L’Africa nell’orbita iraniana, nell’era della nuova Guida Suprema

C’è un teatro della politica estera iraniana che sfugge quasi sempre ai riflettori: non è l’Europa con cui Teheran ha negoziato per decenni intorno al nucleare, non è la Russia che le ha fornito copertura diplomatica e ora assistenza militare nel conflitto in corso, non è la Cina dei petroldollari reindirizzati via Pechino per aggirare le sanzioni, e non è ovviamente Washington, il grande Satana attorno alla cui ostilità la Repubblica Islamica ha costruito la propria identità retorica per quasi cinquant’anni. È l’Africa. Cinquantaquattro paesi, oltre un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, un mosaico di instabilità e risorse, e una platea di voti alle Nazioni Unite che vale oro per chi è isolato sul palcoscenico internazionale.

Ora che il figlio di Ali Khamenei, Mojtaba, è stato eletto nuova Guida Suprema dall’Assemblea degli Esperti dopo l’uccisione del padre il 28 febbraio scorso, ci si interroga sulla direzione futura della politica estera di Teheran. Ma mentre il dibattito si concentra sull’immediato — lo Stretto di Hormuz, il Golfo, Israele, Trump — vale la pena alzare lo sguardo verso il continente nero, dove l’Iran ha tessuto pazientemente, negli anni, una ragnatela spesso sottovalutata.

La presenza iraniana nel continente africano si è consolidata negli ultimi due decenni attraverso una rete articolata di relazioni politiche, economiche, militari e culturali, costituendo un aspetto interessante dell’attivismo diplomatico della Repubblica Islamica su scala globale. Non si tratta di una storia recente. Già con lo Scià, Teheran coltivava rapporti selettivi con alcuni governi africani post-coloniali, nel quadro di quella diplomazia del Terzo Mondo che accomunava i nuovi stati indipendenti in cerca di legittimità internazionale. Ma è con la rivoluzione khomeinista che il continente acquista un valore ideologico preciso: la nuova leadership rivoluzionaria sviluppò una retorica fortemente orientata alla solidarietà con i popoli del cosiddetto Sud globale, presentando la propria esperienza come parte di una più ampia lotta contro il dominio politico ed economico delle potenze occidentali.

La retorica, però, per lungo tempo precedette i fatti. Negli anni Ottanta e Novanta l’impegno iraniano in Africa rimase relativamente limitato, anche a causa delle priorità strategiche legate al conflitto con l’Iraq e delle difficoltà economiche interne. Fu solo quando le sanzioni internazionali cominciarono a mordere davvero che Teheran riscoprì l’Africa come valvola di sfogo e bacino di alleanze alternative.

La strategia è pragmatica quanto opportunista. Nel luglio 2023 il presidente Raisi aveva compiuto un tour africano toccando Kenya, Uganda e Zimbabwe, firmando ventuno accordi in settori che spaziano dal petrolio all’energia. Parallelamente, la Repubblica Islamica aveva firmato accordi di cooperazione con il Burkina Faso in materia di energia, pianificazione urbana e istruzione superiore, e aveva annunciato la creazione di due università in Mali. Università, si badi bene: non solo gasdotti e armamenti, ma anche soft power, formazione di classi dirigenti, diffusione del pensiero sciita in aree a maggioranza musulmana dove il wahabismo saudita era arrivato prima con i suoi petrodollari. Una competizione per l’anima del Sahel che si svolge lontano dalle telecamere occidentali.

Non mancano, naturalmente, le ombre più dense. Rabat ha interrotto i rapporti diplomatici con Teheran dopo che il ministro degli esteri marocchino aveva accusato la Repubblica Islamica di aver fornito missili al Fronte Polisario attraverso Hezbollah. Nel 2022 lo stesso Polisario rivendicò la ricezione di droni kamikaze iraniani — quegli stessi droni che nel frattempo Mosca usava contro le città ucraine. È la geometria variabile dell’Asse della Resistenza: un sistema di alleanze che non conosce confini geografici e che trova nell’Africa nordoccidentale un teatro inatteso.

Il quadro complessivo, però, è quello di una presenza ancora modesta se misurata in termini economici. A livello commerciale la presenza iraniana in Africa è rimasta relativamente contenuta se confrontata con quella di Cina, Unione Europea o Russia, concentrandosi in alcuni settori considerati strategici tra cui energia ed estrazione mineraria. Pechino costruisce porti, autostrade e ferrovie; Mosca vende sicurezza e istruttori paramilitari attraverso il Wagner e i suoi eredi; gli Emirati investono capitali nei settori finanziari. L’Iran porta accordi di cooperazione, centri culturali, qualche raffineria e una narrativa antioccidentale che, in certe capitali africane, è ancora merce pregiata.

Ed è proprio questa narrativa il vero asset strategico di Teheran nel continente. Il richiamo alla sovranità nazionale, alla non ingerenza e alla critica dell’unilateralismo occidentale si inserisce in una tradizione politica che in Africa affonda le radici nelle esperienze della decolonizzazione e nel movimento dei non allineati, trovando terreno di risonanza in alcuni contesti politici africani. In un continente dove la memoria del colonialismo è ancora ferita aperta, chi si presenta come alternativa all’ordine internazionale a guida occidentale non ha difficoltà a trovare orecchie disponibili — anche se non sempre alleati stabili.

Ora bisogna chiedersi cosa cambierà con Mojtaba Khamenei. Il primo messaggio attribuito alla nuova Guida Suprema, letto da uno speaker televisivo mentre sullo schermo appariva solo una fotografia d’archivio, insisteva sulla continuità con la linea del padre: “Promettiamo alla defunta Guida Suprema che continueremo sul suo percorso”. Parole rituali, certo, dettate dall’emergenza di un paese sotto attacco. Ma la continuità, in questo caso, è anche una scelta strategica consapevole. L’Africa non è un dossier che si reinventa: è una tessitura lenta, fatta di rapporti personali tra élite, di accordi commerciali siglati lontano dalle agenzie stampa, di moschee finanziate e imam formati nelle università di Qom.

La grande incognita è se un paese ferito, con una leadership nascosta e un conflitto aperto con le due potenze più temute del pianeta, avrà la capacità operativa di mantenere e ampliare quella rete africana che il padre aveva pazientemente costruito. L’Africa è spesso un teatro di supplenza: ci si va quando si è tagliati fuori dai tavoli principali. Per Teheran, quel momento non è mai stato così acuto come adesso.

Il continente che nessuno cita quando si parla di Iran potrebbe rivelarsi, nei prossimi anni, il fronte più silenzioso e più duraturo della sua proiezione globale.