Maduro processato negli USA. Corsa alla successione in Venezuela.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore — e inquietante — nel modo in cui Donald Trump ha raccontato l’operazione che, dopo bombardamenti su basi e installazioni militari, avrebbe portato alla cattura di Nicolás Maduro e al suo trasferimento a New York per affrontare accuse penali. Non solo l’annuncio in stile “breaking” su piattaforma personale; non solo la scenografia da thriller (la nave da guerra, l’immagine del prigioniero, l’enfasi sulle forze speciali). Ma soprattutto una frase: “gestiremo il Paese” finché non ci sarà una transizione “corretta”. E, quasi senza soluzione di continuità, l’altra frase-chiave: non costerà nulla, perché “le compagnie petrolifere americane” ricostruiranno l’infrastruttura energetica venezuelana. In un colpo solo: dottrina, metodo, motivo.  

È qui che la retorica della “guerra alla droga” smette di essere (anche solo formalmente) una cornice di sicurezza e diventa la grammatica di un’egemonia che non si vergogna più di nominarsi. Il narco-Stato, il terrorismo, le imbarcazioni colpite in mare, il blocco di petroliere: tutto suona come un rosario laico recitato per ottenere l’assoluzione preventiva dell’opinione pubblica. Ma quando l’obiettivo dichiarato diventa amministrare un paese sovrano — e quando l’argomento centrale torna a essere il petrolio — la maschera cade: non siamo davanti a un’operazione di polizia internazionale, siamo davanti a una pedagogia della potenza.  

Il punto, per una sinistra che non voglia ridursi a tifoseria geopolitica, non è trasformare Maduro in un santo laico. La storia venezuelana recente è piena di contraddizioni, repressioni, corruzioni, gestione opaca del potere. Ma c’è un’altra domanda, più scomoda: chi ha il diritto di destituire un capo di Stato con un’azione militare e poi rivendicare la tutela del Paese? Perché il linguaggio della “transizione” è sempre seducente: promette ordine dopo il caos, istituzioni dopo l’arbitrio, futuro dopo il pantano. Eppure, troppe volte nella storia contemporanea, “transizione” è stata la parola elegante per dire: commissariamento.

Qui si innesta un dettaglio non secondario: le stesse cronache americane sottolineano l’incertezza su ciò che viene dopo, la vaghezza di quel “gruppo” che dovrebbe governare Caracas, e l’assenza di contorni chiari su “stivali a terra”.  E tuttavia, sul piano costituzionale venezuelano, una linea esiste: in caso di “assenza assoluta” del Presidente durante i primi quattro anni del mandato, la vicepresidenza esecutiva assume ad interim e vanno indette elezioni entro 30 giorni (con formule e passaggi precisati dagli articoli 233 e 234).  Ma proprio questa chiarezza formale rischia di diventare un pretesto per l’ambiguità reale: chi decide se l’assenza è “assoluta”? chi garantisce elezioni libere in un Paese appena colpito militarmente? chi controlla l’ordine pubblico? e soprattutto: quanto pesa, in quel processo, la mano di chi si è già attribuito il diritto di “gestire” tutto?

I nomi che circolano come possibili sostituti sono, in realtà, la mappa di un labirinto. C’è la vicepresidente Delcy Rodríguez, descritta come figura relativamente “moderata” e architetta di una stabilizzazione economica, ma politicamente esposta perché associata al potere che crolla. C’è Diosdado Cabello, uomo dell’apparato securitario, duro, potenzialmente capace di serrare i ranghi ma anche di incendiare il dopo. C’è Jorge Rodríguez, operatore istituzionale e stratega; e c’è il generale Vladimir Padrino López, snodo inevitabile perché in Venezuela — come in molti Stati segnati da lunga crisi — l’esercito è spesso la vera dogana della politica. Sul fronte opposto, l’opposizione presenta la coppia asimmetrica: María Corina Machado, carismatica e radicale (premiata anche simbolicamente dal circuito internazionale), ed Edmundo González, con una rivendicazione più “legale” ma meno potere effettivo.  

Ora, il problema non è scegliere “il meno peggio” in un elenco. Il problema è un altro: una transizione imposta dall’esterno tende a selezionare i leader più compatibili con l’agenda dell’esterno, non con la ricostruzione morale e civile del Paese. E quando, nel discorso del vincitore, il petrolio appare come garanzia che “non costerà nulla”, il sospetto diventa quasi un sillogismo: la sovranità venezuelana è trattata come caparra energetica, la democrazia come copertura narrativa, il popolo come comparsa.  

Da cattolici, non serve idealizzare Maduro per vedere il punto cieco dell’operazione. La dottrina sociale della Chiesa insiste su due nervi: la dignità delle persone e l’ordine giuridico come argine all’arbitrio. Quando la forza si sostituisce al diritto, anche in nome di cause apparentemente “buone”, la logica che si installa è quella del più forte. E una volta installata, non resta confinata “là”: torna sempre “qui”, in forme nuove.

Caracas, oggi, non è solo una capitale sotto shock. È uno specchio: ci riflette un’idea di mondo in cui la politica diventa raid, la giustizia diventa estrazione, e la parola “transizione” rischia di significare semplicemente amministrazione del bottino. Se davvero si vuole una rinascita venezuelana, essa non può nascere dal telecomando di Mar-a-Lago né dalla contabilità dei barili. Può nascere solo da un processo verificabile, legittimo, e — per quanto possibile — sottratto all’umiliazione di un Paese “in custodia”.