C’è un riflesso condizionato, nella cultura occidentale, che si attiva con la precisione di un meccanismo: quando la Chiesa cade, il mondo si sente assolto. Quando il sacerdote è colpevole, l’epoca si proclama innocente. È un automatismo comprensibile — perché lo scandalo ecclesiale ferisce la promessa — ma anche pericoloso: perché rischia di trasformare la giusta indignazione in una comoda distrazione.
Il caso Spotlight appartiene a questa zona di verità brucianti: nel gennaio 2002 il Boston Globe aprì la breccia definitiva sul sistema di coperture nell’arcidiocesi di Boston, mostrando come l’abuso fosse stato tollerato, spostato, nascosto, “gestito”. Quel lavoro non inventò il male: lo rese visibile. E la visibilità, nella storia, è già una forma di giudizio.
Da allora, una parte del dibattito cattolico ha coltivato un sospetto: che l’esplosione mediatica, pur basata su dossier reali, sia stata “spinta fuori” al momento opportuno come una vendetta politica — fino a leggere Spotlight come una mossa dell’amministrazione Bush contro Giovanni Paolo II, colpevole di essersi opposto alla guerra in Iraq. Qui la coscienza del giornalista deve essere più esigente della foga del polemista. Perché le due cose possono convivere solo a prezzo di una distinzione netta: i dossier esistevano davvero (e non da ieri), ma l’idea di una regia governativa che li abbia “liberati” come ritorsione non trova, nei riscontri pubblici solidi, un fondamento probatorio comparabile alla massa di prove che sostengono l’inchiesta stessa. E c’è anche una difficoltà di cronologia: Spotlight esplode nel 2002, mentre l’opposizione più intensa e strutturata della Santa Sede alla guerra in Iraq si colloca nel 2003, con appelli e iniziative diplomatiche ripetute di Giovanni Paolo II.
Ma sarebbe un errore speculare liquidare quel sospetto come semplice paranoia. Esiste un punto vero, più profondo, che vale per Spotlight e vale, oggi, per l’affaire Epstein: le verità possono essere usate. Il fatto che una rivelazione sia vera non impedisce che venga impiegata selettivamente, amplificata strategicamente, fatta diventare un’arma nel tempo politico opportuno. La storia non è un’aula universitaria: è una lotta di poteri. E i poteri, quando fiutano una crepa, non la riparano: la allargano.
Qui entra il secondo livello della questione: la reazione della Chiesa. Perché sì, la Chiesa è stata depotenziata, ferita, umiliata; ma non è stata solo travolta. Ha dovuto — finalmente, e dolorosamente — fare ciò che il Vangelo esige: alzarsi, chiedere perdono, cambiare. In America, la stagione delle cause civili ha inciso come un bisturi: il sistema giudiziario, con la sua estensione della responsabilità anche alle istituzioni (e dunque i risarcimenti e i fallimenti pilotati), ha prosciugato risorse in modo impressionante. Le cifre delle grandi transazioni e dei fondi di compensazione mostrano un ordine di grandezza che non è più eccezione ma struttura: centinaia di milioni, e in alcuni casi oltre il miliardo, con diocesi e ordini religiosi costretti a riorganizzarsi, vendere beni, tagliare bilanci. Non sono soldi “astratti”: sono parrocchie, opere, missioni, carità che cambiano scala — e spesso soffrono.
E tuttavia, proprio questa spoliazione forzata ha generato un paradosso evangelico: una Chiesa meno potente, più povera, più vigilante. Lavoro sui seminari, criteri di selezione e accompagnamento più rigorosi, responsabilità più esplicite, cultura della prevenzione. Il percorso resta imperfetto e spesso contestato, ma un dato è difficilmente negabile: la ferita ha prodotto anticorpi. E, sotto il pontificato di papa Francesco, quella purificazione si è intrecciata con una critica pastorale e spirituale al clericalismo: l’abuso non nasce solo da una libido deviata, ma da un potere senza controllo, da una sacralità usata come scudo, da una comunità ridotta a pubblico. La Chiesa, pur colpita, ha imparato a nominare questa malattia.
