La Turchia rilancia il boicottaggio e accusa l’Occidente

Dal ponte di Galata una delle più grandi manifestazioni filopalestinesi degli ultimi mesi. Interventi di Bilal Erdoğan e di ministri del governo. Forte critica alle istituzioni internazionali e appello alla mobilitazione civile.

Istanbul – Il primo giorno del 2026 si è aperto in Turchia con una imponente manifestazione di solidarietà al popolo palestinese. Centinaia di migliaia di persone hanno attraversato Istanbul convergendo sul ponte di Galata, al termine di una marcia partita dalle principali moschee della città dopo la preghiera dell’alba.

La mobilitazione, promossa dall’Alleanza dell’Umanità e dalla Piattaforma della Volontà Nazionale, ha coinvolto oltre 400 organizzazioni della società civile, in quella che è stata definita la terza grande marcia nazionale per Gaza dall’inizio del conflitto. Lo slogan scelto – «Non tacciamo, non dimentichiamo la Palestina» – ha scandito l’intera giornata.

Il discorso di Bilal Erdoğan

A prendere la parola dal palco allestito sul ponte è stato Bilal Erdoğan, presidente della Science Dissemination Foundation e figura di primo piano del mondo associativo vicino all’AKP. Nel suo intervento ha definito quanto avvenuto a Gaza non come un conflitto armato tradizionale, ma come una crisi umanitaria sistemica, denunciando la distruzione delle infrastrutture civili e il blocco degli aiuti umanitari.

Erdoğan ha parlato di una “frattura morale dell’ordine internazionale”, accusando le istituzioni multilaterali di incapacità nel far rispettare il diritto umanitario e le Convenzioni di Ginevra. Al centro del suo discorso anche un rinnovato appello al boicottaggio economico, presentato come strumento di pressione non violenta:

«Il boicottaggio – ha affermato – è una responsabilità individuale e collettiva. È il modo con cui diciamo: non siamo complici dell’ingiustizia».

Il ruolo del governo turco

Alla manifestazione hanno partecipato anche diversi esponenti del governo. Il ministro della Giustizia Yılmaz Tunç ha sottolineato come la questione palestinese non sia un’emergenza recente, ma una ferita aperta da oltre un secolo, denunciando il mancato rispetto delle decisioni della Corte internazionale di giustizia e l’inerzia della comunità internazionale.

Tunç ha ribadito che Ankara continuerà a sostenere la causa palestinese sul piano diplomatico e umanitario, presentando la Turchia come voce critica nei confronti delle potenze occidentali, accusate di sostenere Israele senza esercitare una reale pressione per la protezione dei civili.

Sulla stessa linea anche il ministro del Commercio Ömer Bolat, che ha richiamato il costo umano del conflitto e la necessità di una ricostruzione futura di Gaza sostenuta da meccanismi di responsabilità internazionale.

Religione, politica e piazza

La marcia ha avuto una forte connotazione religiosa: migliaia di partecipanti hanno sfilato con bandiere turche e palestinesi, kefiah al collo, invocazioni corali e riferimenti espliciti a Gerusalemme e alla moschea di al-Aqsa. Il punto di partenza dalle moschee – tra cui Santa Sofia, Süleymaniye e Sultanahmet – ha confermato il ruolo centrale dell’islam pubblico nella mobilitazione.

Allo stesso tempo, la presenza massiccia di associazioni civili e la partecipazione trasversale – giovani, famiglie, anziani – indicano una salda convergenza tra dimensione religiosa, identità nazionale e agenda politica.

Una sfida aperta per il 2026

Gli organizzatori hanno presentato la marcia come un segnale per il nuovo anno, promettendo ulteriori iniziative in Turchia e all’estero. Il messaggio lanciato da Istanbul si inserisce in un quadro internazionale sempre più polarizzato, in cui il conflitto israelo-palestinese continua a dividere governi, opinione pubblica e comunità religiose.

Per Ankara, Gaza resta un dossier identitario e strategico, sul quale la leadership turca intende continuare a esercitare un ruolo di pressione morale e politica. Resta aperta la domanda su quanto questa mobilitazione potrà tradursi in risultati concreti sul piano diplomatico e umanitario, in un contesto segnato da equilibri regionali fragili e da un diritto internazionale sempre più contestato.