Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha incontrato a Roma il clero per approfondire i fatti che riguardano la Terra Santa

C’è un punto, nelle crisi lunghe, in cui le parole più difficili da pronunciare non sono quelle che denunciano l’ingiustizia, ma quelle che riconoscono la frattura. Non per arrendersi, bensì per smettere di illudersi. Se la Terra Santa è stata spesso raccontata come un nodo della storia e delle fedi, oggi somiglia piuttosto a una relazione spezzata: non una disputa da negoziare a freddo, ma una ferita che ha cambiato il modo stesso in cui i due popoli si guardano. È questo il realismo del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, quando parla di un futuro che non si lascia vedere “a breve termine”: non perché manchino le formule diplomatiche, ma perché manca, prima ancora, la grammatica umana dell’ascolto.

Dopo il 7 ottobre e la guerra che ne è seguita, i parametri abituali – quelli con cui la regione ha imparato, dolorosamente, a convivere – non funzionano più. Non è un dettaglio tecnico: è l’indice di una rottura antropologica. Quando si rompe la relazione, non basta più contare le tregue, elencare i piani, invocare i “processi”. Le tregue diventano parentesi, i piani diventano mappe senza strada, i processi diventano parole che non scaldano più nessuno. E a quel punto il vero rischio è che la pace venga ridotta a un’etichetta: una bandiera buona per le conferenze, troppo leggera per il terreno.

La pace, infatti, non è un concetto che vive di sola retorica. Se resta “bella” ma astratta, si trasforma nel contrario di ciò che promette: diventa uno slogan che permette a ciascuno di sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo della realtà. Qui sta l’insistenza del patriarca sulla necessità di gesti tangibili, quasi fisici, capaci di riaprire spiragli di fiducia. Perché la fiducia, come l’acqua nei deserti, non si produce con i discorsi: si custodisce con piccoli segni, e si perde in un attimo. E quando è persa, non si ricostruisce con un documento, ma con una trama di incontri, di contesti, di possibilità concrete di vedere l’altro non soltanto come minaccia.

Per questo, la questione delle leadership pesa come un macigno. Non solo quelle politiche, ma anche quelle religiose, chiamate a non fondare la propria autorevolezza sulla rabbia e sulla vendetta, diventate – da ambo le parti – moneta spendibile nel mercato del consenso. Una leadership debole, o prigioniera dell’ira, non governa la storia: ne viene governata. E allora, inevitabilmente, la narrazione scivola verso gli estremi: dove il mondo è diviso in innocenti assoluti e colpevoli assoluti, dove il dolore diventa diritto illimitato, dove l’altro è ridotto a figura. Quando la narrazione è consegnata agli estremisti, l’unico futuro disponibile è la replica del trauma.

Qui, nel mezzo, sta la minoranza cristiana. E Pizzaballa la descrive non come un ornamento della storia, ma come una presenza che deve “esserci”, restando sé stessa. È un paradosso che la Terra Santa insegna da secoli: essere minoranza non è necessariamente una sconfitta, se si ha qualcosa di essenziale da testimoniare. La forza dei cristiani in quel contesto non sta nei numeri, ma nella capacità di non diventare tribù; di non lasciarsi definire solo dall’assedio; di custodire un linguaggio diverso mentre tutto spinge a parlare in termini di nemico. È un compito spirituale, certo, ma anche civico: perché una presenza che non rinuncia all’umano può diventare, silenziosamente, un segno di unità.

E tuttavia questo “esserci” costa. La comunità cristiana si assottiglia, e non per capriccio: per paura, stanchezza, mancanza di prospettive. Se da Betlemme partono famiglie, se molti non credono più che le cose possano cambiare, non serve giudicare con facilità: ci vuole coraggio per restare, e non tutti hanno le condizioni interiori e materiali per sostenerlo. Anche a Gaza, nella parrocchia ridotta a rifugio, il bisogno non è stato soltanto di pane, acqua, medicine: è stato di cuore. È un’espressione che sembra semplice, ma dice una cosa decisiva: senza empatia, la sopravvivenza diventa pura resistenza biologica; con l’empatia, torna a essere vita umana, capace di sperare ancora. In questo senso la vicinanza della Chiesa – e del Papa – non è un gesto accessorio, ma una forma di cura: tiene in piedi il tessuto morale quando tutto invita al cinismo.

Nel frattempo, la Cisgiordania appare come un’altra ferita che si allarga: pressioni quotidiane, violenze, restrizioni, terre negate, permessi che diventano un labirinto. È la fatica umiliante dell’ordinario: non l’eccezione drammatica, ma l’erosione continua dei diritti elementari. E quando il diritto si trasforma in concessione, la società si abitua all’arbitrio. Anche qui il patriarca non indulge a semplificazioni: chi vive sul terreno sa che le parole “normalità” e “banalità” sono spesso le più crudeli, perché descrivono un’ingiustizia diventata routine.

E allora ritorna la grande domanda, quella che oggi sembra impronunciabile: due popoli, due Stati. È complicato persino pensarla, nel clima attuale. Ma proprio per questo – suggerisce Pizzaballa – occorre continuare a lavorarci: non come formula salvifica, ma come affermazione di giustizia. Dire che i palestinesi hanno diritto a sentirsi popolo e ad avere uno Stato non è un esercizio ideologico: è riconoscere che senza dignità riconosciuta non c’è pace stabile, ma soltanto gestione del conflitto. E già solo affermare questa possibilità, in un tempo di negazioni, è un atto che riapre una finestra sul domani.

Resta, in chiusura, un invito che sembra quasi controintuitivo: tornare in Terra Santa. Non per turismo religioso, ma per presenza. Il pellegrinaggio, in questo scenario, diventa un gesto ecclesiale e politico insieme: dire “noi ci siamo”, non in astratto ma con un corpo che attraversa luoghi e comunità. È anche un modo per non lasciare la Terra Santa al linguaggio dell’emergenza permanente, che anestetizza e allontana. Se tutto è emergenza, alla fine nulla tocca davvero. Tornare significa invece ridare peso alla realtà, e soprattutto a chi vi abita.

Forse il punto, oggi, è proprio questo: prima ancora delle soluzioni, bisogna ricostruire la possibilità della relazione. È un lavoro lento, quasi umile, fatto di incontri, di gesti, di leadership capaci di visione e di coraggio. La pace non nasce quando la guerra finisce; nasce quando qualcuno comincia a immaginare di nuovo l’altro come un volto e non come una funzione del proprio dolore. In quel “di nuovo” sta l’intera salita. E anche, ostinatamente, la speranza.