E qui si innesta una domanda che oggi si impone con una forza nuova, perché un altro vaso di Pandora si è aperto davanti agli occhi del mondo: Epstein.
L’affaire Epstein è l’anti-Spotlight: non racconta il peccato di una istituzione religiosa; racconta il peccato di un’élite globale che vive di prestigio, denaro, accesso e impunità. E, come spesso accade, la pornografia del caso (il sesso, l’isola, le liste) rischia di coprire lo scandalo più grave: non l’oscenità privata, ma la ricattabilità pubblica. Quando un jetset di ricconi, politici, finanzieri, industriali — e sì, anche “puttanieri” — trasforma le persone in oggetti, e talvolta i minorenni in merce, ciò che emerge non è solo una devianza: è una cultura. Una cultura adoratrice del denaro, che sacrifica vittime sull’altare dell’impunità.
E infatti lo scandalo del sesso, per quanto infame, è quasi il “minimo sindacale” se lo si confronta con lo scandalo delle decisioni: chi determina mercati e guerre economiche, chi finanzia industrie belliche, chi muove scelte che fanno la differenza tra vita e sopravvivenza per popolazioni intere, con quale morale opera? Con quale responsabilità? In un mondo interconnesso, il battito d’ali di una farfalla può diventare uragano altrove: un investimento, una sanzione, un dazio, una speculazione, una filiera interrotta possono tradursi in fame, migrazioni, instabilità. Qui il peccato non è “privato”: è strutturale.
È per questo che la riflessione sul nesso tra potere e responsabilità non è un lusso da filosofi: è urgenza civile. “A grandi poteri, grandi responsabilità” non è solo una battuta pop: è un principio di giustizia. Un tempo le monarchie — con tutti i loro intrighi, e spesso i loro scandali — erano educavano i delfini al ruolo, li addestravano all’idea di una funzione. Oggi invece sembra che l’élite globale voglia i benefici del comando senza il peso morale della conseguenza. E quando la conseguenza arriva, l’istinto non è il ravvedimento: è la gestione del danno, l’anestesia del racconto, il rumore che confonde.
Resta allora la domanda più difficile, che rovescia la prospettiva e toglie alla Chiesa la comoda parte del “colpevole unico”: è solo la Chiesa ad avere anticorpi? O, più precisamente: il mondo del potere possiede ancora la capacità di chiamare il male per nome, di assumere responsabilità, di cambiare vita? O si limita a cambiare strategia?
La Chiesa, quando è fedele a se stessa, non è moralismo: è memoria. Ricorda che l’autorità morale, per non diventare ipocrisia, deve essere accompagnata da integrità e coerenza; e che i santi — non come statue, ma come coscienze vive — insegnano che la conversione è possibile. Ma proprio per questo la Chiesa non può permettersi due errori: pensare che ogni attacco sia solo persecuzione, e pensare che il mondo sia automaticamente migliore perché la giudica.
Forse la domanda finale è questa: mentre giustamente critichiamo la Chiesa quando tradisce il Vangelo, abbiamo il coraggio di chiedere — con la stessa severità — in mano a chi sta davvero il mondo? E soprattutto: vogliamo un mondo governato da élite ricattabili, adoratrici del denaro, capaci di ridurre le persone a oggetti, mentre a poche miglia dall’isola privata c’è chi muore di fame o sotto le bombe? O vogliamo un potere educato alla responsabilità?
Se Spotlight ha mostrato che la Chiesa può essere purificata a prezzo di lacrime e di spoliazione, l’affaire Epstein ci costringe a guardare oltre: a chiedere se anche il mondo del denaro e dei palazzi — che spesso pretende di giudicare — sia disposto a fare ciò che ha chiesto alla Chiesa: verità, giustizia, riparazione, conversione. E se non lo farà, allora la vera domanda non sarà più “dov’è l’autorità morale?”, ma: chi avrà il coraggio di esercitarla?
