La prima novella del Decameron è, a suo modo, una radiografia ecclesiale. Giovanni Boccaccio mette in scena Ser Ciappelletto, uomo di menzogna, che in punto di morte si confeziona una santità di carta: confessione impeccabile, lacrime al momento giusto, peccati minuscoli al posto di colpe reali, una coscienza “pura” recitata come una parte. Il frate – santo davvero nell’intenzione, disarmato nella prudenza – gli crede. Il popolo, assetato di segni, lo acclama. Nasce un culto. È una pagina che brucia perché non prende in giro la fede, ma la sua vulnerabilità: mostra quanto facilmente il sacro possa essere usato da chi sa maneggiare il linguaggio religioso, quanto rapidamente una comunità possa confondere la grazia con la retorica, la conversione con la performance.
La tentazione è antica e attualissima: fabbricare santi prima ancora che lo Spirito li generi; santificare un’immagine invece che discernere una vita; inchinarsi davanti a un racconto ben costruito più che davanti alla verità paziente dei fatti. Oggi, nell’epoca dell’identità “narrata”, la santità può diventare un prodotto: si crea un personaggio, si ripete una storia, si coltiva un’aura. La devozione – che è cosa santa quando è popolare, umile, cristologica – rischia di trasformarsi in consenso. E il consenso, quando si lega a un leader carismatico senza contrappesi, può diventare una forma di incenso che intossica.
È qui che il “caso Ciappelletto” smette di essere letteratura e diventa parabola pastorale per la Chiesa di oggi, specialmente là dove fioriscono figure di guida – predicatori, animatori, fondatori – capaci di attrarre, commuovere, radunare. Il carisma è dono; ma il carisma, se non è ecclesiale, diventa facilmente proprietà privata. E un fondatore, quando comincia a credersi “indispensabile”, corre un rischio tipicamente spirituale: scivolare dall’obbedienza alla auto-narrazione, dalla missione alla auto-legittimazione, dalla paternità alla dipendenza.
Il tratto più insidioso dei “finti santi” contemporanei non è quasi mai la bestemmia esplicita. È la somiglianza: parole giuste, devozioni corrette, gesti edificanti. La maschera non ha bisogno di negare Dio; spesso gli basta usarlo. E quando il linguaggio della fede diventa scudo per sottrarsi a domande, controlli, verifiche, allora siamo già entrati nel territorio di Ciappelletto: non quello della santità, ma quello della sua imitazione teatrale. Si riconosce da segnali sottili e ripetuti: il culto della personalità, la demonizzazione di chi pone questioni, la richiesta di fedeltà non alla Chiesa ma alla persona, la confusione tra coscienza e obbedienza, il disprezzo delle mediazioni ecclesiali, l’idea che “il fine” – il bene che si fa, i numeri, l’entusiasmo – possa giustificare qualsiasi mezzo.
Boccaccio, con un colpo di genio, fa vedere anche un’altra cosa: il popolo non è colpevole quando cerca il sacro. È affamato. E spesso ha ragione ad avere fame: perché la santità vera è ciò che più manca quando la fede diventa pratica stanca. Per questo la risposta non può essere il sarcasmo né il sospetto generalizzato. La risposta è più esigente:discernimento e purificazione, senza spegnere la pietà. La Chiesa non deve umiliare i semplici, ma proteggerli. Non deve disprezzare il desiderio di segni, ma educarlo. Non deve tagliare l’erba della devozione, ma estirpare la zizzania dell’uso strumentale.
E allora la domanda non è: “Come evitare di essere ingannati?”. È più profonda: che cosa rende un carisma credibile?Rende credibile ciò che è evangelico: la trasparenza, la comunione, la povertà reale, la capacità di rendere conto, il gusto del nascondimento, l’assenza di teatralità, la serenità davanti alle verifiche, l’umiltà che non ha bisogno di essere applaudita. La santità vera non teme la luce. Non ha paura dei processi ordinari della Chiesa. Non costruisce enclave. Non pretende immunità. Non chiede di essere creduta sulla parola: accetta di essere vagliata nei frutti, nel tempo, nella pace che genera.
C’è, infine, una lezione ecclesiologica decisiva: la Chiesa non si salva con l’infallibilità dei suoi attori, ma con la fedeltà del suo Signore. Questo non scusa gli abusi, ma impedisce lo scandalo disperato. Anche quando una comunità sbaglia bersaglio e scambia un volto per un santo, Dio non smette di essere Dio. Proprio per questo, però, la responsabilità dei pastori è grande: non perché debbano essere poliziotti del sacro, ma perché sono custodi della libertà dei piccoli. E la responsabilità delle comunità è adulta: non consegnare la propria coscienza a nessun “salvatore”, non confondere il carisma con il potere, non trasformare la fede in tifoseria.
“San Ciappelletto” resta, alla fine, uno specchio: ci dice che una santità recitata può trionfare per un momento, se trova un pubblico affamato e un contesto poco vigile. Ma ci dice anche che la santità vera – quella che non si fabbrica – è riconoscibile perché non si impone, non seduce, non domina: serve. E quando serve, non chiede adorazione. Chiede solo che il Vangelo sia creduto, vissuto, custodito. In un tempo in cui alcuni “fondatori” rischiano di essere più mitologia che paternità, la Chiesa ha bisogno di meno “icone” e di più verità; di meno incenso umano e di più luce evangelica. E questa, finalmente, è una beatitudine.

Alle volte si fabbricano dei santi che per la fede della gente possono anche apparire dei taumaturghi ma che in realtà si sono fatti belli con la coda del pavone.