Le dichiarazioni di Donald Trump degli ultimi giorni non sono semplici esternazioni impulsive. Letta nel suo insieme, la sequenza di affermazioni e minacce disegna una visione coerente, inquietante nella sua semplicità: il mondo diviso tra chi comanda e chi deve adeguarsi. Una geopolitica ridotta a rapporto di forza, che assume sempre più i tratti di un vero e proprio bullismo politico.
Il primo anello della catena è il Venezuela. Dopo la cattura di Nicolás Maduro, Trump ha rivendicato apertamente il diritto degli Stati Uniti a “gestire” il Paese e, soprattutto, le sue immense riserve petrolifere. Nessun accenno alla ricostruzione democratica, nessuna menzione del voto o della legittimità popolare. Il Venezuela viene trattato come un giacimento mal custodito, sottratto con la forza a chi lo amministrava “male”. È il ritorno a una logica coloniale: la ricchezza naturale come giustificazione sufficiente dell’intervento.
Subito dopo, nel mirino entra la Colombia. Il presidente Gustavo Petro viene dipinto come un capo di Stato incapace, quasi patologico, e il Paese descritto come una fabbrica di droga che minaccia direttamente gli Stati Uniti. La minaccia è esplicita: se Bogotá non si allinea, l’opzione militare non è esclusa. Qui il bullismo si manifesta in modo classico: delegittimare l’interlocutore, ridurlo a caricatura morale, preparare l’opinione pubblica all’idea che qualsiasi azione contro di lui sia giustificata.
Il Messico resta sullo sfondo, ma non fuori scena. Trump continua a evocare la possibilità di interventi unilaterali contro i cartelli della droga, anche senza il consenso di Città del Messico. È una pressione costante, una minaccia latente: collaborare o perdere il controllo del proprio territorio. In questo schema, la sovranità diventa condizionata, revocabile a discrezione della potenza più forte.
Poi c’è Cuba, forse il caso più emblematico. Trump non parla di invasione imminente, ma di abbandono strategico. Privata del petrolio venezuelano, strangolata economicamente, l’isola viene descritta come “pronta a cadere”. Non serve intervenire, basta lasciare che il collasso faccia il suo corso. È una forma di bullismo ancora più cinica: non colpire direttamente, ma togliere l’ossigeno, osservando da lontano. La sofferenza della popolazione diventa un dettaglio irrilevante.
A questo quadro emisferico si aggiunge una minaccia che supera le Americhe: l’Iran, evocato come bersaglio potenziale qualora ostacoli gli interessi statunitensi nel mercato energetico o nella sicurezza regionale. Qui la logica è la stessa: prevenzione armata, supremazia, deterrenza unilaterale. La forza come linguaggio universale.
Infine, il caso più sconcertante: la Groenlandia. Un territorio appartenente a un alleato della NATO, la Danimarca, viene trattato come uno spazio disponibile, giustificandone l’annessione con la sicurezza nazionale e le risorse minerarie. Qui il bullismo rompe definitivamente ogni cornice diplomatica: non solo contro avversari o Stati deboli, ma contro alleati storici. La derisione delle capacità danesi di difendere l’isola completa il quadro: chi è più piccolo non solo obbedisce, ma viene anche umiliato.
Messo insieme, questo mosaico restituisce l’immagine di una politica estera che somiglia più a una razza di conquistache a una strategia. È la logica dei colonizzatori, che dividevano il mondo in zone di influenza, e dei barbari invasori, per i quali il confine era solo una linea da superare con la forza.
Il problema non è solo Trump. È il precedente che si crea. Se la minaccia diventa strumento legittimo, se la forza sostituisce il diritto, allora l’ordine internazionale non viene riformato: viene smantellato. E quando il bullismo diventa norma per chi è forte, diventa tentazione per chiunque aspiri a esserlo.
La storia insegna che questi ritorni all’arbitrio non portano stabilità, ma caos. Il mondo non torna indietro senza presentare il conto. E quel conto, come sempre, lo pagano i più deboli: Stati esposti, popolazioni abbandonate, alleanze svuotate di senso.
Più che una nuova dottrina, quella che si profila è una regressione civile. E chiamarla per nome – bullismo geopolitico – non è un eccesso polemico, ma un dovere di chiarezza.
