasi giudizio sulla sua natura politica o ideologica, trova nel territorio e nella comunità il proprio humus inesauribile.

La voce di Mohammad Hassan

“Non vogliamo perdere le nostre case, le nostre proprietà. Non possiamo accettare una nuova occupazione del sud.” Ventotto anni, fuggito da Khiam nei giorni del nuovo assalto, Mohammad Hassan dice in una frase ciò che la storia del Libano meridionale dice da decenni. Non è un proclama ideologico. Non è la retorica della resistenza armata. È la voce di un uomo che ha una casa e non vuole perderla, che ha un passato in una città e non vuole che quel passato gli venga tolto.

Quella voce è la voce dei Fenici — non nel senso romantico e retorico in cui i nazionalisti libanesi invocano i propri antenati commercianti, ma nel senso materiale e concreto di una civiltà che ha imparato, sulla propria pelle per millenni, che la sopravvivenza si costruisce nel radicamento al territorio, nella rete delle relazioni, nella capacità di riorganizzarsi dopo ogni devastazione.

Le colline del Libano meridionale hanno visto passare eserciti di ogni epoca. Hanno visto costruire e abbattere fortezze, installare prigioni e liberarle, bruciare villaggi e ricostruirli. Hanno visto la gloria effimera di ogni conquista e la testardaggine millenaria di chi resta — o torna — perché non ha altro posto dove andare.

Khiam è ancora contesa. Come lo è sempre stata. Come probabilmente lo sarà ancora. Non perché la resistenza sia invincibile in senso militare — nessuna resistenza lo è, alla lunga, contro un avversario abbastanza determinato da pagarne il prezzo. Ma perché il prezzo di tenere quella collina, di tenere quel paese, si è dimostrato in ogni epoca superiore a ciò che qualsiasi occupante era disposto a pagare indefinitamente.

La collina aspetta. La storia, per chi sa leggerla, l’ha già scritta.