L’Europa si riarma spaventata da un’invasione che non verrà e si piega a un ricatto che non può essere eseguito. Putin non può permettersi l’Occidente, Trump non può permettersi di perderlo. Ma il Vecchio Continente, incapace di pensarsi come soggetto politico, preferisce pagare il conto di altrui paure piuttosto che ragionare con la propria testa.

Ci sono due grandi narrazioni che governano il dibattito europeo sulla difesa in questi mesi concitati. La prima racconta di un continente indifeso davanti a un orso russo pronto a dilagare verso ovest. La seconda descrive un’America stanca e tradita, sul punto di abbandonare alleati ingrati al loro destino. Entrambe contengono un frammento di verità. Entrambe, prese alla lettera, sono essenzialmente false. Ed è proprio questa doppia menzogna — non complotto, ma pigrizia intellettuale, emotività politica — a rendere così confusa, e così costosa, la risposta europea.

Il nemico che non c’è

Partiamo dalla Russia. Vladimir Putin ha commesso un crimine invadendo l’Ucraina: non c’è ambiguità morale possibile su questo punto. Ma un conto è il crimine, un altro è la minaccia. L’esercito russo, logorato da tre anni di guerra di logoramento contro un paese di quaranta milioni di abitanti sostenuto dall’intero Occidente, ha mostrato i propri limiti strutturali in modo impietoso: catene logistiche fragili, equipaggiamenti obsoleti, perdite umane che nessun regime può ammettere pubblicamente senza tremare. Quell’esercito non è in grado, oggi, di aprire un secondo fronte contro la Nato. Non domani, e probabilmente non nel decennio che ci separa dal 2035, l’orizzonte temporale entro cui i paesi membri si sono impegnati a spendere il cinque per cento del Pil in armamenti.

Cosa può ambire davvero Putin? Al massimo — e sarebbe già una crisi gravissima, va detto — a destabilizzare le Repubbliche baltiche, paesi con minoranze russe significative e geograficamente esposti. Ma anche lì, l’articolo 5 del Trattato Atlantico funziona esattamente come deterrente: nessuno lo ha mai messo alla prova perché nessuno vuole davvero farlo. La Russia è una potenza regionale con armi nucleari e una straordinaria capacità di proiezione narrativa. Confonderla con l’Unione Sovietica al culmine della Guerra Fredda è un errore storico che serve a molti interessi — dell’industria della difesa, dei falchi atlantisti, dei governi che cercano nemici esterni per coprire debolezze interne — ma non alla lucidità di chi deve decidere dove spendere risorse pubbliche scarse.

Il bluff dell’impero

Veniamo al secondo piano. Donald Trump minaccia di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato. Lo ha fatto in campagna elettorale, lo ha fatto da presidente, lo ha fatto mercoledì primo aprile in un’intervista al Telegraph con le sue abituali iperboli — la Nato «tigre di carta», Starmer premier di un paese «senza nemmeno una marina» — che vengono puntualmente trattate in Europa come sentenze definitive. Ma c’è una domanda che raramente si pone con la necessaria franchezza: può davvero permetterselo?

La risposta è no, e non per ragioni sentimentali o atlantiste. Per ragioni imperiali, nel senso più freddo e descrittivo del termine. Gli Stati Uniti non sono semplicemente una grande democrazia con interessi globali: sono un impero che basa la propria proiezione di potere su una rete di basi militari, accordi logistici e infrastrutture strategiche disseminate in ogni continente. In Europa quella rete è densa, radicata, insostituibile nel breve periodo. Ramstein, Aviano, Sigonella, Rota, Incirlik: non sono simboli dell’amicizia transatlantica, sono ingranaggi della macchina imperiale americana. Senza di essi, la capacità degli Stati Uniti di intervenire in Medio Oriente, di sorvegliare il Mediterraneo, di proiettare forza verso l’Indo-Pacifico si riduce drasticamente.

La Nato, in altri termini, non è un favore che l’America fa all’Europa. È uno strumento attraverso cui l’America governa l’Europa, ne orienta le scelte industriali, ne presidia i gangli strategici. Uscirne significherebbe non liberarsi di un peso, ma rinunciare a una leva. Trump può minacciarlo — e la minaccia ha un valore tattico reale, perché spinge gli europei a spendere di più in armamenti, preferibilmente americani — ma eseguirlo contraddirebbe ogni logica dell’interesse nazionale americano così come lo hanno definito, senza eccezioni ideologiche, tutti i presidenti dal 1949 ad oggi.

Ciò che Trump può fare, e fa, è altro: scegliere le sue guerre. Le guerre personali, quelle filo-israeliane, quelle che rispondono a logiche domestiche o a fedeltà elettorali, non passano per la Nato. Passano per coalizioni ad hoc, per decisioni unilaterali, per la Casa Bianca come cabina di regia di avventure che non hanno bisogno del consenso alleato. La Nato serve all’impero americano per l’Europa. Per il resto, Trump si arrangia da solo — e preferisce così.

L’Europa e la sua ombra

Tutto questo non assolve l’Europa dalla sua impreparazione. Anzi, la rende più grave, perché si tratta di un’impreparazione che non ha nemmeno la giustificazione della minaccia reale e imminente. L’Europa non si è dotata di strumenti di difesa comuni non perché non avesse i mezzi — la somma dei bilanci nazionali è ragguardevole — ma perché non ha mai voluto fare il passo politico che una difesa comune implica: cedere sovranità, costruire una catena di comando condivisa, decidere insieme chi autorizza l’uso della forza e in quale nome.

Il risultato è il catalogo di occasioni mancate che gli studiosi ormai documentano con scrupolo quasi notarile: regolamenti che producono un terzo di quanto promettono, fondi che sono prestiti da restituire con gli interessi, forze di reazione rapida che nascono in tre anni e non vengono mai impiegate, coalizioni informali che si dissolvono alla prima prova seria. E sullo sfondo, la Germania che riscrive in un mese la propria Legge Fondamentale e annuncia mille miliardi per il riarmo — mossa storicamente dirompente, comprensibile nelle intenzioni, ma che rischia di produrre ciò che si vorrebbe evitare: un continente a più velocità, con Berlino che decide da sola il passo e Roma che insegue.

Il problema, insomma, non è che l’Europa è indifesa. È che l’Europa non sa ancora — settant’anni dopo i Trattati di Roma — cosa vuole difendere, e in nome di chi vuole farlo. Un esercito senza una politica estera comune è una risposta militare a una domanda che non è mai stata politicamente posta. E spendere mille miliardi spaventati da un nemico sopravvalutato, per compiacere un alleato che fa il ricatto sapendo di non poterlo eseguire, non è una strategia. È, nella migliore delle ipotesi, una costosa forma di panico organizzato.

La pace, quella vera, si costruisce con la lucidità prima che con le armi. E la prima lucidità necessaria è guardare il nemico per quello che è — non per quello che fa comodo che sia.

Ci sono due grandi narrazioni che governano il dibattito europeo sulla difesa in questi mesi concitati. La prima racconta di un continente indifeso davanti a un orso russo pronto a dilagare verso ovest. La seconda descrive un’America stanca e tradita, sul punto di abbandonare alleati ingrati al loro destino. Entrambe contengono un frammento di verità. Entrambe, prese alla lettera, sono essenzialmente false. Ed è proprio questa doppia menzogna — non complotto, ma pigrizia intellettuale, emotività politica elevata a sistema — a rendere così confusa, e così tragicamente costosa, la risposta europea: miliardi spesi spaventati da un nemico sopravvalutato, per compiacere un alleato che fa il ricatto sapendo di non poterlo eseguire.