Delcy Rodriguez paga il prezzo del potere concessole. Amnistia come gesto simbolico e petrolio come tributo alle lobby americane
La riforma venezuelana degli idrocarburi — applaudita all’unanimità in Assemblea e presentata come continuità bolivariana — segna invece una discontinuità radicale: istituzionalizza l’ingresso diretto dei privati, riduce il perimetro dello Stato e apre a strumenti (royalties modulabili, incentivi, arbitrati internazionali) che riscrivono, in silenzio, l’alfabeto politico di Hugo Chávez. Ma la domanda vera è un’altra: quando la sopravvivenza di un regime passa per l’“affidabilità” verso capitali e potenze esterne, che cosa resta del sovranismo?
C’è un modo particolarmente crudele con cui finiscono le rivoluzioni: non con la sconfitta militare, non con l’assalto al palazzo d’inverno, ma con un voto tecnicamente impeccabile, persino unanime, che cambia le regole del motore economico e lascia intatta la retorica. È l’impressione che restituisce la riforma della legge sugli idrocarburi approvata a Caracas: un atto che, più che “riformare”, normalizza una transizione già avvenuta nella prassi, trasformandola in ordinamento. E quando l’ordinamento cambia, la memoria — anche quella più sacralizzata — diventa un paravento.
Il punto simbolico è immediato: la “sovranità petrolifera” era stata, per Chávez, non soltanto un capitolo di politica industriale, ma un’architettura morale dello Stato. Il petrolio non era una merce come le altre: era la prova generale dell’indipendenza nazionale, il pilastro materiale di una promessa sociale e geopolitica. Per questo la formula delle imprese miste e del controllo pubblico aveva un valore che andava oltre l’economia: diceva chi comanda, chi decide, chi incassa, chi redistribuisce.
Ora la riforma capovolge la direzione di marcia: consente ai privati di operare direttamente nella produzione e nella commercializzazione, istituzionalizzando quello che viene descritto come “modello Chevron”; introduce la possibilità di abbassare le royalties (pur mantenendo un’aliquota base) fino al 20% o al 15% per rendere “bancabili” investimenti che, altrimenti, non lo sarebbero; amplia le agevolazioni e incorpora meccanismi di arbitrato internazionale nelle dispute tra Stato e transnazionali; soprattutto, rende strutturale una discrezionalità dell’esecutivo che può ridurre la partecipazione statale senza passaggi parlamentari stringenti.
Se questa fosse solo una pagina di diritto minerario comparato, potremmo archiviarla come l’ennesimo tentativo, latinoamericano e non solo, di “attrarre investimenti” quando le finanze pubbliche sono asfittiche e l’infrastruttura energetica invecchiata. Ma qui l’operazione è più profonda, perché tocca il nervo identitario del chavismo: la promessa di un’economia liberata dalla tutela esterna. È difficile non vedere, dietro il lessico della modernizzazione, una resa concettuale: lo Stato si dichiara troppo debole per reggere l’intero ciclo del petrolio e chiede al capitale privato di fare ciò che il potere politico non riesce più a garantire.
Eppure il paradosso più istruttivo non sta nel passaggio “dal pubblico al privato”, bensì nel modo in cui questa scelta viene giustificata: come atto di sovranità. È un classico della politica contemporanea: quando la sovranità diventa fragile, la si invoca più spesso. Si tratta di una sovranità performativa — pronunciata, non necessariamente posseduta. Ed è qui che la vicenda venezuelana si intreccia con un fenomeno più vasto, che attraversa molte destre e molti sovranismi: la sovranità come linguaggio, non come capacità. Se il prezzo della sopravvivenza è un regime di eccezione economica permanente, allora la rivoluzione si conserva come stile, mentre la sostanza scivola verso una “governance” compatibile con i grandi attori del mercato globale.
Non è un caso che, sullo sfondo, ritorni l’idea di vincoli esterni e di “conti” controllati da terzi: in queste settimane, il dossier venezuelano è stato accompagnato da una pressione statunitense esplicita sul controllo dei flussi e sulla tracciabilità delle entrate petrolifere. In altre parole: ciò che si compra con l’apertura ai privati non è solo tecnologia o capacità estrattiva; si compra una legittimità internazionale condizionata. E la legittimità condizionata è, per definizione, un pezzo di sovranità ceduto in pegno.
Qui la storia venezuelana diventa anche lezione di teoria politica: una rivoluzione può sopravvivere a lungo alla propria economia, ma non può sopravvivere indefinitamente alla trasformazione del proprio “principio di realtà”. Quando il potere nasce come promessa di emancipazione e finisce per dipendere da garanzie offerte a soggetti esterni (investitori, mediatori, potenze), la narrazione cambia funzione: non è più fondazione, è anestesia. Da strumento di mobilitazione diventa strumento di stabilizzazione.
C’è poi un altro dettaglio, meno spettacolare ma decisivo: la legalizzazione dell’eccezione. Negli anni recenti, Caracas aveva già sperimentato, in forme diverse, una flessibilità “di necessità”, anche attraverso cornici normative emergenziali pensate per aggirare vincoli e sanzioni. La Ley Antibloqueo del 2020 — varata per fronteggiare la stretta internazionale e consentire nuovi margini operativi — è stata uno dei dispositivi chiave di questo slittamento: più potere all’esecutivo, più opacità negoziale, più spazio per accordi e ristrutturazioni con partner esterni. La riforma degli idrocarburi, oggi, sembra fare un passo ulteriore: non si limita a tollerare l’eccezione, la incorpora come normalità.
Ma allora, che cosa significa dire che “Caracas seppellisce Chávez”? Non significa, banalmente, che “vince il neoliberismo” o che “tornano le multinazionali”. Significa qualcosa di più sottile: che il chavismo, per continuare a governare, deve rinunciare al suo criterio fondativo — la capacità dello Stato di essere il soggetto sovrano dell’economia strategica — e sostituirlo con un criterio diverso: la capacità dello Stato di essere un regolatore affidabile per interessi privati. È un cambio di ontologia politica.
E qui si innesta la questione decisiva per qualunque lettore europeo: l’idea che “i sovranisti si aiutano” non vale solo nelle alleanze elettorali o nelle convergenze culturali. Vale anche nella forma più concreta e meno confessabile: la gestione dei corpi e dei flussi (migrazioni, deportazioni, detenzioni) e la gestione delle rendite strategiche (energia, infrastrutture, rotte). Quando un potere si dice sovrano ma dipende da un altro potere per vendere, esportare, incassare o far transitare, la sovranità si riduce a simbolo. E i simboli — lo sappiamo bene — possono essere potentissimi; ma non pagano stipendi, non riparano raffinerie, non sostituiscono investimenti, non ricostruiscono Stato.
In conclusione: la riforma venezuelana non è solo una pagina di politica energetica. È un test di verità su un’epoca in cui l’ideologia della sovranità convive, quasi sempre, con una pratica di dipendenza negoziata. E quando la dipendenza negoziata diventa legge, non resta che una domanda, asciutta e impietosa: di chi è davvero quel petrolio, se il suo destino non lo decide più — in ultima istanza — la comunità politica che lo possiede?
