Il nome di Trump è presente centinaia di volte nel dossier Epstein legato a pedofilia e traffico sessuale
La nuova maxi-tranche di documenti sull’affaire Epstein – oltre tre milioni di pagine tra carte, immagini e video – riapre la ferita pubblica con una promessa e un rischio: promessa di verità istituzionale, rischio di trasformare l’archivio in una ghigliottina mediatica. Nel frastuono, un dettaglio domina la cronaca: il nome di Trump “cercabile” e ricorrente nei file. Ma una democrazia matura non si accontenta della conta dei nomi: pretende contesto, prove, e soprattutto giustizia per le vittime.
C’è un’illusione tipicamente contemporanea: credere che la verità sia un PDF, che la realtà morale stia tutta in una funzione “cerca”, che la giustizia consista nel numero di occorrenze di un nome dentro un archivio. La pubblicazione di una nuova, gigantesca tranche di materiali dell’indagine su Jeffrey Epstein – il Dipartimento di Giustizia americano parla di milioni di pagine “responsive”, migliaia di video e centinaia di migliaia di immagini – alimenta esattamente questa tentazione: sostituire l’accertamento con l’indizio, il processo con il sospetto, la prova con la viralità.
È un paradosso: la trasparenza, nata per riparare la fiducia, rischia di diventare un accelerante di sfiducia. Perché l’archivio – soprattutto quando è sterminato e parzialmente redatto – è una macchina narrativa potentissima: non racconta, suggerisce; non conclude, allude. E, in questo caso, la cronaca si è aggrappata a una formula che suona definitiva pur non dicendo quasi nulla: il presidente Trump sarebbe “menzionato centinaia di volte” nei documenti. Una frase che, presa senza cautela, produce immediatamente l’effetto politico che ogni epoca affida alla calunnia o alla propaganda: “se è scritto lì, allora è vero”. Ma un nome può comparire per mille ragioni: rubriche, contatti, calendari, catene di e-mail, note di agenti, materiale duplicato, riferimenti indiretti. La menzione non è la prova; la prova è la prova.
Qui si apre la questione più seria – e meno eccitante per il circuito mediatico. Che cosa significa, davvero, “rilasciare i file”? La comunicazione del Dipartimento di Giustizia insiste su due elementi: l’ampiezza della pubblicazione e il rigore delle redazioni per proteggere vittime, dati personali e materiale sensibile (anche perché una parte consistente del corpus comprende immagini e video che non possono circolare). È il punto decisivo: l’opinione pubblica invoca “tutto”, ma la legge e l’etica impongono un limite. La curiosità non è un diritto assoluto; la dignità delle vittime sì.
Il risultato è un equilibrio instabile: da un lato la richiesta – legittima – di capire che cosa lo Stato sapesse, quando lo sapesse, e come sia stato possibile che Epstein abbia costruito per anni una rete di abuso e di relazioni protettive; dall’altro il rischio che la pubblicazione diventi un gigantesco romanzo d’appendice in cui la sofferenza reale viene retrocessa a scenografia, mentre il vero oggetto di consumo è la lista dei potenti. È lo stesso meccanismo che ha trasformato l’affaire Epstein in una sorta di “mito civile” dell’Occidente: la prova che le élite sono corrotte, dunque che ogni istituzione è menzogna, dunque che la democrazia è un trucco. È un sillogismo seducente – e devastante.
In questa dinamica, il nome “Trump” è un detonatore perfetto. Perché oggi l’America (e non solo l’America) vive in un regime di polarizzazione in cui ogni fatto diventa immediatamente referendum. Il rilascio dei documenti, nato come atto di accountability, si trasforma in un plebiscito permanente: non “che cosa è vero?”, ma “da che parte stai?”. E così l’archivio – che dovrebbe raffreddare il conflitto con la pazienza della prova – viene usato per incendiarlo con la rapidità dell’insinuazione.
Che il problema sia politico, oltre che giudiziario, lo dice un altro dettaglio: la stessa stagione di pubblicazioni è accompagnata da nuove iniziative congressuali, tra cui la deposizione annunciata di Ghislaine Maxwell davanti alla House Oversight Committee (in forma virtuale e in sessione chiusa, secondo le anticipazioni di stampa). È un passaggio che segnala come la vicenda Epstein non sia più soltanto “un caso”, ma un campo di battaglia istituzionale: chi controlla la narrazione controlla una parte della legittimità.
A questo punto, un elzeviro non dovrebbe inseguire l’ultima indiscrezione, ma proporre una distinzione di igiene democratica.
Primo: la trasparenza è un bene pubblico solo se resta alleata del diritto. Pubblicare milioni di documenti non sostituisce il lavoro dell’accertamento; al contrario, lo rende più difficile se la società scambia la massa dei dati per certezza morale.
Secondo: la giustizia non coincide con la “smascherabilità” totale. L’ossessione per la lista – il desiderio quasi liturgico di pronunciare nomi – rischia di schiacciare ciò che conta: le strutture dell’abuso, le complicità operative, le omissioni sistemiche, i fallimenti di controllo. L’archivio serve a capire come sia stato possibile, non solo chi fosse a tavola.
Terzo: quando il discorso pubblico ruota intorno ai potenti, le vittime vengono di nuovo espropriate. E qui l’America (e l’Europa che la osserva) dovrebbe fermarsi un istante: non per moralismo, ma per pudore. La pornografia del potere – il gusto di vederlo cadere – è il gemello oscuro della pornografia che quel potere ha tollerato.
In definitiva, la frase “menzionato centinaia di volte” è una scorciatoia narrativa che rischia di divorare la sostanza. La domanda adulta non è quante volte compaia un nome, ma se lo Stato sia capace di produrre verità processuale, proteggere i vulnerabili e impedire che la giustizia diventi una guerra tra fazioni. Se la trasparenza si riduce a spettacolo, avremo più luce e meno verità; più dati e meno giustizia; più indignazione e meno riparazione.
E allora il punto – anche per chi chiede legittimamente chiarezza su ogni relazione e ogni responsabilità – è questo: l’archivio deve servire alla giustizia, non alla vendetta. Perché una democrazia non si misura dalla quantità di documenti che scarica, ma dalla qualità di verità che riesce a sostenere senza perdere l’anima.
