Lead:Antonio Tajani annuncia che l’Italia siederà al Board of Peace voluto da Trump “da osservatore”, come la Commissione Ue, perché lo Statuto (articolo 9) sarebbe in contrasto con la Costituzione. Ma l’escamotage sa di furbata: se il progetto è serio, si negozia tra Stati con responsabilità e mandato; se non lo è, si resta fuori. La formula “ci sono anch’io, però non conto” è il peggio dei mondi.  

C’è una categoria tutta italiana che, più che diplomazia, sembra arte del galleggiamento: partecipare senza partecipare. Stare nel quadro senza pagare il prezzo del quadro. Rivendicare “protagonismo” scegliendo il ruolo più comodo: l’osservatore.

È esattamente la postura rivendicata dal ministro degli Esteri: Italia invitata al Board of Peace per Gaza, presente “come osservatore” — “come la Commissione europea” — ma non come membro, perché lo Statuto (si cita l’articolo 9) entrerebbe in collisione con la Costituzione.  

Traduzione: andiamo a Washington, ci facciamo vedere, prendiamo nota, e poi — se va bene — diremo che “abbiamo contribuito”; se va male, diremo che “non eravamo parte”. È la logica dell’ombrello: serve sempre, a prescindere dal tempo.

Il problema è che Gaza non è un convegno e la ricostruzione non è una passerella. Un board che pretende di “mettere ordine” nel dopoguerra, nella sicurezza e nei fondi non è un club dove si entra con il pass “visitor”: è un tavolo politico dove si decide chi comanda, chi paga, chi controlla, chi garantisce e chi risponde. E qui sta l’indecenza: si tratta con gli Stati, con mandati chiari e responsabilità pubbliche, non con un format in cui si sta dentro solo per dire “ci sono anche io”.

Se il progetto è buono, ci sono due strade dignitose:

  1. Entrarci da parte attiva, pretendendo statuto compatibile e governance trasparente (e quindi negoziando davvero, non facendo presenza).
  2. Restarne fuori, motivando con chiarezza politica e giuridica, e costruendo un’alternativa europea/ONU o un canale bilaterale serio.

Tutto il resto è fumo: l’osservatore è l’ennesima invenzione italiana per “salvare capra e cavoli”, ma a forza di salvare tutto, si finisce per non contare nulla.

E infatti il contesto internazionale non aiuta l’autoassoluzione: la Commissione Ue stessa ha confermato che parteciperà come osservatore, non come membro, rivendicando continuità con l’impegno sul cessate il fuoco e la ricostruzione.  

Il cancelliere tedesco Merz, invece, manda un segnale opposto: non va a Washington, e in precedenza aveva già messo per iscritto il punto politico-giuridico — “governance structures” non accettabili in quella forma — che suona molto meno “furbo” e molto più “statuale”.  

L’Italia, invece, sceglie la terza via: essere dentro senza incidere, e contemporaneamente rivendicare di “aver già dato molto” e di essere pronta a formare forze di polizia e ad aumentare la presenza dei carabinieri a Rafah.  

Ma qui la domanda è brutale e inevitabile: se ci metti uomini, competenze, reputazione e denaro, perché ti auto-condanni al ruolo di spettatore? O conti, o non conti. Non esiste “contare moralmente” e “non contare giuridicamente” quando si scrivono architetture di potere sul terreno.

C’è anche un’altra stortura, più sottile: lo status di osservatore diventa copertura narrativa. Serve a dire, in patria, che “siamo protagonisti”; serve a dire, fuori, che “non siamo responsabili”. È la diplomazia delle frasi ben temperate: nessuno può accusarti di aver firmato, nessuno può ringraziarti per aver deciso. Ed è proprio questo che la rende una furbata indecente: neutralizza la responsabilità mentre simula presenza.

L’Italia non è la Santa Sede — come dici tu, giustamente. Non può permettersi di stare “sopra” o “a lato” per ragioni morali. Uno Stato medio-grande dell’UE, con interessi diretti nel Mediterraneo, può scegliere di essere potenza politica solo in un modo: prendendosi il rischio della posizione. Altrimenti resta un figurante: utile per la foto, irrilevante per la pagina di storia.

Domani Tajani riferirà in Parlamento.  

Sarebbe il momento di una frase semplice, finalmente adulta: l’osservatore non è protagonismo; è al massimo un alibi. Se il Board è serio, l’Italia pretenda le condizioni per essere parte. Se non lo è, abbia il coraggio di dirlo e costruisca un’altra strada. Tutto il resto è l’ennesimo “ci sono anch’io” che non sposta nulla — tranne la reputazione del Paese, un millimetro più in basso.