Persona, trascendenza e ordine democratico
Il personalismo sociale di Luigi Stefanini è una delle più compiute elaborazioni novecentesche di un fondamento ontologico e pre-politico della democrazia. Muovendo dall’affermazione dell’essere come originariamente personale, si mette in luce come la dignità della persona preceda e condizioni ogni ordine giuridico, sottraendo il diritto tanto al formalismo procedurale quanto alle riduzioni funzionalistiche dell’individualismo e del collettivismo. La socialità viene interpretata come dimensione endogena dell’identità personale, mentre la democrazia è intesa non come mera tecnica di governo, ma come forma politica orientata alla promozione integrale della persona nella sua singolarità irripetibile. In tale prospettiva, la trascendenza, l’educazione e la mediazione istituzionale assumono un ruolo decisivo nel prevenire la sacralizzazione del potere e nel fondare una responsabilità pubblica autenticamente personalistica. Ne emerge una visione della democrazia come compito etico permanente e del diritto come strumento al servizio di una civiltà della persona, della libertà responsabile e del bene comune.
Nel panorama del personalismo europeo del Novecento, la riflessione di Luigi Stefanini si distingue per la profondità ontologica con cui affronta la questione della persona, collocandola non soltanto al centro dell’etica e della politica, ma alla radice stessa dell’essere. Il suo pensiero prende le mosse da una critica radicale tanto all’immanentismo idealistico quanto alle rigidità del realismo sostanzialistico, per giungere a una concezione dinamica e personale dell’essere, inteso come enérgeia vivente che si manifesta nell’interiorità cosciente. In questa prospettiva, l’essere non è una realtà neutra o impersonale, né un mero sostrato ontologico sul quale si innestano accidentalmente i fenomeni sociali e giuridici: esso è, originariamente e costitutivamente, personale. L’enunciato stefaniniano secondo cui “l’essere è personale” assume così un valore decisivo anche sul piano giuridico, poiché implica che ogni ordinamento normativo, per essere autenticamente legittimo, debba riconoscere nella persona non un semplice destinatario delle norme, ma il principio sorgivo della loro razionalità. La persona, lungi dall’essere riducibile a funzione dell’ordinamento o a soggetto astratto di diritti, è realtà singolare, irripetibile, dotata di una interiorità che si apre alla trascendenza e che fonda, proprio per questo, un limite invalicabile a ogni forma di potere. In Stefanini, la dignità della persona non è un attributo derivato o una concessione dell’ordine politico, bensì un dato originario che precede la legge positiva e ne condiziona la validità. Tale impostazione consente di superare tanto il formalismo giuridico quanto le derive funzionalistiche della modernità, restituendo al diritto una dimensione ontologica che lo ancora alla verità dell’umano. L’esperienza interiore dell’io, intesa come apprensione diretta dell’essere vivente in sé, diviene così il primo capitolo di una metafisica della persona che, proprio perché radicata nella concretezza dell’esperienza, si sottrae tanto all’astrazione dogmatica quanto al relativismo dissolutivo.
II. Personalismo sociale e democrazia: oltre l’individualismo e il collettivismo
Su queste basi ontologiche si innesta il personalismo sociale di Stefanini, che rappresenta uno dei tentativi più rigorosi di fondare la democrazia su presupposti pre-politici solidi e non negoziabili. La socialità, nella sua prospettiva, non è un accidente esterno alla persona, né il risultato di un contratto utilitaristico tra individui isolati, ma una dimensione endogena all’identità personale. L’uomo è, costitutivamente, essere-in-relazione: l’alterità non si aggiunge dall’esterno all’identità, ma ne costituisce la forma stessa. Da qui l’originale formula stefaniniana secondo cui quanto più la persona discende in se stessa, tanto più incontra gli altri, e quanto più si apre agli altri, tanto più approfondisce la propria interiorità. Questa antropologia dell’interpersonalità consente di superare la contrapposizione sterile tra individualismo liberale e collettivismo statalista, entrambi colpevoli di ridurre la persona a funzione di un sistema impersonale, sia esso il mercato o lo Stato. Il personalismo sociale si configura così come una “terza via” autentica, non ideologica ma assiologica, capace di fondare un ordine democratico che ponga realmente la persona come fine e mai come mezzo. In questa prospettiva, la democrazia non può ridursi a un insieme di procedure formali o a un mero meccanismo di aggregazione delle preferenze, ma deve essere compresa come forma politica orientata alla promozione integrale della persona nella sua singolarità irripetibile. Il bonum commune, lungi dall’essere un’entità astratta o una somma di interessi particolari, coincide con l’esercizio e la preservazione dei valori personali, e la legittimità delle istituzioni politiche si misura sulla loro capacità di garantire a ciascuno le condizioni concrete per lo sviluppo delle proprie capacità. In tal senso, la critica stefaniniana alla democrazia meramente formale e all’economicismo del liberalismo si rivela di sorprendente attualità, poiché anticipa la necessità di una democrazia sostanziale e sociale, capace di coniugare libertà, giustizia e responsabilità. Il rifiuto di ogni ipertrofia dello Stato e di ogni sacralizzazione del potere si accompagna, in Stefanini, a una rivalutazione della mediazione istituzionale, intesa come spazio necessario in cui la socialità personale può tradursi in ordine giuridico senza perdere il suo radicamento etico.
Trascendenza, educazione e responsabilità istituzionale
Uno degli aspetti più originali e fecondi del personalismo sociale di Stefanini risiede nel recupero del rapporto tra trascendenza, politica ed educazione, in una prospettiva che sottrae definitivamente la vita pubblica a ogni tentazione assolutizzante. La persona, in quanto essere finito ma aperto all’infinito, porta inscritta in sé una trascendenza che relativizza ogni potere terreno e ne impedisce la sacralizzazione. In questa luce, lo Stato non è mai l’Assoluto, ma una realtà derivata, fallibile e sottoposta al giudizio della coscienza personale. Tale impostazione consente di fondare una concezione della politica come servizio e del diritto come strumento di tutela e promozione della dignità, evitando tanto il totalitarismo quanto il nichilismo etico. La democrazia, intesa come forma politica eminentemente personale, si configura allora come un compito esigente e mai definitivamente compiuto, una prova storica che richiede una costante rigenerazione morale. In questo quadro, l’educazione assume un ruolo centrale e insostituibile: famiglia, scuola e istituzioni sono chiamate a cooperare nella formazione di persone capaci di partecipazione responsabile, poiché senza un ethos condiviso la democrazia si svuota e si riduce a tecnica di governo. La celebre immagine stefaniniana della società democratica come corpo vivente, nel quale per ogni persona passa l’intera comunità, restituisce con forza l’idea di una compenetrazione organica tra singolarità e totalità, lontana tanto dall’assorbimento quanto dall’isolamento. In tal senso, il personalismo sociale di Stefanini offre ancora oggi risorse teoriche decisive per ripensare i fondamenti della convivenza democratica, indicando nella persona il criterio ultimo di giudizio delle leggi, delle istituzioni e delle politiche pubbliche. Ne emerge una visione alta del diritto e della politica, nella quale la dignità personale non è un ornamento retorico, ma il principio ordinatore di una civiltà che riconosce nella libertà responsabile e nella relazione solidale il cuore stesso dell’umano.
